Alda Merini e la prosa di cui nessuno parla: i 3 romanzi autobiografici sulla sua vita in manicomio

alda merini

Oggi, nel giorno dell’anniversario di morte di Alda Merini, vogliamo ricordare la poetessa dei Navigli attraverso una parte della sua produzione letteraria spesso dimenticata: le sue prose lirico-narrative

Alda Merini, nata nel marzo 1931, esordì in poesia già alla sola età di 22 anni: era il 1953 quando uscì la prima raccolta poetica intitolata La presenza di Orfeo, a cui poi seguirono Paura di Dio, Nozze romane e Tu sei Pietro. Nonostante i successi precoci, in lei si acuirono già quei disturbi psichici che la avrebbero accompagnata durante i suoi anni di vita e che avrebbero costellato tutta la sua produzione poetica a seguire

Delle esperienze in manicomio, seppure già protagoniste in poesia, ne troviamo ampia descrizione anche nei volumi di prose lirico-narrative, che Alda cominciò a pubblicare a partire dal 1986, quando uscì L’altra verità. Diario di una diversa. 

L’altra verità. Diario di una diversa 1986

Quando venni ricoverata per la prima volta in manicomio ero poco più di una bambina, avevo sì due figlie e qualche esperienza alle spalle, ma il mio animo era rimasto semplice, pulito, sempre in attesa che qualche cosa di bello si configurasse al mio orizzonte; […] Insomma ero una sposa e una madre felice, anche se talvolta davo segni di stanchezza e mi si intorpidiva la mente. Provai a parlare di queste cose a mio marito, ma lui non fece cenno di comprenderle e così il mio esaurimento si aggravò.

Queste sono le parole iniziali del libro, con le quali la poetessa comincia a ripercorrere i lunghi 10 anni trascorsi in clinica psichiatrica, tra elettroshock e momenti di lucidità, ma anche tra attimi di paura e di dubbi.  
Per questo romanzo autobiografico Alda Merini scelse un titolo molto significativo: si definì diversa perché non si era mai sentita uguale agli altri, a causa anche del fatto che il suo disturbo non venne mai capito dai suoi familiari che, anzi, la fecero internare contro la sua volontà. Però si parla anche di altra verità, e cioè quella che viene raccontata da un punto di vista specifico, quello del pazzo, di chi visse quegli anni in un luogo a cui non si sentiva di appartenere e da cui non poteva scappare.

Fui quindi internata a mia insaputa, e io nemmeno sapevo dell’esistenza degli ospedali psichiatrici perché non li avevo mai veduti, ma quando mi ci trovai nel mezzo credo che impazzii sul momento stesso in quanto mi resi conto di essere entrata in un labirinto dal quale avrei fatto molta fatica ad uscire. […] Dai miei visceri partì un urlo lancinante, una invocazione spasmodica diretta ai miei figli e mi misi a urlare e a calciare con tutta la forza che avevo dentro […]. Non era forse la mia una ribellione umana? Non chiedevo io di entrare nel mondo che mi apparteneva? 

Delirio amoroso 1989

Seguendo il filo rosso delle esperienze in manicomio, nel 1989 Alda Merini scrisse di un’altra componente fondamentale della sua vita personale e artistica: l’amore. Anche l’amore è vissuto, rifacendoci al titolo del primo libro, in maniera diversa
L’amore per Alda è follia, è l’amore maledetto per un uomo che definisce austero e temibile, ma soprattutto, è l’amore per la poesia, che invano i medici cercarono di far tacere nel suo cuore, ma che ogni volta, invece, trionfava presente più di qualsiasi altra figura familiare. 

Io non venni marchiata dal manicomio, ma dall’amore. Un amore che mi trovai addosso come una cosa grigia e tremenda. Un amore che era una voragine, in cui un uomo, peccaminoso e contratto, mi aveva mormorato invece che preghiere cattive parole d’amore violento. E io rimasi scissa in due come un albero […] che viveva a stento sotto gli occhi rigorosi di una madre inutile, perché ormai ero affidata al caso.

Amore e follia, poesia e prosa

La poetessa continuò a pubblicare romanzi fino al 2005 e il pensiero fisso sui momenti bui in manicomio non abbandonò neppure un attimo la sua penna, la cui necessità venne spiegata in uno dei suoi scritti:

Mi rendo conto che è difficile spiegare il mio bisogno di tornare ciclicamente nell’inferno del manicomio. Probabilmente si torna sul luogo del delitto per capire le ragioni della propria morte, per trovare quella cartella clinica su cui è scritto il nostro destino


Amore e follia, poesia e prosa sono i binomi di cui si dipinge la scrittura e la personalità di Alda che oggi, 12 anni fa ci lasciava con queste parole:

Io la vita l’ho goduta perché mi piace anche l’inferno della vita e la vita è spesso un inferno. Per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara. 

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.