L’11 novembre a San Martino ogni mosto diventa vino!

San Martino ogni mosto diventa vino

Il vino buono di Napoli che sa scaldare il cuore

L’11 novembre si celebra San Martino, che oltre ad essere ricordato per l’estate effimera della settimana in cui cade la sua ricorrenza a causa del rialzo delle temperature prima di piombare nel freddo inverno, è anche il santo del vino. San Martino è infatti il patrono di chi produce vino, degli osti, dei sommelier e… degli ubriachi!

Non solo una storia legata alla leggenda di questo santo ma anche una scadenza precisa, sin dai primordi dell’agricoltura. Questa data infatti segnava la fine del ciclo di raccolto, il momento in cui si tiravano le somme su quanto prodotto e, spesso, anche il termine di scadenza per l’affitto dei campi e delle terre che venivano coltivate. I mosti accantonati durante la vendemmia erano diventati ormai vino. Il primo, che poteva essere assaggiato subito, il “novello” e poi tutti gli altri a cui si sarebbe ancora dovuto dedicare lavoro e passione.  Da qui il detto che “A San Martino ogni mosto diventa vino“.

Negli anni questa giornata è diventa una vera e propria festa per gli amanti del vino, produttori e consumatori, ed è ormai consuetudine celebrarla con tour dedicati a questo prodotto di cui la Campania è produttrice ed esportatrice a livello mondiale.

Durante questa giornata, vengono organizzate sagre, visite alle cantine, passeggiate nei vigneti ed incontri dedicati al “nettare” considerato sacro agli dei già dai tempi antichi dei latini e dei greci. Ed è proprio dai questi popoli che ha origine la tradizione viticola partenopea, frutto di una campagna fertile, baciata dal sole per gran parte dell’anno, della terra tufacea e vulcanica che con la sua porosità rilascia un’umidità costante che nutre le viti naturalmente, della passione dei viticoltori che hanno preservato la tradizione utilizzando ancora oggi tecniche ed ingredienti originari nella produzione.

Nel suo territorio la Campania racchiude oltre cento specie di uva, che superano il numero di varietà dell’intera Francia ma non ditelo ai francesi…

Ogni anno sul suolo campano vengono prodotti innumerevoli varietà di vini, circa 1500 etichette, alcune delle quali distribuite in tutto il mondo. Dalle pendici del Vesuvio alle colline del Vomero, dai Campi Flegrei a Caserta fino ad arrivare al Sannio, all’Irpinia, alle isole e alla Penisola Sorrentina, tutti questi territori coltivano uva autoctona delle proprie terre per garantire gusto, tradizione e originalità.

Piedirosso, aglianico, falanghina, greco, coda di volpe, biancolella. Vini meravigliosi, tanto buoni da essere citati dall’autorevole rivista inglese The Guardian che li inserisce, ormai da qualche anno, nella sua classifica.

Tra i rossi c’è l’Aglianico del Vulture, forse uno dei vini più amati tra quelli che nascono sotto al Vesuvio, dal suo gusto elegante e raffinato, seguito dal Piedirosso, più acido e ricco di minerali e poi l’Olivella, dal sapore amaro e poco fruttato. Tra i bianchi ci sono il Coda di Volpe, noto come “Caprettone” per la forma a punta della sua uva, fresco e morbido, o la Falanghina, molto più acido e corposo.

In Campania e a Napoli dunque, dove mangiare è un’arte sacra, il vino è un elemento che non può assolutamente mancare a tavola, senza distinzione di classe sociale e culturale “o’ vin bbuon’ nun po’ manca’!” e difatti il numero 45 della smorfia napoletana è dedicato proprio al vino buono.

Ne sa qualcosa la famiglia Terzigno che vive a Napoli, in una casa di salita Moiariello, che si inerpica su una delle duecento scale della città. Un luogo in cui la famiglia vive ormai da tre generazioni.

Oggi in quella casa vive Alberto che ha 78 anni e lì produce un vino buonissimo, come faceva suo padre Rosario e prima ancora suo nonno Gennaro.

Nonno Gennaro, si era trasferito a salita Moiariello a metà del 1800, era un contadino e iniziò a produrre vino sulla distesa sconfinata e verde di Capodimonte. Si racconta che il suo vino fosse così pregiato che addirittura Re Ferdinando II delle Due Sicilie avrebbe trascorso a casa sua molti pomeriggi a degustarlo, chiacchierando amabilmente del più e del meno.

Si racconta anche che don Gennaro, durante la Prima guerra mondiale, rischiando la vita, portasse il suo vino alle famiglie che avevano perso tutto per farle scaldare un po’.

E le stesse orme seguì suo figlio Rosario, che durante l’occupazione nazista portava il vino per rinfrancare i compagni della resistenza fino a quando morì durante una rappresaglia tedesca.

Oggi Alberto continua a produrre quel vino e nel periodo della pandemia lo ha offerto a chi per la mancanza di lavoro non poteva più permettersi una bottiglia a tavola neanche la domenica. Forse è anche questo il senso del numero 45 della Smorfia napoletana sul vino “o’ vin bbuon’”, tanto buono da scaldare il cuore.

Cuore, amore, euforia, felicità, quante sensazioni positive può suscitare un buon calice di vino? Ne sanno qualcosa gli artisti che lo hanno celebrato nelle loro canzoni. Vinicio Capossela in Che coss’è l’amor dichiara di essere “…il re della cantina, vampiro della vigna, sottrattor dalla cucina”. Max Gazzè in uno dei suoi brani più belli si descrive “Chino, su un lungo e familiar bicchier di vino, partito per un viaggio amico e arzillo, già brillo”. E come dimenticare la rappresentazione della felicità di Al Bano e Romina Power quando cantavano “Felicità è un bicchiere di vino con un panino”.

Ma sì, la felicità può certamente essere un bicchiere di vino, magari sorseggiato davanti al mare di Napoli col Vesuvio di fronte. In un contesto del genere viene da bere anche agli astemi omaggiando, tra un sorso e l’altro, il santo protettore delle vigne Martino.

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