Boris 4: recensione senza spoiler della nuova stagione in streaming su Disney+

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Boris 4 è su Disney+, torna la troupe cult della serie TV italiana, con nuovi elementi e tanti graditi ritorni

Boris 4 è arrivato su Disney+. Ad un anno dall’annuncio, imprevisto ma non impronosticabile, torna René Ferretti con la sua improbabile troupe di attori, sceneggiatori, macchinisti e fotografi. E, sì, ci era mancato. Anche con un po’ di timore, va detto.

Le prime 3 stagioni di Boris sono diventate un fenomeno di costume, un’industria memetica ante litteram, capace di penetrare il tessuto social(e) come nessun’altra serie italiana aveva mai fatto (e farà?); e come aveva fatto? “A cazzo de cane“. O quasi. Perché gli ascolti erano tutt’altro che esaltanti.

La pirateria ha reso virale il culto di Occhi del cuore, dell‘essere molto italiani, delle soluzioni rapide con F4 e con il genio della semplicità. E la sua fortuna è dovuta all’ironia tagliente, lo sguardo disilluso di chi guarda al mondo dello spettacolo con la vecchia arte dell’arrangiarsi e della sempiterna voglia di sopravvivere. Nonostante tutto. E Boris è riuscito a fare ben altro che sopravvivere: è diventato immortale.

Boris 4: com’è andata?

Il timore generato da un sequel fuori tempo massimo è quello che accomuna Boris a tante altre produzioni degli ultimi anni. Per una serie TV che, come detto, deve tanto del suo successo all’irriverenza con cui guarda ai cliché consolidati nel mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento, il timore che possa rivelarsi un flop si ingigantisce.

Ma di carne sul fuoco, nel panorama odierno dello spettacolo, ce n’è eccome. Tra Boris 3 e Boris 4 è successo che sono arrivate le piattaforme streaming: non c’è più la rete del dr. Cane, non ci sono più gli uffici claustrofobici in cui si attende la decisione se girare o meno la “puntata dell’attentato”. No more sceneggiature “der Machiavelli”.

Ora ci sono le green light, le conference call, gli americani che “fanno gli americani senza soldi”. Ci sono i ghost dei personaggi, i corsi comportamentali, l’ucronia (ops, l’authenticity), l’inclusività, la diversificazione operativa. E il ritorno al classico. Che più classico non si può: si torna a Gesù, senza pacchetti azionari e trame ordite dal perfido dottor Randelli.

E come può la serie confrontarsi con tutti questi elementi, con tante novità e con situazioni narrative completamente nuove? Con una rivoluzione regressiva, molto italiana e assolutamente originale: si ripropone l’ironia più classica del repertorio creato dal micro-cosmo di Boris. Nonostante sia venuta a mancare la mente creatrice del prodotto, Mattia Torre.

Perché Boris si reinventa per restare se stesso. Perché Francesco Pannofino, imbolsito e incanutito, è lo stesso René Ferretti che abbiamo trovato. Perché Pietro Sermonti è ancora lo stesso Stanis La Rochelle, pur con qualche capello in meno in testa e più d’uno in viso.

E, narrativamente, la serie riesce a portare avanti un doppio filo narrativo e, oserei dire, metaforico, con quanto avviene davanti alla macchina da presa e con quanto avviene dietro (che poi è davanti a quella vera, che è ancora più dietro, insomma, ci siamo capiti: metanarrativa la chiamano, quelli bravi).

Disney+ è anche un crash test per gli sceneggiatori: fin dove spingersi? Come riproporre alcune delle situazioni narrative che hanno reso il vecchio Boris un cult? Come riuscire a non tradire un fandom che, probabilmente, e giustamente, è molto esigente?

Boris 4 gioca con il consentito, con il censurabile e con “l’accettabile” in una società irrimediabilmente diversa e un target che, probabilmente, non è voluto crescere da quell’ultima stagione di più di dieci anni fa: perché, fondamentalmente, non vedeva l’ora di ritrovarsi in un set cinematografico con una troupe sgangherata che fa stampare un sorriso amaro, gradito, ma pur sempre amaro.

Perché Boris ci assolve dai nostri mali, e ci è mancato. Non vedevamo l’ora di riaverlo. Con un sorriso. Ma anche perché Boris 4 nel suo essere tagliente, ironico, un po’ camp, ha un modo tutto suo di elaborare un lutto e, sempre a modo suo, ha un profondo respiro poetico che alla fine della visione ti fa dire “grazie”.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.

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