L’Autonomia differenziata è legge

L'autonomia differenziata

Ma Napoli “balla da sola”

L’approvazione della legge sull’Autonomia differenziata, caldeggiata già da diversi anni dalla Lega e firmata dal Ministro Calderoli, è ormai una realtà ed è inevitabilmente al centro delle polemiche.

Per il momento la legge non determina ancora alcun trasferimento di competenze alle regioni ma indica gli step, le regole e gli strumenti che dovranno essere messi in campo per stabilire, con Governo e Parlamento, l’attribuzione di poteri e prerogative di ogni regione che la richieda.

Gli effetti dell’Autonomia differenziata

Gli effetti di questa legge sono ancora potenziali ma in un futuro lontano si può immaginare che le regioni in autonomia differenziata potrebbero somigliare a repubbliche indipendenti che potranno scegliere autonomamente le azioni da compiere su 23 materie di governo tra cui sanità, istruzione, ambiente, energia, sport, trasporti, commercio estero e cultura.

Secondo le opposizioni al Governo, questa riforma aumenterà il divario tra le regioni italiane, in particolare tra Nord e Sud, soprattutto in settori strategici ed essenziali come la sanità.

La Premier Meloni insiste invece sul fatto che l’autonomia non toglierà risorse a una regione per darle a un’altra, ma trasferirà competenze dallo Stato centrale alle regioni che dimostrano di gestirle efficacemente.

Il Governo aggiunge anche che nella legge sono previsti i cosiddetti LEP, Livelli Essenziali delle Prestazioni, che stabiliscono standard minimi di servizi da garantire in tutte le regioni, finanziati dallo Stato, per assicurare che nessuna regione possa essere svantaggiata.

In pratica nell’Autonomia differenziata per il momento si deve solo credere, oppure no, come succede per i santi e per i miracoli.

Lo studio di Bankitalia

Sicuramente fa pensare un report di Bankitalia che storceva il naso davanti a questa riforma ricordando, ad esempio, quanto è accaduto durante la pandemia di Covid-19, con un pesante effetto negativo della frammentazione regionale a livello sanitario.

Per Bankitalia poi, con questa riforma, lo Stato perderebbe il controllo di una parte rilevante della spesa pubblica, dovendo intervenire più di quanto faccia ora, in caso di dissesto delle finanze regionali.

Secondo lo studio di Bankitalia, anche la produttività sarebbe penalizzata a causa del decentramento dei servizi e la moltiplicazione, per venti regioni, di funzioni identiche che farebbero perdere il vantaggio delle economie di scala, aumentando nel contempo le inefficienze.

Ancora una grande nebulosa, accompagnata da uno scetticismo di fondo di un Sud che non può dimenticare quanto accaduto all’indomani dell’Unità d’Italia.

Un passato che non passa

Non è il campanilismo ma la storia a raccontare che le regioni più ricche d’Italia, prima del 1860, erano la Campania, la Calabria e la Puglia che vantavano livelli di industrializzazione ai primi posti in Europa.

La più grande fabbrica metalmeccanica del Regno era Pietrarsa, fra Napoli e Portici, con oltre 1200 addetti. L’Ansaldo di Genova nello stesso periodo aveva solo 400 operai. Lo stabilimento napoletano produceva macchine a vapore, locomotive, motori navali, precedendo di 44 anni la Breda e la Fiat.

A Castellammare di Stabia, dalla fine del XVIII secolo, operavano i cantieri navali più importanti e tecnologicamente avanzati d’Italia. In questi cantieri fu allestita la prima nave a vapore, la Real Ferdinando, con quattro anni di anticipo rispetto al varo della prima nave a vapore inglese.

Da Castellammare di Stabia uscirono la prima nave a elica d’Italia e la prima nave in ferro.

E poi c’erano Calabria, Sicilia, Puglia, Basilicata, luoghi ricchissimi e industrializzati, poli di commercio internazionale e di ogni tipologia di industria all’avanguardia, da quella chimica a quella tessile, dall’agricoltura alle materie prime.

La Borsa più importante del regno era quella di Bari, la banca più importante era il Banco di Napoli.

La storia racconta che, una volta occupate le Due Sicilie, il governo di Torino iniziò lo smantellamento “sistematico” del tessuto industriale del Sud, rendendo quelle ricche terre le cosiddette “province meridionali”.

Pietrarsa, dove nel 1862 i bersaglieri compirono una strage di operai che si erano ribellati al padrone a cui fu affidata la fabbrica, iniziò il suo declino mentre nei cantieri di Castellammare furono licenziati in tronco 400 operai.

Da Torino arrivarono addetti che smontarono materialmente i macchinari presenti nelle fabbriche per ricollocarle al Nord.

La diffidenza, se c’è, forse è giustificata da una storia incredibilmente ingiusta e crudele che qualcuno ha cercato di nascondere o di raccontare in modo diverso.

In tutta questa nebbia però emerge un dato, diffuso dal primo rapporto dell’Osservatorio Economia e Società Napoli, in cui questa città risulta essere in crescita come mai prima d’ora. I numeri parlano di un tessuto di imprese “vivo e dinamico, seppure ancora frammentato, e un Pil cittadino in crescita costante malgrado il ‘sommerso’ che è ancora rilevante.”

Anche i dati dell’Istat hanno rilevato una crescita più intensa nel Mezzogiorno che per la prima volta dopo decenni traina l’intero Paese con un Pil dell’1,3%, rispetto a quello del Nord-Ovest fermo all’1%.

In termini occupazionali nel 2023 il Mezzogiorno è stata l’area che ha dato il contributo maggiore alla crescita, con un incremento degli occupati che ha raggiunto il 2,5%.

In questa nebbia Napoli brilla dei suoi meriti, della sua ostinazione, della sua bellezza che si è spesso tentato di sporcare con luoghi comuni e stereotipi.

Napoli balla da sola, e lo sa fare, e con i suoi movimenti incanta chi la conosce e non può che innamorarsene.

E se è vero che questa legge sull’Autonomia differenziata fa paura, forse alla bella Partenope un po’ meno, abituata com’è a cadere e rialzarsi, camminando a testa alta verso il centro della pista.

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