Cannelora, estate dinto vierno fora

Cannelora, estate dinto vierno fora

Il 2 febbraio a Napoli si onora la Madonna Bruna tra tradizioni sacre e riti pagani. La Cannelora è infatti un rito molto antico

Nel giorno della Candelora, il 2 febbraio, i cristiani celebrano la presentazione al Tempio di Gesù avvenuta 40 giorni dopo Natale. La presentazione dei bambini alla comunità ai tempi di Cristo, avveniva ad un mese e dieci giorni dalla nascita perché in quel lasso di giorni si compiva la purificazione delle donne che avevano partorito.

Come prevedeva la legge giudaica, dunque, Maria si recò al Tempio di Gerusalemme per offrire il suo primogenito e compiere il rito legale della purificazione. Nei libri sacri è scritto che in quell’occasione San Simeone il Vecchio riconobbe Gesù di Nazareth come Messia e affermò che sarebbe stato la “luce per illuminare le genti”.

Nasce da questo episodio la tradizione di benedire, nel giorno della Candelora, delle candele da distribuire ai fedeli affinché quella luce li protegga.

La Candelora (anche nota come Cannelora) a livello popolare è legata anche ai pronostici meteorologici. Il 2 febbraio si osservano le condizioni atmosferiche della giornata per sapere se l’inverno finirà presto oppure il freddo si inoltrerà anche in primavera. Neve, pioggia e temperature basse ne presagiscono la fine imminente mentre il sole e le temperature miti indicano che l’inverno durerà ancora a lungo.

In ogni caso questo giorno segna il declino dell’inverno e una sorta di conto alla rovescia per l’arrivo dell’estate. Da qui il detto “Cannelora, estate dinto, vierno fora”, che significa “Candelora, entra l’estate ed esce l’inverno”.

La Candelora e il pellegrinaggio a Montevergine

Nel giorno della Candelora durante il Cinquecento, Napoli si riempiva di candele, torce e luci di tutti i colori. Una tradizione che è quasi del tutto scomparsa se non nelle famiglie in cui gli anziani continuano il rito.  

Una tradizione che invece resiste nel tempo è quella del pellegrinaggio dei fedeli al santuario irpino di Montevergine.

L’origine del pellegrinaggio cristiano a Montevergine risale a tempi antichissimi. Guglielmo da Vercelli, poi divenuto santo, fondò la chiesa dedicata alla Vergine Maria sul monte Partenio. La sua fede in vita ed i miracoli che gli furono attribuiti dopo la morte, spinsero tanti fedeli ad inerpicarsi sul versante della montagna per raggiungere quello che diventò il santuario dedicato alla Madonna Bruna.

Le testimonianze storiche di pellegrinaggi a Montevergine appaiono già in un documento del 1139, in cui c’è scritto che i fedeli si recavano alla chiesa di S. Maria di Montevergine per “invocare la misericordia di Dio e il perdono degli innumerevoli peccati”.

A Montevergine, dunque iniziarono a recarsi tutti, dai più umili ai grandi sovrani. La devozione popolare per la Madonna di Montevergine è cresciuta sempre di più, sentita dalla popolazione campana ma anche nel resto dell’Italia Meridionale.

Per arrivare al santuario in cima alla montagna, alta oltre 1200 metri, ci vogliono più di due ore di cammino, alleggerito da tammurriate e canti che accompagnano i pellegrini lungo tutto il percorso.

I devoti che percorrono il Sentiero dei Pellegrini, si imbattono nella Cappella dello Scalzatoio, dove alcuni fedeli lasciano ancora oggi le proprie calzature per proseguire fino al Santuario a piedi scalzi per devozione alla Madonna. Avvicinandosi al santuario si incontra il Trono della Madonna, una grande roccia che, secondo la tradizione, ha fatto da sedia alla Vergine Maria che saliva al Partenio. Il sentiero prosegue poi fino al Tiglio Sacro e più avanti ancora alle Stazioni della Via Crucis. Il lungo cammino culmina in una festa gioiosa all’arrivo sul sagrato del santuario, momento in cui si benedicono e si accendono le candele.

I femminielli

A rendere ancora più caratteristico il pellegrinaggio è la cosiddetta “Juta dei femminielli a Montevergine”, il pellegrinaggio degli omossessuali dalla Madonna, sospeso tra religiosità e paganesimo, rito che si compie da più di otto secoli.

Secondo una leggenda, nel 1256, a causa di uno scandalo, due amanti omosessuali furono banditi dal loro paese, legati a un albero sulla montagna e condannati a morire di stenti. La Madonna ebbe pietà di loro e li salvò scaldandoli con la sua luce. Nasce così la devozione della comunità gay per la Madonna Bruna “Colei che tutto concede e tutto perdona…”.

Ancora una volta sacro e profano in questa terra si uniscono e trovano un equilibrio in cui nessuno dei due disturba l’altro.

Succede così che risalendo il fianco della montagna si incontrano donne, uomini, bambini e anziani con lo sguardo rivolto verso la vetta, dove la Madonna Bruna li aspetta per accogliere le loro preghiere ed esaudire i loro desideri, mentre il silenzio di quel luogo incontaminato viene rotto dai passi dei fedeli e dal canto per Mamma Schiavona:

Simmo iuti e simmo venuti

E quanta grazie c’avimmo avute

Chi vo’ grazia ‘a Mamma Schiavona

Ca sagliesse lu muntagnone

‘O muntagnone stammo saglienno

E quanta grazie ca stammo avendo

Che bell’uocchie tena ‘a Madonna

Ca me pereno doje stelle

Doje stelle illuminate

Vergine bella, ma riguardate

Statte bona, Madonna mia

L’anno che vene turnammo a venì”.

Il dolce tipico

A Napoli, città dove le tradizioni sacre o profane che siano trovano sempre un corrispettivo a tavola, anche la Candelora ha una sua squisita tipicità.  Si tratta del migliaccio, un dolce a base di uova, semola, latte e canditi preparato dalle suore del monastero di Santa Rosa, a Conca dei Marini, nel 1600.

Le famiglie napoletane lo preparano durante tutto l’anno ma, cadendo la celebrazione della Candelora il 2 febbraio in concomitanza con il periodo di Carnevale, il dolce è spesso proposto insieme a chiacchiere, sanguinaccio, graffe e castagnole.

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