Better Call Saul: 5 motivi per cui lo spin-off su Saul Goodman supera Breaking Bad

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Da un paio di settimane, il series finale di Better Call Saul è in streaming su Netflix; a freddo, vediamo perché si tratta di un prodotto di altissimo livello

Better Call Saul: conviene chiamare Saul, ma conviene anche chiamare Vince Gilligan e fargli i complimenti.
Ehi, ciao Vince! troviamoci in un bel deserto nel New Mexico, uno di quelli fatti di cactus, sterpaglia arida come la sete e popolati da una specifica fauna selvatica, tipo professori di chimica, tizi duri e puri di qualche Cartello messicano e avvocati loquaci, sfrontati con tanta voglia di affermarsi“.

Non si fatica ad immaginare la risposta, probabilmente telegrafica, arida come il deserto di cui prima, in una parola: “Pollos”. Sì, perché l’universo narrativo nato con Breaking Bad, ampliato con Better Call Saul, ha tanto da dire, e lo dice pure, ma usa poche parole. Vero, ci sono le supercazzole-alla-Saul di cui il Conte Mascetti andrebbe fiero, oppure le digressioni etico-scientifiche di Walter White; ma nei momenti cruciali, essi si tingono il viso di un silenzio simbolico, netto, definitivo.

Diventa difficile, dunque, dare un giudizio oggettivo; a chi vuoi più bene, a mamma o a papà?
Breaking Bad ha rivoluzionato l’orizzonte vitale delle serie TV, come Lost qualche anno prima, e Twin Peaks e X-Files prima ancora. Ma Better Call Saul è riuscito ad andare oltre, a dare di più, ad affermarsi come prodotto mainstream, ma d’essai, di grande qualità; e vediamo perché.

1. diventare indipendenti

Se devi misurarti con chi ti ha creato, si corre il rischio di entrare in una crisi esistenziale: lo si chieda pure a Roy Batty di Blade Runner. Perché c’è la necessità di riconoscersi, ritrovarsi e affermarsi. Tre fasi che non vanno mai date per scontate. Il duo formato da Vince Gilligan e Peter Gould ha deciso di decostruire per riconoscersi: l’orizzonte di attesa dello spettatore viene sconvolto, perché trova tutto quel che non si aspettava di trovare.

Già, perché il Saul Goodman scene stealer di Breaking Bad, eccentrico e sfarzoso, fa posto ad un personaggio profondo, con una backstory semplice ma impronosticabile. L’obiettivo di riconoscere Saul Goodman in Jimmy McGill sembra impossibile da raggiungere; poi entra in aula, e ne riconosciamo l’ars oratoria. Ma perde spesso. Allora vediamo i suoi trucchi del mestiere per barcamenarsi in un mondo fatto di buoni poco onesti e di cattivi molto occulti.

Pe poi ritrovarsi perdendosi: chi mai avrebbe immaginato che Saul Goodman soffrisse l’ombra di un fratello così tanto retto e stoico che da esempio per Jimmy McGill, diventa conditio sine qua non per la realizzazione di Saul Goodman?

E alla fine si afferma, lentamente, con i suoi tempi. Saul Goodman compie il suo arco per concludere come Jimmy McGill. Ma non Sleepin’ Jimmy, chiude per quel che è: un buono che vuole essere onesto, ma che onesto non lo è mai stato. E, se anche sei un buono, la legge riserva comunque 86 anni di prigione; perché non sei stato onesto.

L’interpretazione di Bob Odenkirk è soltanto la ciliegina sulla torta di un personaggio scritto a dovere, che segue i suoi tempi e si sgancia da un cult delle serie TV, diventando egli stesso iconico, diventando di culto.

2. Kim Wexler

A memoria, non ricordo un personaggio migliore di Kim inserito in un universo pre-esistente. Kim Wexler è un capolavoro di scrittura, concezione e interpretazione. Rhea Seehorn è perfetta per il ruolo dell’avvocatessa giusta, incorruttibile ma imperscrutabile: il suo sguardo vacuo, ma determinato, non concede mai nessuna indicazione su quale sarà la sua prossima mossa.

Kim è dicotomica: è razionale, fredda, retta; ma è anche veemente a suo modo: il baratro in cui scende con Jimmy/Saul è una sua scelta, con lui si sente viva, si diverte, si sente a casa. Brutale ma angelica, determinata e pronta. Ma ha un limite. Il suo “breaking bad” non arriverà mai, perché si tira fuori dal delirio di Albuquerque. Va via, lasciando tanto di sé all’Inferno. Ma lo fa per una scelta morale. Sconta i suoi peccati sacrificando se stessa.

Sostiene Saul, aiuta Jimmy, abbandona entrambi. Ma è anche il motivo per cui il personaggio di Odenkirk ha ragione d’esistere. Per lei si muove, per lei si sacrifica. Una femme fatale originale e indipendente, l’anti-Skyler White: non si sente vittima di chi ama, ma complice; in quanto tale è pronta a prendersi le sue responsabilità.

Per poi finire come tutto era iniziato: una sigaretta, una parete, poche parole.

3. Mike Ehrmantraut

Il burbero factotum di Gus Fring, analitico e algido, di buon cuore ma disilluso, deluso da se stesso e dalla sua vita, che vive soltanto per garantire un futuro alla sua nipotina. In Better Call Saul, Mike è molto presente. Scopriamo cosa lo ha reso così freddo. Ne scopriamo perfino i rimpiante.

Mike condivide con Saul quello che, probabilmente, è il miglior episodio della serie: l’ottavo della quinta stagione, “Portantino”. Ma regala anche rapporti insospettabili con Werner, l’ingegnere tedesco che costruisce il futuro laboratorio di Walter White e Jesse Pinkman.

E non si può non citare la costruzione del rapporto con Gus Fring: da dipendente mai subordinato. Mike è un uomo corrotto, è vero. Che non ha soluzioni o assoluzioni, né le cerca. Accetta stoicamente il suo destino, ma cerca sempre la via giusta. Anche lui è un buono, ma non è onesto: come Kim e Saul, ognuno è corrotto a modo suo.

4. Lalo Salamanca

L’inquietante sorriso ispanico. Il sorriso sotto il baffo ha qualcosa del Joker. Il villain migliore dell’universo narrativo di Albuquerque. Non è un buono, non è onesto e non gliene frega. Il suo personaggio non è tridimensionale, non ha una back story raccontata, né un motivo di agire così profondo: ma è inquietante.

Ogni storyline che lo coinvolge, ogni scena in cui compare, ogni sguardo che concentra: fa paura. Ed è un personaggio fondamentale per la serie: per Kim, per Saul, per Gus. Quindi anche per Breaking Bad. Senza Lalo il legal drama faceva fatica a sfociare nel noir più prossimo al canone di Gilligan.

5. Nacho Varga e papà

Il rapporto padre-figlio tra i due ispanici regala a Better Call Saul alcuni dei momenti più intensi della serie TV. Nacho è il classico ragazzo che, come sintetizza perentoriamente Mike, ha “[…] stretto i legami sbagliati con persone sbagliate”. Scelte che portano a conseguenze. E fa di tutto per redimersi, riuscendo in parte.

Il papà di Nacho è una delle persone più positive di questo micro-cosmo narrativo: ha sempre la parola buona per il figlio, ed è realmente fuori da ogni contesto – mentale o situazionale – malavitoso. E la chiosa finale del suo personaggio ne è l’esempio: “siete tutti uguali, voi del cartello”. Così dice a Mike, un altro padre che ha perso un figlio. Un padre che parla di giustizia, Mike, ma che non sa più cosa sia. Mentre il signor Varga lo sa bene, e vive i dolori collaterali di chi non lo sa.

Better Call Saul: un esperimento che ha funzionato alla grande

Better Call Saul ha tanti meriti. I cinque presentati sono soltanto i migliori. Come detto nell’introduzione, ha il grande merito di essere una serie TV indipendente da Breaking Bad, e non era affatto facile esserlo. Dal punto di vista meramente tecnico, regia, fotografia e montaggio regalano delle vere e proprie gioie per gli occhi. Ha, inoltre, il grande pregio di non scadere nel più becero dei fan-service: anzi, l’introduzione di personaggi e luoghi cari ai fan è elegante, raffinato, liscio.

La sensazione di volerne ancora resta. Di volerne sapere di più, sempre. E forse qualche spiraglio c’è, anche se Vince Gilligan non è dello stesso avviso. E avrà sicuramente ragione lui. Ma se qualcosa Better Call Saul ci vuole insegnare è che la speranza non muore mai. C’è sempre redenzione. A meno che non ci si trovi ad Albuquerque: lì è proprio impossibile redimersi.

Ambasciator