Alfredo Grado, il criminologo sul caso Pippotto

Alfredo Grado, il criminologo sul caso Pippotto

Intervista al criminologo Alfredo Grado per saperne di più sul caso Pippotto

A Napoli anche i casi di cronaca si complicano e vengono analizzati dagli esperti della materia. Uno fra tutti che ha riempito le pagine di cronaca nera è quello di Domenico D’Andrea, meglio noto come Pippotto, da più di 15 anni in carcere dove sta scontando una condanna all’ergastolo.

Si cerca da tempo immemore di far luce sull’omicidio di Salvatore Buglione, il dipendente comunale di 51 anni ucciso a Napoli il 4 settembre 2006 nei pressi dell’edicola che gestiva la moglie in via Pietro Castellino, nel quartiere Arenella, nel corso di una rapina. Un omicidio che ha portato alla condanna all’ergastolo, nel 2007, di Pippotto che ha confessato di essere stato l’autore materiale dell’uccisione, a coltellate, di Buglione.

Dopo anni è lo stesso Pippotto e i suoi familiari, in particolare la madre e i due fratelli, a dichiararsi innocente. Pare abbia confessato il delitto per paura, indotto da qualcuno o da qualcosa e ancora oggi a distanza di tempo a far chiarezza sono le innumerevoli sedute al tribunale, gli avvocati e qualche professionista per sete di giustizia e verità.

Chi è realmente Pippotto?

D’Andrea è da sempre un ragazzo inquieto, dedito alle rapine, alla microcriminalità ma da qui a dire che è un assassino i familiari se ne guardano bene. Descritto come un ragazzo ribelle che dava fastidio al quartiere ma non così pericoloso da perdere la testa e uccidere un uomo.

Cosa è scattato nella testa di Pippotto per auto accusarsi di un omicidio così efferato che ha scosso l’opinione pubblica? Alfredo Grado, psicologo clinico e specialista in criminologia, ne fa un’attenta analisi volgendo lo sguardo innanzitutto al contesto familiare e sociale ma anche territoriale del ragazzo.

Madre abbandonata dal padre, due fratelli in carcere all’epoca dei fatti ma che ora hanno cambiato vita e un’entità oscura che non ha mai permesso di far emergere la verità.

Quali sono i motivi che spingono una persona a testimoniare contro se stessa dal punto di vista criminologico?

I motivi che possono spingere una persona a fornire una falsa confessione sono sostanzialmente due: una predisposizione naturale del sospetto, come la giovane età oppure le pressioni e gli stress subiti durante la detenzione e/o l’interrogatorio. Nel primo caso il minore o l’adolescente davanti ad una figura autoritaria si sente sotto pressione e il suo istinto primario cercherà di spingerlo verso la soluzione più immediata, senza avere presenti gli effetti a lungo termine di quella decisione.

Ciò che vuole l’adolescente è tagliare corto, scrollarsi di dosso i problemi anche a costo di ripercussioni lunghe letteralmente una vita. Nel caso invece di eventuali pressioni o stress subiti nel corso di una detenzione e/o interrogatorio, la confessione viene vista come l’unica via d’uscita dalla situazione in cui si trova in quel momento“. 

Qual è il pensiero dello studioso Kassin?

Secondo Saul M. Kassin, docente di psicologia e tra i principali ricercatori sul fenomeno delle false confessioni, si può arrivare a confessare il falso per sfuggire a una brutta situazione, per evitare una minaccia reale o implicita, oppure per ottenere una sorta di ricompensa“.

Ad oggi il caso di Domenico D’Andrea ancora non raggiunge la luce e la completa verità. In una città come Napoli che di bello ha lo spirito della schiettezza a tutti i costi, del vero nonostante tutto e tutti, non è plausibile non conoscere la realtà dei fatti nei minimi particolari, ci si chiede ancora cosa c’è dietro questa triste storia perché per il napoletano è meglio una brutta verità che una bella bugia.

Quando non si riesce a dare una spiegazione cala tutta la città nell’ombra, nella tristezza di una metropoli che cerca in tutti i modi di combattere la delinquenza ma che troppo spesso incappa in battaglie di legalità a cui è difficile spuntare.

Quello di Pippotto è uno dei tanti casi che hanno attanagliato le nostre menti e ancora oggi si cerca un vero e proprio colpevole. A Napoli non si punta il dito contro, si ragiona sugli episodi e ‘Nel mezzo c’è la verità‘ diventa uno dei motti del popolo napoletano, abituato a non colpevolizzare e dare sempre una seconda possibilità.

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