A Vucchella, il capolavoro di D’Annunzio

A Vucchella, il capolavoro di D'Annunzio

Storia di A Vucchella, un classico della canzone napoletana nato per una scommessa

La canzone classica napoletana è nata agli inizi dell’Ottocento e si è sviluppata fino al secondo dopoguerra in una produzione di brani e melodie che hanno rappresentato dei veri e propri capolavori e contemporaneamente raccontato Napoli, i suoi tormenti, i personaggi e le speranze di una città.

L’amore è stato sicuramente il tema più trattato, spesso struggente, raccontato con parole e frasi che sono vere e proprie poesie da poter declamare anche senza la musica.

Gli autori e i compositori di questo “movimento” sono stati poeti e parolieri napoletani che hanno creato canzoni conosciute in tutto il mondo e tra i compositori si annoverano autorevoli letterati dell’800 e del ‘900.

I classici della canzone partenopea

Canzoni antiche ma mai divenute vecchie, mai passate di moda o rese obsolete dal tempo tanto da essere riproposte, accrescendone la popolarità, dai rappresentanti più importanti della lirica mondiale, nonché da cantanti italiani e stranieri che hanno rivisitato opere destinate a rimanere immortali.

Salvatore Di Giacomo, Ferdinando Russo, Libero Bovio, Edoardo Nicolardi, Ernesto Murolo, E. A. Mario e, più avanti negli anni, Roberto Murolo e Sergio Bruni, definiti le voci più rappresentative della canzone classica partenopea.

Tra i grandi interpreti che hanno amato questo genere e che hanno inserito i brani del suo stupefacente repertorio nelle scalette dei propri concerti ci sono Beniamino Gigli, Giuseppe Di Stefano, Plácido Domingo, José Carreras, Luciano Pavarotti e poi, ancora Elvis Presley, Dean Martin, Andrea Bocelli, Claudio Villa, Lucio Dalla, Renato Zero, Domenico Modugno, Elton John, Paul McCartney, Mina e Céline Dion.

Molti tra gli storici della canzone classica napoletana collocano la nascita di questo genere nel 1839, anno in cui fu cantata per la prima volta Te voglio bene assaje, scritta da Raffaele Sacco e musicata da Filippo Campanella. La canzone fu presentata alla Festa di Piedigrotta.

Proprio le celebrazioni della Festa di Piedigrotta divennero la cornice ideale per la presentazione delle nuove canzoni. 

‘O sole mio, Dduje Paravise, Santa Lucia luntana, Canzone appassiunata, Maggio si tu, solo per citarne alcune, queste canzoni hanno saputo esprimere il sentimento, l’ottimismo, la passione, il desiderio, in poche parole, l’essenza dell’arte napoletana che riesce a trasformare in poesia qualsiasi cosa.

In queste canzoni si raccontano e si descrivono luoghi di Napoli dalla bellezza mozzafiato, il dolore degli emigranti lontani, la distruzione e le macerie della guerra e, naturalmente, l’amore. La storia della canzone napoletana abbraccia quella della città e contribuisce a farci innamorare di entrambe quando si ascoltano queste canzoni.

Non c’è da stupirsi quindi se, sin dagli albori di questo filone musicale, tutti i poeti che ne avevano compreso la portata se ne innamorarono e qualcuno di essi addirittura si cimentò nella stesura di un testo pur non essendo di Napoli.

E’ il caso di A Vucchella, piccolo gioiello della canzone classica, scritto da Gabriele D’Annunzio.

A Vucchella, frutto del genio di D’Annunzio

Il Vate, il poeta sacro, il profeta, colui che occupò una posizione di primo piano nella letteratura italiana dell’800 e del ‘900, definito l’ultimo interprete della più duratura tradizione poetica italiana, scrisse per scommessa in pochi minuti e in perfetta metrica napoletana, un vero capolavoro della canzone classica.

Nel 1892 Gabriele D’Annunzio lavorava come giornalista presso la redazione del quotidiano “Il Mattino”. D’Annunzio era al Caffè Gambrinus con il suo collega Ferdinando Russo, famosissimo autore di canzoni napoletane.

Russo avrebbe messo in dubbio la capacità di D’Annunzio di comporre una lirica in napoletano perché abruzzese scommettendo con l’amico che non ci sarebbe mai riuscito. D’Annunzio per tutta risposta, davanti ad un caffè, in una manciata di minuti, avrebbe scritto il testo di una canzone su un foglietto lasciando Russo senza parole. Era nata così A Vucchella.

Su come poi sia stata pubblicata ci sono varie versioni. C’è chi sostiene che sia stato lo stesso D’Annunzio ad inviarla a Francesco Paolo Tosti, anch’egli abruzzese, per la composizione delle musiche, e chi invece afferma che il testo fu preso da Ferdinando Russo che lo conservò fino al 1904 per poi inviarlo a Tosti.

La canzone fu pubblicata dalla casa discografica Ricordi e fu subito un successo, cantata da Enrico Caruso e dai più grandi interpreti di tutti i tempi.

Il resto è storia e la storia suona più o meno così…

Sì comm’a ‘nu sciurillo,

Tu tiene ‘na vucchella,

‘Nu poco pucurillo,

Appassuliatella.

Meh, dammillo, dammillo,

È comm’a ‘na rusella!

Dammillo, ‘nu vasillo,

Dammillo, Cannetella!

Dammillo e pigliatillo,

‘Nu vaso piccerillo,

‘Nu vaso piccerillo

Comm’a chesta vucchella

Che pare ‘na rusella

‘Nu poco pucurillo

Appassuliatella.

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