65 anni dalla legge Merlin: l’altra faccia della medaglia

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Il 20 febbraio 1958 veniva promulgata la legge n. 75. Nota perlopiù come legge Merlin – dal nome della Senatrice socialista che formulò il primissimo disegno di legge e ne sostenne l’intero iter – essa sancì la definitiva abolizione della prostituzione regolamentata, nonché l’introduzione dei reati di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione

Il suo percorso verso l’approvazione, tuttavia, fu tutt’altro che privo di ostacoli. Quando venne presentato per la prima volta nel 1948, il progetto Merlin diede infatti inizio ad un dibattito memorabile che, per oltre dieci anni, spaccò in due l’opinione pubblica – e l’intera classe politica – tra coloro che sostenevano il mantenimento della regolamentazione e chi invece credeva nella sua totale abolizione.

Dieci anni di discussioni collettive e 335 voti a favore dopo, l’entrata in vigore della legge sembrò passare alla storia come una svolta epocale che, a partire dalla decisiva chiusura di 560 postriboli avvenuta nel corso dei sei mesi successivi, finì col rappresentare un importante passo in avanti dell’avanzata femminista in lotta per una necessaria emancipazione, in un contesto in cui la radicale evoluzione dei tempi innescata dal boom economico non faceva che palesarne sempre più l’urgenza. Cosa c’è dietro l’approvazione della legge Merlin?

Attraverso lo specchio

Quella che fu accolta come la norma che portò all’estirpazione della cosiddetta “piaga della prostituzione”, infatti, nascondeva problematicità ben più profonde che facevano capo a una crescente tensione data dalla percezione di un mondo dei padri ormai in inarrestabile disfacimento. In “La legge del desiderio. Il progetto Merlin e l’Italia degli anni Cinquanta”, Sandro Bellassai riconosce come, nonostante la presente proposta di legge mirasse a una ridefinizione del ruolo assunto dalla prostituzione attraverso la presunta liberazione delle sex workers dalle case chiuse e l’introduzione del reato di sfruttamento e favoreggiamento, questa non avesse incentivato affatto un rinserimento delle stesse nella sfera sociale, né tantomeno la riabilitazione morale della propria figura, segnata inevitabilmente dallo stigma di “poco di buono”. Al contrario, la sua approvazione comportò un vero e proprio vuoto legislativo, diventando presto così – per citare Danielle Hipkins – “una legge moralizzante che contribuì all’isolamento e al consolidamento dello status di prostituta come cittadina di seconda classe“.

Se dietro le ragioni di carattere igienico-sanitario rivendicate dagli oppositori alla legge – i regolamentisti sostenevano l’idea secondo cui la chiusura dei bordelli avrebbe favorito la prostituzione clandestina, esente da qualunque tipo di controllo sanitario e legale – si nascondeva la volontà di mantenere un ordine sociale e morale, minato sempre più da un crescente protagonismo femminile nella sfera pubblica; allo stesso modo si ritiene che tale legge affondasse in realtà le proprie radici nella necessità di resistere all’emergere impetuoso di un nuovo soggetto femminile, nonostante le premesse alla base della sua approvazione e i limiti che si esplicitarono negli anni a venire. “La posta in gioco” tra “le due diatribe” era fondamentalmente la stessa.

La forza rivoluzionaria della legge Merlin risiede forse proprio nella presa di coscienza di un conflitto tra il desiderio di mettere in atto una liberazione sociale, sessuale, culturale ed economica del femminile e la volontà di limitarla: si potrebbe sostenere l’idea che il vero merito della norma sia allora quello di aver segnato, a partire da un discorso relativo all’esigenza di riformulare i caratteri della prostituzione, una più generale messa in discussione dei tradizionali rapporti di genere e la necessità di favorire l’affermazione di nuovi modi di essere donna. Una questione che troverà una sua più completa esplicitazione nel corso dei due decenni successivi.

Un necessario sguardo al futuro

A 65 anni dalla legge Merlin nulla sembra essere cambiato davvero da un punto di vista legislativo. La mancata regolamentazione del fenomeno prostituzionale in Italia finisce per avvolgerlo di un’opacità che, spesso e volentieri, permette così di dare spazio alla concretizzazione di processo di progressivo occultamento di una realtà che – al di là del più complesso dibattito animato ancora oggi dalle divisive opinioni di chi condanna la prostituzione come espressione massima del potere patriarcale sui corpi femminili e chi invece la rivendica come strumento di autodeterminazione – esiste e non può essere ignorata: quella del sex work.

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