Auschwitz: un progetto per preservare la memoria di circa 232.000 bambini

Auschwitz, le scarpine dei bambini

Migliaia di bambini furono uccisi nel campo di concentramento di Auschwitz. Un progetto mira a mantenere viva la loro memoria

L’inferno concentrazionario di Auschwitz-Birkenau, ormai da decenni, è il simbolo più famoso dell’orrore dell’Olocausto e di quanto in basso può giungere l’essere umano. Questa complessa serie di campi di sterminio e di concentramento è ubicata nei pressi della cittadina polacca di Oświęcim. I polacchi, insieme agli ebrei di tutto il mondo, vedono questi campi come emblema del martirio della loro nazione. Inoltre, dal 1979 il sito è stato dichiarato, dall’UNESCO, Patrimonio dell’Umanità.

Proprio per tutti questi motivi, il luogo è oggetto di diverse iniziative miranti a mantenere vivo il ricordo di quanto è successo e, al contempo, cerchi di spiegare quanto accaduto. Un nuovo progetto vuole ricordare tutti i bambini deportati in questo orrore. 

Un simbolo delle barbarie umane
Un simbolo delle barbarie umane

I bambini ad Auschwitz

Più di 1 milione di persone è morta nel campo di concentramento più temuto d’Europa: in questo agghiacciante numero sono inclusi circa 232.000 bambini

Un’importante iniziativa consentirà di conservare, nel loro stato originario, le scarpe indossate dai tantissimi bambini passati per questo vero e proprio incubo.

Il progetto è finanziato dalla Neishlos Foundation, con il supporto del locale Museo e della Fondazione Auschwitz-Birkenau e della Marcia dei Viventi

Questi indumenti rappresentano, molto spesso, l’unico ricordo di questi innocenti. Quasi tutti i bambini furono inviati direttamente alle camere a gas: soltanto i più forti e robusti erano lasciati in vita come schiavi o cavie per gli esperimenti. 

Quando Il 27 gennaio del 1945 giunsero i primi reparti dell’Armata Rossa a liberare il complesso concentrazionario erano rimasti in vita soltanto 500 bambini di età inferiore ai 15 anni. 

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.

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