Biennale di Venezia 2021: una cosa divertente che vorrei rifare

Biennale di Venezia

La Biennale di Venezia 2021 si consegna agli archivi, riviviamola passo per passo con un reportage

La Biennale di Venezia si affaccia tra le cornici marcapiano del palazzo gotico Ca’ Giustinian, affacciato sul Canal Grande, nel sestiere San Marco. Il gracchiante molo, è invaso da orde di fotografi mendicanti di scatti, giornalisti alla ricerca di parole distillate da star del cinema molto narcisiste e poco loquaci, nonostante enormi e finti sorrisi luccicanti. Un enorme striscione pubblicitario dal font bianco su fondo rosso recita “La Biennale di Venezia” e, una volta collegato, ho capito di essere nel posto giusto.

1 settembre: day one

Ho visto circa 50 attrici diverse, alcune di esse hanno cambiato l’abito nei diversi avvistamenti. Sono stato ammaliato dal Versace indossato da una splendida Jessica Chastain, rubato dal carisma irresistibile di Serena Rossi, colpito dalla semplicità in Chanel di Penélope Cruz, nauseato dalla sovrabbondanza esotica di Jennifer Lopez. Ho atteso Timothée Chalamet e ho visto un invecchiato (bene) Javier Bardem.

Ho realizzato che ci sono tre giurie internazionali diverse, e sono stato colpito dalla presenza di Bong Joon Ho – nella giuria Venezia 78 – ed ero molto curioso di capire a chi avrebbe dato il Leone d’Oro. Alle ore 16 ho visto “Les Promesses” di Thomas Kruithof e credo non sarebbe piaciuto a Carmelo Bene, ma posso dire che di certo non è piaciuto a me – mi annoiano i film che si interrogano di etica politica.

Nel frattempo si sono alternate tante star in fugaci comparsate tra i molti flash che mi hanno fatto pensare a La dolce vita. Alle 19 circa c’è stato un noioso intervento di Roberto Benigni che dedica il Leone d’Oro a sua moglie e si esibisce nel solito sproloquio politico rivolgendosi a Sergio Mattarella. Proprio quest’ultimo arriva e gli viene tributata una (non so quanto) sentita standing ovation.

Nella Sala Grande del Palazzo del Cinema viene proiettato “Madres Paralelas” di Pedro Almodovar. Sono stato coinvolto da un film-molto-da-Almodovar, giunto ormai ad una maturazione pienissima, con una Penélope Cruz a suo agio in un melodramma che vede due donne condividere una stanza d’ospedale nel quale stanno per partorire. Film epurato da uomini, ma arricchito da riferimenti storici e politici. Niente male come inizio.

2 settembre: “E’ stata la mano di Dio”

Sul red carpet sfila Paolo Sorrentino con quegli aspetti irrilevanti che suggeriscono che sta andando a “fare dei servizi”. Ma è in compagnia di Luisa Ranieri e Toni Servillo, quindi mi suggerisce l’idea che sarà la sua serata. Toni ha il solito sorriso da “zio napoletano” che viene a trovarti di domenica in polo e chino comodi. Luisa rispetta alla grande il cliché del buon vino che migliora invecchiando.

Sono stato impressionato da “The power of the Dog”, che precede il film di Sorrentino, di Jane Campion con Kirsten Dunst e Benedict Cumberbatch. Quanto è bravo l’inglese che, con quegli zigomi taglienti, porta sul grande schermo un feroce figlio di puttana omofobo, razzista, sadico e terrificante. Un western che pare la versione più cattiva di Brokeback Mountain? Forse no, lo avvicina in tematiche ma è più sprezzante negli stilemi.

Mi sono annoiato durante la premiazione di Pietro Coccia e ho assistito ancora alle star sorridenti sul red carpet. Ho notato la pubblicità del Campari e me n’è venuta voglia. Mi sono chiesto com’è possibile che Cumberbatch sia stato preso in considerazione per un western e poi mi sono ricordato che è stato davvero eccezionale

Mi sono fatto un giro a Napoli e ho navigato in un mare di nostalgia e misticismo romantico durante È stata la mano di Dio. Diego Maradona diventa messaggio e metafora della passione che Sorrentino nutre verso casa sua, Napoli. Sono stato sorpreso dall’assenza di una musica originale, e colpito dalla contraddizione nata dal fatto che il protagonista è sempre dotato di walkman. Ho pensato di aver visto due grandi film nel secondo giorno della Biennale di Venezia.

Dal 3 all’8: tra le Dune

Dopo nove minuti di applausi per Sorrentino (durante i quali ho pensato “ma non faranno male le mani?”), tocca a Denis Villeneuve con “Dune”. Arriva sul red carpet con tutto il variegato cast che disegna una bisettrice che va dai boomer alla Z-generation. Ma prima tocca a “The Lost Daughter” di Maggie Gyllenhaal. Film che non mi ha per niente annoiato, tratto dal romanzo di Elena Ferrante. Poi sono stato innamorato per una ventina di minuti di Kristen Stewart.

Mi sono annoiato durante “Luna piena” di Isabella Torre, sono stato sorpreso da Alessandro Borghi in “Californie” (e ho pensato, beh, forse non è così male come credevo), e ho apprezzato “Mondocane” di Alessandro Celli.
Sono stato colpito nuovamente da Penélope Cruz in “Competencia oficial” di Duprat e Cohn. Ho atteso la miniserie remake del capolavoro di Ingmar Bergman “Scenes from a marriage” con le effusioni tra Chastain e Isaac (e ho invidiato quest’ultimo)

Arriva Tim Roth che recita in un ostinato e contrario film di Michel Franco, “Sundown”. Ho adorato il classicismo di “Illusions perdues” di Xavier Giannoli, gli echi balzachiani e le riflessioni filosofiche. Sono stato molto deluso e poco divertito da “Mona Lisa and The Blood Moon” che aveva tutte le carte in regola per essere un divertente b-movie, ma si è perso in un’inconsistenza poco originale e neppure tanto citazionistica.

Ho atteso “L’evenement” di Audrey Diwan tratto dall’omonimo romanzo Annie Ernaux. Mi sono annoiato durante “La Caja” di Vigas e ho pensato che il rapporto padre-figlio è un concetto quantomeno vintage. Ho ritrovato un monumentale Toni Servillo in “Qui rido io” di Mario Martone e ho sperato (e spero ancora) che lo spettacolo sia in grado di esorcizzare il tempo. C’è stato un breve (e inaspettato a questo punto) tributo a Raffaella Carrà.

Dal 9 all’11

Sono stato divertito dal decadentismo urbano in “Freaks out” di Gabriele Mainetti con Claudio Santamaria. Arrivano i fratelli D’Innocenzo con “America latina” e mi sono sentito molto scomodo nel guardarlo; credevo fosse il divano e, invece, è proprio il film dei due fratelli che ti pone di fronte ad un’esistenza trascinata. Sono stato coinvolto nel nichilismo distruttivo di Nic in “Lovely boy” di Francesco Lettieri e mi sono annoiato con “The last duel” di Ridley Scott.

Mi sono commosso durante il documentario su Ennio Morricone e ho ripensato alle sue produzioni. Ho sempre pensato che il mestiere del compositore fosse molto particolare, se non altro perché dice così tante cose senza pronunciare neanche una parola. Ho canticchiato durante il corto “DEANDRÉ#DEANDRÉ. Storia di un impiegato” e ho pensato che al Faber tutta questa gente, forse, non sarebbe piaciuta.

The end

Una cosa divertente che vorrei rifare. Perché? Ho visto più di venti film in una settimana, e non mi capitava da tempo. Sono tornato agli anni delle superiori con una genuina spensieratezza cinematografica. Mi sono annoiato il giusto, e serve annoiarsi. Senza la noia come potremmo apprezzare il resto? Bisogna rispettare la propria noia.

Sono stato travolto dall’esuberanza eccentrica di molti attori, registi, personaggi dello spettacolo. L’intera manifestazione è impostata in una barocca rappresentazione del “vivere bene” di quel comparto dissociato della società che è il mondo dello spettacolo. E, infatti, lo chiamiamo come se fosse un mondo a parte.

Ho perso dieci possibili uscite, qualche aperitivo, e forse qualche bel film che passava in TV. Gli inviati a Venezia mi avevano profilato una depressione cosmica da rientro nel mondo normale (e non reale, sia chiaro) ma dopo dieci giorni di assoluta perdizione cinematografica, sono contento di essere tornato. Posto che spero di restarci il meno possibile.

Minuto 2.09

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.