Asterisco, schwa, neutro: l’Accademia della crusca dice no! Altro che linguaggio inclusivo

Accademia della Crusca

L’uso dell’asterisco, della schwa e del neutro può portare ad un linguaggio inclusivo? Finalmente la risposta dell’Accademia della Crusca è arrivata

Negli ultimi tempi si è dato inizio alla spasmodica ricerca di un linguaggio inclusivo. Varie e originali sono state le proposte avanzate: si è parlato di asterisco, si è riesumato il neutro, abbiamo anche scoperto nuovi e insoliti segni come la schwa.

Ma cosa ne pensa l’istituzione per eccellenza della lingua italiana?
Attendavamo trepidanti questo intervento e finalmente l’Accademia della Crusca ha risposto: no, questi segni che opacizzano le desinenze maschili e femminili non solo sono scorretti, ma possono generare a loro volta un linguaggio tutt’altro che inclusivo.
E no anche alla possibilità di ricorrere a pronomi diversi da lui/lei, no alla possibilità di recuperare il neutro.
Onde evitare malintesi, l’Accademia della Crusca sottolinea come il loro intervento investe il piano strettamente linguistico e che esprimere la propria contrarietà all’uso di asterischi o altri segni estranei alla tradizionale ortografia italiana non significa avvalorare il sessismo linguistico o mancare di rispetto nei confronti di coloro che si definiscono non binari.
Grazie ad una lingua corretta è possibile rispondere alle esigenze di tutti.

Il genere grammaticale e il genere naturale

Chiariamo subito una cosa: il genere grammaticale è cosa del tutto diversa dal genere naturale. Soprattutto in italiano non vi è una sistematica corrispondenza tra i due.
Certo, soprattutto quando ci si riferisce a persone, tendiamo a far coincidere le due categorie, ottenendo coppie come il padre/la madre, la maestra/il maestro.

Ma pensateci, questo non vale sempre!
Esistono infatti sostantivi femminili come la spia, la sentinella che indicano spesso uomini.
A ciò si aggiungono nomi di genere comune che non cambiano forma con il cambio di genere poiché la distinzione è affidata agli articoli: il/la cantante, il/la custode, il/la preside

Un’altra mancata corrispondenza tra genere grammaticale e genere naturale è dimostrata dal lei di cortesia. Lei è un pronome femminile utilizzato anche per rivolgersi agli uomini: Lei è in ritardo, signore!Lei è in ritardo, signora!

E ancora, quando si usano le corrispondenti forme atone la e le l’accordo al femminile investe spesso anche il participio o l’aggettivo: Professore, l’ho vista ieri (e non l’ho visto ierientrare in biblioteca.
Insomma, anche l’allocutivo di cortesia dello standard è un esempio di come il maschile e il femminile grammaticali non corrispondano sempre ai generi naturali.
Possiamo già intuire come la lingua non sia così sessista come pensiamo.

Il maschile plurale è un genere grammaticale non marcato

L’Accademia della Crusca prima di passare in rassegna le varie opzioni proposte snocciola una questione cruciale a cui tutti dovremmo far riferimento quando pensiamo ad un linguaggio inclusivo.
Dunque, lettori, ricordatevi sempre che il maschile plurale è un genere grammaticale non marcato.
Cosa significa?
Significa che ha una funzione bivalente e cioè si riferisce sia al sesso maschile sia ad entrambi i generi.

Dunque se diciamo “Stasera verranno da me alcuni amici” non significa che la compagnia sarà di soli maschi (invece se dicessi “alcune amiche”, si tratterebbe soltanto di donne). 
La scelta del plurale maschile nello standard non dipende dal numero degli uomini rispetto alle donne all’interno di un gruppo: basta una sola presenza maschile a determinarlo.
Non si tratta di una scelta linguistica sessista, come viene invece considerata da molte donne, ma di scegliere una forma “non marcata” sul piano del genere grammaticale.

Per fortuna la lingua italiana è splendida e può offrire alternative nel caso in cui non si accetti l’assunto appena descritto. Nulla, infatti, ci impedisce di utilizzare sia il plurale maschile che femminile: alcuni amici/alcune amiche o se preferiamo abbreviare possiamo far riscorso anche alla barra alcuni/e amici/che.

Da richiamare è anche il fatto che, soprattutto nel parlato, l’accordo del participio o dell’aggettivo può riferirsi al genere grammaticale del nome ad essi più vicino: quindi, le mamme e i papà sono pregati di aspettare i figli fuori (e non sono pregate) oppure i papà e le mamme sono pregati, ma anche sono pregate.
Perché nel primo caso si parla di un linguaggio sessista e nel secondo no?
Si tratta solo di questioni di grammatica, non dimentichiamolo!

L’asterisco: per l’Accademia della Crusca è un no

Molti nell’utilizzare sia il femminile che il maschile potrebbero lamentare una specie di prolissità e un appesantimento nello scritto e nel parlato. Per fronteggiarlo hanno proposto l’uso del fantomatico asterisco che sostituisce spesso la terminazione di nomi e aggettivi per “neutralizzare” il genere grammaticale: abbiamo così forme come car* collegh* e, particolarmente frequente, car* tutt*.
Tra i suoi migliori sostenitori vi sono sicuramente coloro che aspirano ad un linguaggio gender neutral.
Ma siamo sicuri che questa si davvero l’opzione migliore?
Pensiamo a parole come sostenitor*, questa non include il femminile sostenitrici.
O pensiamo a plurali di nomi e aggettivi in cui la terminazione in -i vale per entrambi i generi (cantanti, forti, grandi) è davvero necessario ricorrere a questo segno ortografico?

Non solo, l’uso grafico dell’asterisco può essere agevole in comunicazioni di carattere privato che comportano una lettura silenziosa, ma non è utilizzabile in comunicazioni pubbliche, testi di leggi poiché, come sostiene l’Accademia della Crusca, potrebbero causare sconcerto e incomprensione.
Soprattutto non può essere utilizzato in testi che prevedono una lettura ad alta voce.
Qui veniamo al problema principale: l’asterisco è impossibile da rendere sul piano fonetico.

Possiamo scrivere ciao a tutt* ma nel momento in cui dovremo salutare un gruppo formato da ragazzi e ragazze dobbiamo arrenderci all’idea di dover dire ciao a tutti e a tutti.
Vero, esistono espressioni nuovo che sono state proposte come il ciao a tuttu ma anche qui l’Accademia della Crusca è rigida: ”a nostro parere costituiscono una delle inopportune (e inutili) forzature al sistema linguistico.
Teniamo anche presente che nell’italiano tradizionale non esistono parole terminanti in -u atona”

E lo schwa?

All’appello manca la schwa, cioè il simbolo dell’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA) che rappresenta la vocale centrale di molte lingue e dialetti italiani. È stato proposto in particolare per riferirsi a persone non binarie, in alternativa all’asterisco.
Sicuramente, rispetto a quest’ultimo, lo schwa offrirebbe una soluzione sul piano della lingua parlata. Ma secondo l’Accademia della Crusca si tratta di una proposta ancor meno praticabile dell’asterisco. In primis creerebbe ulteriori difficoltà di lettura nei casi di dislessia.
Sul piano grafico lo schwa non è un grafema, è un segno dell’IPA. Ergo non è propriamente una lettera dell’alfabeto.
E inoltre non risolve alcuni vicoli ciechi incontrati con l’asterisco, come il caso di sostenitorə
C’è poi un ulteriore problema: del simbolo dello schwa non esiste il corrispondente maiuscolo e invece scrivere intere parole in caratteri maiuscoli può essere a volte necessario nella comunicazione scritta.

Il neutro

Un’altra proposta volta a rispettare le esigenze delle persone non binarie è l’uso del neutro.
Tuttavia, l’italiano, a differenza del latino, non dispone di elementi morfologici che possano contrassegnare un genere diverso dal maschile e dal femminile.
I grandi sostenitori del neutro tendono ad elogiare l’inglese per la presenza del suo pronome neutro it dimenticando che questo pronome non è stato adottato, poiché non può essere riferito a esseri umani.

L’inglese prevede in questo caso l’uso del singular they ovvero del pronome plurale ambigenere come pronome singolare non marcato. In italiano l’uso di loro in corrispondenza di they/them dell’inglese non è possibile.
L’inglese è una lingua in cui l’accordo ha un peso molto meno rilevante rispetto all’italiano e dove comunque l’uso di they costituiva una possibilità già prevista dal sistema, in quanto documentata da secoli.

Pronomi neutri

Ma allora come dovremmo rivolgerci nella lingua italiana a coloro che si identificano come non binari? Usando la terza persona plurale o rivolgendoci col sesso biologico della persona non rispettando però il modo di essere della persona?”
La risposta dell’Accademia della Crusca è questa: l’italiano anche se non ha un pronome “neutro” e non consente neppure l’uso di loro in corrispondenza di they/them dell’inglese, offre tuttavia il modo di non precisare il genere della persona con cui o di cui si sta parlando.

Basterebbe evitare articoli, aggettivi della I classe, participi passati, ecc. Inoltre la nostra lingua, a differenza dell’inglese, permette di omettere i pronomi di terza persona lui lei in funzione di soggetto oppure possono essere sostituiti da nomi e cognomi, specialmente oggi poiché sono in uso accorciamenti ipocoristici ambigeneri come Fede (Federico o Federica), Vale (Valerio o Valeria)

Anche il clitico gli, maschile singolare nello standard, nel parlato non formale si usa anche al posto del femminile le e in più l’opposizione è neutralizzata per combinazioni di clitici come glieloglielagliene.
Insomma, il sistema della lingua può sempre offrire alternative perfettamente grammaticali a chi intende evitare l’uso di determinate forme ed è disposto a qualche dispendio lessicale o a usare qualche astratto in più pur di rispettare le aspettative di persone che si considerano non binarie.

In questa battaglia spesso dimentichiamo che la grafia, la fonetica, la sintassi, la morfologia sono tanto importanti quanto le parole.
Sicuramente si tratta di una battaglia lodevole quella che aspira al debellamento di forme linguistiche discriminatorie e sessiste ma va portava avanti senza pretendere di forzare la lingua anche se il fine è nobile.
Dobbiamo serenamente prendere atto degli usi istituzionali della lingua, ricordando sempre che il sesso biologico, l’identità di genere non hanno niente a che fare con il genere grammaticale.

Come ha concluso l’Accademia della Crusca, forse, un uso consapevole del maschile plurale come genere grammaticale non marcato, e non come prevaricazione del maschile inteso come sesso biologico (come finora è stato interpretato, e non certo ingiustificatamente), potrebbe risolvere molti problemi, e non soltanto sul piano linguistico. ”Ma alle parole andrebbero poi accompagnati i fatti”.

stefano-popolo

A title

Image Box text

STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.