Un passato inciso sulla pelle: 75190

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75190: in bilico tra libertà e privazione

 75190: “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi), é questa la scritta posta all’ingresso del campo di Auschwitz che sintetizza in maniera cinica le menzogne costruite per nascondere l’orrore dei lager.

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”

Primo Levi

É tra le asserzioni più significative che Primo Levi, scrittore italiano, ebreo, ci ha lasciato in eredità e, c’è l’esigenza di insegnare ai ragazzi ad essere scrupolosi nei confronti della storia, a conoscerne le sue varie sfaccettature affinché anche il peggiore dei mali non venga dimenticato ma cristallizzato.

Attraversando le orme di migliaia di deportati ebrei e non, conosciamo la vera crudeltà: 75190

Il primo passo verso l’inumanità è il passaggio di ogni singolo essere umano dal proprio nome di origine ad un numero tatuato sulla pelle. Tatuaggio che segnava il mutamento terrificante di una libertà rinchiusa nelle quattro mura di un ghetto alla mera infamia. Le giornate scorrevano lentamente ed ogni ticchettio della lancetta era un passo verso la brutalità di comportamenti che riecheggiavano nell’aria a suoni di grida di disperazione. Una disperazione sorda consumata attraverso le ceneri di chi non è sopravvissuto. Di chi il suo ultimo addio lo ha lasciato nella scia del fumo che fuoriusciva dalle camere a gas.

Ci sono stati occhi che imploravano aiuto e mani che afferravano corpi per sentirsi meno soli. Eppure la solitudine era uno stato d’animo, era il vuoto dell’anima.

Un grido unanime si stringe nella memoria di questo passato terrificante:

“Coltivare la memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo cosi pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare”.

Liliana Segre

É con questa frase che Liliana Segre, cittadina italiana ebrea, eletta senatrice a vita nel 2018 dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha voluto sensibilizzare attraverso la sua testimonianza, ogni singolo cittadino.

75190: segno di riconoscimento inciso sulla pelle della piccola Liliana Segre che a quel tempo aveva 8 anni. Mentre le sue coetanee sedevano sulla sedia di una scuola pensando all’istruzione lei fu condannata ad essere prigioniera. Prigioniera e schiava di una realtà che non aveva scelto ma semplicemente le era stata imposta.

“Cominciò questa vita di prigioniera e schiava. Mi ricordo come piangevamo tutte nei primi giorni, ma scegliemmo la vita. Scegliemmo la vita immediatamente, volevamo vivere, capimmo che dovevamo mettere al bando nostalgie e ricordi, capimmo che, se volevamo vivere, dovevamo non ricordare, perché il presente, in quel momento, era assolutamente tragico e non avremmo potuto sopportare quel presente ricordando il passato”

Aggiunge Segre.

“Noi siamo la nostra memoria,
noi siamo questo museo chimerico di forme incostanti,
questo mucchio di specchi rotti”

É attraverso questa grande testimonianza, da considerarsi patrimonio dell’umanità, che riusciamo a toccare quasi con mano il dolore, lo strazio che migliaia di persone hanno subìto. É su quei terreni umidi dove i nazisti hanno seminato odio che la storia ha affondato le sue radici. Affinché non sia soltanto un capitolo di una storia ormai lontana ma un segnalibro tascabile per combattere ogni forma di discriminazione e pregiudizio.

“L’indifferenza è più colpevole della violenza stessa. E’ l’apatia morale di chi si volta dall’altra parte: succede anche oggi verso il razzismo e altri orrori del mondo”.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.