Afghanistan, ovvero: come tornare indietro di 20 anni con una guerra civile silenziosa

Ferragosto dal clima torrido non solo per via di Lucifero: in Afghanistan si consuma una delle più tragiche crisi internazionali degli ultimi 15 anni

Afghanistan, 11 settembre 2001. Mi sembra la data più utile da cui iniziare. Perché andare oltre (e con oltre intendo prima) diventa complicato. Ma più interessante del quando è il dove – parafrasando Morpheus di Matrix. Già, perché l’11 settembre è per tutti una “questione americana“. Tutti sanno che Al-Qāʿida fu il mandante di quell’attacco terroristico. In molti sanno che l’organizzazione capitanata da Osāma bin Lāden nacque proprio nella Guerra in Afghanistan. Ma in tanti ignorano che molti afghani avrebbero fatto volentieri a meno, quell’11 settembre del 2001, di iscriversi alla storia recente dell’uomo.

Le responsabilità dell’occidente

Dopo l’11 settembre, il clima di terrore respirato negli USA, in cui solitamente sguazzano i politici conservatori, convinse il popolo americano a riversarsi in George W. Bush che, per non tradire la campagna elettorale basata sul terrore islamico, decise di intervenire militarmente (che bel modo per dire carinamente “invasione”) in Medio Oriente. Nel 2004, i soldati USA dispersero i talebani e venne instaurato un governo che vide al comando Hamid Karzai, eletto liberamente. Nel frattempo i talebani si riassettarono e presero nuovo vigore, fino all’intervento massiccio voluto da Barack Obama, e alla morte di Osāma bin Lāden, nel 2011.

L’arrivo di Trump e le trattative con i talebani

Per il vecchio Donald impegnarsi in una guerra pluridecennale non era “the best for business”. E la via d’uscita comoda poteva essere quella di sedersi intorno ad un tavolo, e fare con i talebani un’analisi di costi e benefici. Poco da scandalizzarsi: nella Stanza dei bottoni, così gestiscono le guerre. Trump voleva togliere le tende dall’Afghanistan e i talebani non ne vedevano l’ora. Ma il governo di Kabul? Tutti quei civili? Ecco, questi poveretti avrebbero dovuto trattare “pacificamente” con i talebani per garantire una spartizione del potere in grado di preservare i principi di liberalità e di democrazia del governo di Kabul… ‘na passeggiata, insomma.

L’accordo di Doha e l’ipocrisia statunitense

Manco a dirlo, ma questa trattativa – questo “dialogo” – tra afgani democratici e afgani fondamentalisti islamici, non è mai partita. E qualcuno meno attento dirà: “vabbè, però, ci sono gli Stati Uniti che si fanno da garante, che offrono quella forza necessaria al governo di Kabul per trattare con i talebani”. E, invece… no.
Joe Biden annuncia il ritiro delle truppe, e in poco tempo i fondamentalisti riprendono forza nel paese. Fino al 15 agosto 2021, quando Abdul Ghani Baradar diventa il presidente de facto della Repubblica Islamica dell’Afghanistan.

Un golpe silenzioso, senza spargimenti di sangue, senza morti, né guerriglie. La dimostrazione che anche il silenzio ha delle capacità tragiche insospettabili: una resa pacifica che getta nello sconforto milioni di innocenti afgani; qualcuno di loro tenterà un’improbabile fuga aggrappandosi ad un portellone di un aereo diretto negli Stati Uniti. Già, gli stessi Stati Uniti che hanno occupato il suolo “in nome della democrazia”, alla prima utile hanno tolto le tende e adiós!

E Joe Biden? Se ne lava le mani. Cosa vuoi che gliene importi di un paese così lontano dalla Casa Bianca? Nulla. Si è rivelato, semplicemente, un Donald Trump con un dentista migliore e che non ha perso i capelli.

Vent’anni indietro e sentirli

Ed eccoci di nuovo qui, in quel che fu un fondamentale crocevia dell’Asia centrale, ora sotto il controllo del fondamentalismo islamico. E cosa significa questo? Beh, innanzitutto le donne non possono più uscire di casa senza essere accompagnate da un uomo, e non possono frequentare la scuola o l’università. In tante sono state sollevate dagli incarichi lavorativi e, per strada, immagini raffiguranti donne dal volto scoperto, vengono cancellate. Gli account social spariscono o vengono oscurati.
Ma almeno non devono mostrare il green pass, no?

Ma in tutta questa situazione, chi mi strappa un sorriso è Giggino Di Maio: stravaccato al sole, mentre legge la Gazzetta dello Sport imprecando contro Insigne che non rinnova, e valuta se sia il caso di prendere una birretta alle 10.30 del mattino, come se niente fosse.
Tanto, mica è il ministro degli Affari Esteri?

stefano-popolo

A title

Image Box text

STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.