Batman: l’estetica camp di Joel Schumacher

Batman

Continua la marcia d’avvicinamento al film-evento The Batman, e ora tocca alla discussa run di Schumacher alla regia di Batman Forever e Batman e Robin

Batman associato al termine camp non è certo una novità, basti pensare all’interpretazione di Adam West. Nell’arte, è camp è l’uso deliberato, consapevole e sofisticato del kitsch nell’abbigliamento e negli atteggiamenti.

Potremmo, quindi pensare a qualcosa di – tutto sommato – raffinato. Ma no. Perché l’esperienza di Schumacher ha regalato delle situazioni e dei personaggi più propriamente kitsch – di pessimo gusto, dunque. Ma anche esilaranti, disturbanti ed eccentrici. Ciò che è certo è che abbiamo tra le mani una creatura differente dal Batman di Tim Burton.

NB. Nessun bat-capezzolo è stato maltrattato per la stesura di questo articolo.

Batman Forever, 1995

Il film risente senza dubbio di una fase di pre-produzione tutt’altro che semplice; basti pensare alla sceneggiatura che alterna situazioni caciarone, ridanciane e marcatamente camp con riflessioni improbabili sulla psicologia criminale, e sprazzi di tinte dark/horror nei flashback di Bruce Wayne.

Parlare, dunque, di una trama del film è estremamente difficile, o estremamente facile. Perché una vera e propria distensione narrativa non c’è. Ma non bisognerebbe neppure cercarla. Il film è un’accozzaglia di episodi dell’assurdo che si susseguono, in cui tutto è portato all’estremo.

Lo è il primo intervento di Batman, lo è la prima apparizione di Harvey Dent/Due Facce interpretato da Tommy Lee Jones; è esagerata la prima apparizione di Nicole Kidman come Chase Meridian, come lo è la prima conversazione con Bats e la relazione con Bruce Wayne.

Tutto mira all’eccesso smodato. Da Nicole Kidman che pare uscita da un soft-porn anni ’80, a Jim Carrey e Tommy Lee Jones che facevano gara a chi è più pazzo. E sul set, com’è noto, mal si sopportavano. O Val Kilmer che odiava la striminzita Bat-suit studiata per Keaton – il quale rinunciò al ruolo proprio all’ultimo.

Ma quello che le righe le ha stracciate e ampiamente superate è senza dubbio Jim Carrey come Edward Nigma. Un’interpretazione queer, eccentrica, sfavillante. Ed è in queste caratterizzazioni esagerate – eccezion fatta per l’anonimo Robin di Chris O’donnel – e sopra le righe che si risolve questo spettacolo circense che è Batman Forever.

Nel mezzo una Gotham in CGI palesemente posticcia, pronta a bearsi dei propri fenomeni da baraccone in costumi sgargianti, tra neon molesti e automobili tamarre. Un film-giocattolo che gronda di gadget e oggettini pronti a finire nelle camerette dei bambini.

Perché la fondamentale differenza tra la creatura di Burton e il palcoscenico di Schumacher è questa: un film che non si prende sul serio, volutamente esagerato, coscientemente camp, che vuole portare i bambini a comprarne il merchandising.

Batman e Robin, 1997

Tre cose:

  • i bat-capezzoli;
  • le ciabattone di Mr. Freeze;
  • la bat-carta di credito

Sono le cose più esilaranti, discusse, grottesche e assolutamente senza senso di un film che, va detto, non ha bisogno di averne. Anzi, non vuole averne. Ma che è migliore del precedente. Sì, nonostante le critiche impetuose che ha ricevuto; e, sì, nonostante decretò la morte del cinefumetto dell’epoca.

Un film migliore perché semplicemente offre qualche spunto migliore. Sono degne di nota alcune scene action e, va detto, anche la CGI qui non è invecchiata malissimo. Il trucco regala un Mr. Freeze molto iconografico, seppur esagerato, come d’altronde sono apprezzabili molte scenografie.

La stessa Gotham City è più equilibrata, il cyberpunk che si fonde con l’art déco del primo film viene inscenato meglio, e il risultato è una Gotham molto fumettistica ma anche pittoresca. Il cast è di quelli importanti: Arnold Schwarzenegger, Uma Thurman, Alicia Silverstone e George Clooney si aggiungono a Chris O’donnel e Michael Gough.

E proprio i villain forniscono qualche spunto interessante; su tutti Mr. Freeze che riesce ad essere un personaggio con un accenno di spessore introspettivo, grazie anche ad un’insospettabile ottima performance di Schwarzenegger.

Anche qui, il tono è schizofrenico: se la lettura camp è dominante, si alternano scene di puro pathos con un’interessante sotto-trama riguardante la salute di Alfred. Alcune inquadrature rubano l’occhio e, tutto sommato, qui una bozza di trama c’è.

Ma questo è tutto. Il resto è da buttare. Un Bat-clooney che, seppur migliore dell’algido Kilmer, non riesce ad essere iconico (nonostante alcune battute molto da Batman fedele al fumetto!). Un Robin insopportabile, in preda agli ormoni con una Batgirl anonima e superflua. Per non parlare di Bane che diventa “Flagello”!

E poi alcune trovate decisamente di cattivo gusto che, se le vedessimo oggi al cinema, ci sarebbe da ridere e da indignarsi:

  • Un’asta di donne, con Bats e Robin che avallano il tutto;
  • Un Bruce Wayne antiecologista in versione Donald Trump;
  • Un’improbabile discussione sul patriarcato grazie al nome Batgirl

Cosa resta della run di Schumacher

Resta poco. Decisamente poco. E menomale! Anche se, ma un Taika Waititi che dirige una pellicola con un intento simile? Forse no. Ma chissà…

Ambasciator