Cam Museum di Casoria: un’anomalia tutta italiana

cam

Riconosciuto all’estero vanta la partecipazione alla Biennale di Venezia, il Cam Museum di Casoria è un’anomalia tutta italiana

Fondato nel 2003 su progetto del Comune di Casoria e della Regione Campania il Museo; nonostante sia riconosciuto in termini internazionali ed in quindici anni d’attività sia stato sotto “l’occhio attento dell’estero” su testate giornalistiche e reti televisive (CNN per citarne solo una), è caduto pian piano nel “dimenticatoio” in un disinteresse collettivo imbarazzante.

Ci si chiede come mai, in Italia, una realtà come questa debba quasi “elemosinare” l’attenzione a l’aiuto concreto per poter valorizzare, tutelare e preservare il patrimonio artistico culturale italiano (nel caso del Cam, contemporaneo).

Se poi ci si sofferma a pensare che da quella richiesta, nel febbraio 2011, di asilo politico-culturale in Germania da parte del direttore Manfredi (negata) -che portò come forma di protesta il bruciare e coprire le opere d’arte del Museo-, non è pressappoco cambiato nulla per quanto riguarda l’immobilismo istituzionale; questa vicenda risulta un dato che urla le condizioni in cui versa il “discorso cultura” nel nostro Paese.

Dal periodo di lockdown ad oggi però, qualcosa è cambiato grazie alla voglia concreta e alla passione per il proprio mestiere (una vera e propria vocazione) di volontari, stagisti, associazioni del terzo settore

Ne abbiamo parlato proprio con il direttore del Cam: dott. Antonio Manfredi.

Moltissimi non conoscono ancora la realtà ed il patrimonio artistico del Cam. Dunque cosa rappresenta il Cam Museum per l’Italia; quali attività sono state svolte e si svolgono e soprattutto quali opere ad oggi sono presenti in mostra?

Il Cam Museum rappresenta una grandissima risorsa per quanto riguarda lo studio dell’arte contemporanea in Italia.

Come museo ha un patrimonio artistico immenso frutto di oltre quindici anni di attività tra mostre, workshop ed attività didattica museale che ha portato il Cam a possedere una collezione artistica che si aggira intorno alle 2000 opere.

Inoltre il Cam è una grande fucina aperta agli artisti; ma anche alla contaminazione e alla commissione di altre forme d’arte come la musica, il teatro contemporaneo, aperitivi culturali, reading letterari e così via.

Attualmente in mostra vi è un percorso allestitivo composto da alcuni pezzi di inestimabile valore e cerchiamo soprattutto di renderlo fruibile attraverso il sito museale.

Sotto questo punto di vista, ci teniamo fortemente ad avere un sito aggiornatissimo per permetterne lo studio, le informazioni ed una visione seppur virtuale delle opere presenti al Cam.

Ovviamente, fortemente incentivati da questo periodo di difficoltà per quanto riguarda la fruizione fisica.

In quello che potremmo definire il secolo della sovrabbondanza di senso, nel bombardamento visivo in che modo un museo (in particolare un museo che si muove nel contemporaneo) può agire per “fare e portare arte”?

Io credo che un museo non debba mettersi in un’ottica di competizione con quello che a tutti gli effetti è; un secolo proiettato verso un linguaggio quasi del tutto visivo.

Quello che un museo deve fare nel momento in cui decide di “agire”, soprattutto un museo contemporaneo, è quello di trasmettere un messaggio ben preciso; attraverso le opere e gli artisti che in qualche modo rappresenta.

Deve cioè fare “propri” i mezzi tecnologici di oggi; con tutta una serie di nuovi strumenti e professionalità del settore, per diffondere il Bello, la cultura in senso lato.

Per poterlo fare, bisogna essere dinamici ed aperti alle nuove forme di comunicazione, ma senza snaturare l’obiettivo per cui un museo “è in rete”: quello di diffondere l’arte “arrivando” anche ad una fetta di fruitori che difficilmente si riesce a “portare” negli spazi museali.

Una filosofia che poi è quella del Cam; che attraverso l’online e le attività in sede vuole diffondere il patrimonio artistico cercando di coinvolgere il territorio in cui si trova ad operare.

Sta facendo molto discutere l’ultima trovata del Museo di Capodimonte a Napoli e la realizzazione da parte di un cantante neomelodico napoletano di ambientare il videoclip del suo singolo all’interno di alcune sale che ospitano alcune opere di Caravaggio. Cosa ne pensa come direttore di un museo di questa tipologia di operazioni?

Senza dubbio molti musei cercano, attraverso una serie di operazioni come quelle che abbiamo visto negli anni (si pensi al Louvre di Parigi che ha ospitato Beyoncé; ma anche operazioni quali “una notte al museo” di una decina d’anni fa, che dava la possibilità di pernottare all’interno degli ambienti museali -ovviamente con tutte le cautele del caso-), di attirare pubblico e fruitori che sono in realtà lontani dalle realtà museali.

Vede io da quel punto di vista non mi scandalizzerei, né sento di esprimermi negativamente sulla scelta del Museo di Capodimonte.

Nel nostro piccolo, non invitando neomelodici, anche noi siamo aperti a questo tipo di operazioni che comunque non è nuova nell’ambiente; ospitare musicisti, aprire a visite suggestive notturne ecc.

Anche perché i musei non possono essere solo dei simulacri di opere, devono anche essere vivi e vegeti; spazi che respirano e cooperano come corpo alla vita di chi fruisce d’arte.

Evidentemente dietro la scelta del Museo di Capodimonte c’è stata una linea ben precisa e degli obiettivi che non ci è dato sapere, ma che non volevano essere sicuramente quello di esporre al pubblico delle opere di Caravaggio che “parlano da sé”, o un patrimonio come quello di Capodimonte riconosciuto in Italia e nel mondo.

Nel discorso politico sta emergendo in maniera sempre più prepotente riporre nuovamente attenzione sulle province e zone di periferia delle grandi città italiane utilizzando il “mezzo artistico” (si è scelto di puntare sulla Street Art). In questo discorso pare però non essere incluse realtà museali di provincia; esse là dove esistano e resistano (anche in vista del periodo complesso legato alla pandemia), restano ancora una volta ai margini.
Com’è “fare cultura in provincia” e che tipologia di rete possiamo sviluppare affinché non capitino più anomalie come quelle del Cam in Italia?

Nel caso che riguarda la Street Art, noi del Cam siamo stati in questo anticipatori dei tempi con una rassegna internazionale nel 2004, quando si iniziava a ragionare su quale ricchezza potesse essere la Street Art, e dunque gli artisti di quello che oggi è un vero e proprio movimento artistico, per riqualificare o portare all’attenzione territori meno frequentati delle grandi città nel contesto Europeo (es. come la Germania).

Per quanto riguarda il discorso politico che ci vede ancora una volta spinti ai margini, ne siamo profondamente rattristati; poiché realtà museali come la nostra potrebbero giovare ed essere una enorme risorsa per un territorio come Casoria, Campania e l’Italia.

Purtroppo la realtà territoriale amministrativa in cui ci troviamo a vivere come museo, è drammatica.

Le amministrazioni successive a quella che ha cooperato alla realizzazione del museo stesso, sono state assenti e ad oggi le cose sono andate peggiorando.

Siamo senza alcuna sovvenzione né aiuti economici pubblici che sostengano un lavoro museale.

Risulta poi molto complesso per il museo riuscire a fare rete con realtà del terzo settore; come fondazioni ed associazioni senza il collante rappresentato da una amministrazione lungimirante che a ha cuore la ricchezza culturale territoriale.

Ecco, se dovessi dire cosa manca in primis, è il modo di amministrare con cultura un territorio.

Detto questo siamo comunque poco propensi ad arrenderci restando ai margini.

Siamo una realtà museale che ha ad esempio una Sala Saviano dedicata a tutto il discorso della criminalità organizzata. Lasciarci soli, alla mercé di attacchi da ogni fronte, è una denuncia che noi del Cam continueremo a fare.

Nel settore museale si sta discutendo molto sulla concreta possibilità di incrementare la presenza dei musei nell’online attraverso visite virtuali sempre più accattivanti e suggestive; corsi e convegni di approfondimento professionale. Inoltre, questi sono stati mesi dedicati anche alla riflessione sul dato che riguarda il rapporto pubblico/museo e sul lavoro che c’è da fare per far si che un museo sia sempre più vicino al pubblico ed al territorio in cui si trova ad operare. Come ci si confronta con queste nuove sfide soprattutto in realtà come quelle museali del Cam?

Come detto rispondendo ad un’altra delle sue domande, noi abbiamo in questo senso una profonda attenzione nei confronti del territorio in cui ci troviamo ad agire; all’attenzione verso delle attività didattiche museali (non solo attraverso la collaborazione con le scuole del territorio), per far sì che il museo sia sempre più vicino al pubblico che fruisce delle opere. Soprattutto per permettere alle fasce d’età più sensibili ad avere modo di fruire del Bello e non solo delle brutture quotidiane a cui siamo abituati.

Abbiamo sempre svolto attività in tal senso e continueremo a farlo, nonostante le enormi difficoltà elencate che si appesantiscono con questo ultimo periodo. Detto ciò, per quanto riguarda l’incremento della presenza dei musei nell’online, questo ha spinto a tantissime nuove e stimolanti possibilità di intervento (siamo molto attivi su Instagram ad esempio). Purtroppo per noi del Cam risulta complesso poter sostenere i costi di una tale operazione, come appunto visite virtuali agli ambienti; dal momento in cui abbiamo una seria difficoltà legata ai fondi e all’essere stati lasciati soli dalla rete istituzionale che dovrebbe invece sostenere il Cam.

Per una realtà così complessa, già in partenza potersi proiettare verso queste nuove sfide lanciate dal 21esimo secolo risulta difficile, ma comunque fondamentale.

Nel nostro piccolo e con le nostre forze, abbiamo sempre cercato di realizzare qualcosa in tal senso. Sul nostro sito si può trovare la sezione VirtualCam nella quale ci sono visite strutturate in questo modo; ma sono rare e molto poche rispetto a come vorremmo che fossero.

Come direttore, scoraggiato dall’assenza delle reti istituzionali, ha trovato nuova linfa vitale attraverso la passione e la voglia “raccontare” il patrimonio artistico italiano dei volontari e tirocinanti; che ad oggi rappresentano il personale del museo. Cosa direbbe a questa nuova generazione di giovani che hanno tutta l’intenzione di lavorare nel mondo della cultura?

Come direttore e poi come semplice fruitore d’arte e cultura, direi senz’altro di non arrendersi né scoraggiarsi; poiché sembrerà banale e scontato dire che il presente più che il futuro siete voi giovani.

Una nuova generazione di dirigenti e professionisti che andranno a lavorare nel mondo cultura. In tal senso auguro loro di essere una rottura con “il vecchio”.

Che possano essere dei liberi professionisti lungimiranti, appassionati e competenti come quelli che ho avuto la fortuna di ospitare qui al Cam. Una risorsa preziosissima.

Mi sentirei di dire inoltre a quei giovani che invece sono semplici appassionati e che non vogliono intraprendere questo tipo di carriera, di venire a trovarci; di abitare gli spazi museali sentendosi a casa, accolti.

Spazi nei quali dare libero sfogo alla libertà espressiva immaginifica che purtroppo si sta affievolendo.

stefano-popolo

A title

Image Box text

STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.