C’era una volta Al Capone: la biografia raccontata da 5 registi

Al capone

Scarface, il capo dei capi, il boss per eccellenza: Al Capone è stato uno degli uomini più influenti della prima metà del ‘900 statunitense; ma immaginiamo di raccontarne la storia da diversi punti di vista

Al Capone. Per associazione mentale, non appena avete letto queste due parole, le immagini evocate nella vostra mente si tingono di anni ’20 o ’30 statunitensi: un Borsalino in raso, un impermeabile lungo, un completo gessato e una revolver calibro 22 nella tasca. Magari un bel sigaro e, perché no, anche un bourbon con ghiaccio. Sbaglio?

I gangster movie hanno cristallizzato quest’immagine della malavita organizzata statunitense. Quella degli immigrati italiani di Little Italy, sempre in guerra tra loro, di siciliani contro siciliani; quella con qualche irlandese che fa il lavoro sporco, o quella di ebrei che fanno soldi; la polizia corrotta nel degrado urbano, con i politici asserviti all’avidità di potere.

Ma sceneggiatori e registi sono completamente pazzi? Sì, qualcuno effettivamente lo è. Però, i codici trasmessi sul grande schermo sono figli di una profonda aderenza a persone o a fatti è realmente esistiti. Al Capone, che in realtà doveva chiamarsi Al Caponi – ma vabbè, vuoi prendertela con l’anagrafe dell’Anno Domini 1899? -, ha avuto una vita molto cinematografica.

Figlio di immigrati, comportamento antisociale, aggressività, avidità, potere, carcere, corruzione, inganno… una vita tranquilla, no? Siccome le classiche biografie sono una palla – andava detto! – ho pensato: “ma se uno tra Martin Scorsese, Quentin Tarantino, Denis Villeneuve, Wes Anderson e Paul Thomas Anderson dovesse fare un film sulla vita di Al Capone, cosa ne uscirebbe?”

Soggetto di Martin Scorsese per “The wop – Il mangiaspaghetti”

INT – GIORNO – CHIESA

Un coro ecclesiastico circonda un prete che sta celebrando il battesimo di un neonato, mentre predica in latino. La ripresa è in piano sequenza e man mano si avvicina al bambino fino al primissimo piano del neonato, quando gli viene versata l’acqua battesimale sulla fronte e il pargolo frigna. Si tratta del neonato Al, 1899.

INT – GIORNO – SCUOLA

Nel 1913 Al Capone ha 14 anni: fuma, ha una gang di teppisti, i capelli tirati indietro con la gelatina, qualche abito sdrucito da bulletto. E lo fa perché gli piace farlo. Gli piace avere il potere di incutere timore. E’ molto intelligente, e a scuola non se la cava neppure male. Ma ad un professore non piace il suo modo di fare e lo rimprovera. Ed “è quello che è“, finisce che Al Capone picchia l’insegnante e va a fare dei lavoretti per le gang italoamericane.

EST – NOTTE – STRADE DI CHICAGO

Nel 1917 un piano sequenza riprende una fila di persone che deve entrare in un locale; donne truccate molto e male, uomini italoamericani apparentemente benestanti, abiti sgargianti e colori caldi. Ma la fila è impaziente perché un buttafuori ha il viso insanguinato. Quel buttafuori è Al Capone, e ha il viso sfregiato per un commento di troppo sul culo della sorella di uno che non può essere toccato.

Soggetto di Quentin Tarantino per “Al Capone unchained”

INT – NOTTE – GARAGE DI BUGS MORGAN

14 febbraio 1929, quattro tizi super cazzuti conciati da poliziotti entrano in un garage e fanno secchi 66 tizi che sembrano scagnozzi di un boss: tavoli da poker che saltano, soldi che svolazzano sozzi di sangue, individui monchi che spruzzano fluidi corporei dappertutto. Sbuca il boss, Bugs Morgan che guarda i quattro tizi super cazzuti sporchi di sangue dalla testa ai piedi.

INT – GIORNO – STUDIO DI AL CAPONE

Nel 1920 un ragioniere riflette sulla sua sedia. Alle sue spalle ha il poster de “Il segno di Zorro” e di “Una settimana” di Buster Keaton. Gli arriva una lettera e legge che suo padre è morto. Gli aveva promesso che avrebbe avuto una vita perbene finché sarebbe rimasto in vita. Ma ora che suo padre non c’è più, ha qualche conto da saldare. Non di tipo fiscale, si intende.

INT – GIORNO – STUDIO DI JOHNNY TORRIO

Al Capone è ospite del potente boss Johnny Torrio, che lo aggiorna sui fatti di guerriglia tra le gang di Chicago. Assolda una squadra e Al diventa Mr. Black; ingaggia una serie di scontri armati, tortura di qua e di là con musichette allegre in sottofondo, fino ad arrivare al momento del 14 febbraio 1929.

Finisce in tribunale, ma grazie ad un discorso sulla filosofia del personaggio di Batman che agisce per il bene, la fa franca ed ecco Al unchained, senza catene.

Johnny Torrio, da YouTube

Soggetto di Denis Villeneuve per “A blade for Capone”

EST – SERA – CHICAGO, WILLIS TOWER

Nel 1926 Capone parla a suo figlio Albert Francis delle rivalità tra famiglie che assumono perfino connotati intergalattici, di futuri distopici e post-apocalittici perché non si riesce più a trovare manco una goccia di whiskey. Tutta colpa della spezia che inquina i campi di grano.

INT – SERA – HOTEL DI ATLANTIC CITY

Si riuniscono, tutti elegantissimi ma inquieti, i capi del crimine organizzato statunitense. Tutte le famiglie, comprese anche quelle di tempi lontani e spazi all’apparenza non percorribili. C’è una vecchina siciliana che sbraita, e non si capisce ben cosa, probabilmente una qual sorta di profezia. Al vuole fondare il “Sindacato nazionale del crimine“.

Mentre torna a casa, è vittima di una congiura della malavita intergalattica sovranazionale e viene arrestato dalla polizia. L’accusa è di essere in possesso di armi illegali; viene condannato ad un anno di prigionia – in cui elaborerà la sua vendetta che passa per flash dal futuro – di cui sconterà soltanto 9 mesi.

Soggetto di Wes Anderson per “The italian dispatch”

INT – NOTTE – HOTEL CONGRESS PLAZA

Nell’hotel tutto è disposto simmetricamente, predominano le tonalità calde. Tutti i gangster giocano d’azzardo, frequentano prostitute e bevono Manhattan con le ciliegine rossissime. Sono tutti molto eleganti, e parlano quasi in versi. Al è l’eccentrico proprietario (non dichiarato) dell’hotel e intrattiene brillantemente i suoi ospiti. C’è qualcosa di infantile in tutti loro.

Hotel Congress, immagine presa da City Pass

EST – GIORNO – LAGO MICHIGAN

Un camion anni ’20 trasporta degli alcolici illegali dal Canada. C’è tanta neve ma ritroviamo ancora i toni caldi e l’innocenza colloquiale tra lo scagnozzo di Al Capone e l’autista del camion. Lo scagnozzo apre il vano e trova tutte le bottiglie simmetricamente disposte e procede a prendere cassa per cassa e spostarle nella sua automobile.

Nel frattempo, dei poliziotti federali stanno osservando da lontano la scena e prendono nota dell’accaduto. Uno dei due segna su un taccuino di pelle, in bella grafia, il numero della targa dei due veicoli e la descrizione dei conducenti e dei fatti di cui si sono resi protagonisti. Chiude il taccuino con un laccio.

Soggetto di Paul Thomas Anderson per “Il processo”

INT – SERA – POLIZIA

Un agente dell‘FBI che ha problemi in famiglia con la moglie e le due figlie perché non c’è mai, spesso fuma dell’oppio per mettere da parte i cattivi ricordi dovuti al suo duro lavoro; e ha architettato tutto il piano per incastrare il boss dei boss: Al Capone. Lo spiega al suo superiore e ottiene il via libera.

Immagine presa da la Repubblica

INT – GIORNO – TRIBUNALE

Al viene processato, ma è sicuro di aver corrotto tutti i membri della giuria ed è convinto che non andrà in prigione. Intercettazioni, piste, collegamenti: all’FBI non bastano, e ha un altro asso nella manica. Cambiano in toto la giuria e il gangster ne è profondamente sorpreso e turbato.

Viene condannato a 11 anni di prigione. Spostato ad Alcatraz, dopo aver soggiornato qualche mese in una lussuosa prigione gestita dai malavitosi. Racconta che tutto quello che voleva era il potere di decidere cosa sarebbe successo nella sua vita.

Un flahsback del ’29 lo riprende mentre fa sesso con una prostituta. Non sapeva della sifilide. Gli verrà diagnosticata nel ’34. Uscirà di prigione nel ’39. Vivrà altri 8 anni – da infermo – a Miami, con sua moglie.
Il 25 gennaio 1947, quando Al Capone muore, dal cielo piovono anatre.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.