La violenza nelle carceri italiane: dal G8 di Genova ad oggi

carceri italiane

Nei giorni in cui ricorrono i vent’anni dei pestaggi di Genova, il tema della violenza nelle carceri italiane è ancora triste realtà

Durante il G8 di Genova, avvenuto nel 2001, la caserma di Bolzaneto fu trasformata in un carcere provvisorio. Tuttavia, per i carcerati, la vita dietro le sbarre della caserma divenne il loro inferno, a causa delle brutalità che da sempre dilagano nelle carceri italiane. Si parla di torture ed abusi che hanno lasciato i segni, fisici e psicologici, sui detenuti. Si va dal “corridoio umano” dove il solo passaggio significava venir percossi fino ad avere le ossa rotte, al negare le cure – a volte necessarie per ricucire le ferite causate dalle stesse guardie carcerarie – agli abusi verbali sulle prigioniere, spesso costrette a restare nude in una stanza piena di uomini. Insomma, una brutalità degna dei gironi più profondi dell’inferno.

La brutalità continua: gli abusi nelle carceri odierne

Ancora oggi si parla di guardie che percuotono i detenuti, li minacciano e li insultano, ma dopo vent’anni dal G8 l’Italia sembra ancora fare orecchie da mercante. Un regime del terrore, dunque, quello che vige nelle carceri italiane tra detenuti percossi per aver semplicemente rivolto la parola ai loro compagni e carcerate minacciate di stupro. Uno dei più recenti esempi di come la brutalità delle carceri sia all’ordine del giorno è di certo la “mattanza” di Santa Maria Capua Vetere, che ha visto centinaia di detenuti percossi “come vitelli” dalle guardie, in seguito ad una rivolta causata dalle preoccupazioni in merito all’emergenza sanitaria dettata dal coronavirus.

A proposito di Coronavirus

L’esistenza del virus con il quale conviviamo da ormai due anni non ha di certo messo freno alla brutalità delle carceri italiane. Anzi, in certi casi è anche diventato una sorta di pretesto. Certo, quando i carcerati diventano riottosi è normale che si prendano provvedimenti, ma non si può neanche dare torto ai detenuti costretti a vivere in una situazione di sovraffollamento. Detenuti che, per giunta, si sono anche visti privati del loro regolare (e regolamentare) incontro con i familiari. Durante una crisi del genere non è sicuramente saggio incentivare gli incontri con l’esterno, ma non ci si può neanche aspettare che una privazione simile venga presa con leggerezza. Soprattutto quando in carcere, poi, ci si è ammalati lo stesso.

Antigone ed Amnesty contro la brutalità

Per quanto gli abusi carcerari sembrino passare inosservati agli occhi del sistema giuridico italiano, c’è chi si occupa di sottolineare e calcare in maniera evidente tali violenze. Prima fra tutte, l’associazione Antigone. L’associazione Antigone è un’associazione nata negli anni ’80 che si occupa dei diritti e delle garanzie nel sistema penale. Un’altra associazione che interviene in questo ambito è l’associazione Amnesty, che si occupa della tutela dei diritti umani. Tra i loro vari impegni spiccano anche la lotta contro la violenza delle carceri e contro le ingiustizie penitenziare.

La Norvegia: un paese da cui prendere esempio

Di certo il sistema penitenziario italiano non è il più brutale, ma sicuramente potrebbe prendere esempio da altri paesi. Uno tra tutti, la Norvegia. In Internet una foto ha fatto il giro dei social: quella che sembra essere la stanza di un hotel si rivela essere una cella. Comoda, illuminata, con tanto di televisione e scrivania e senza sbarre alle finestre. Un’utopia? Forse sì. Sta di fatto che il sistema penitenziario norvegese, di stampo rieducativo, si è rivelato essere efficiente. A quanto pare trattare i detenuti come esseri umani ed impegnandoli con attività ricreative sembra essere il modo migliore per prevenire i reati. Certo, anche la norvegia avrà i suoi scheletri nell’armadio, ma ci piace immaginare che non sia così.

L’eredità di Cesare Beccaria

Eppure l’Italia ha dato i natali a Cesare Beccaria, autore del saggio “dei delitti e delle pene”. Come si spiega tutta questa brutalità? Dov’è finita l’eredità culturale ed intellettuale di Beccaria? Nel saggio si condanna la pena di morte in quanto temuta meno dell’ergastolo e si parla di come la durata della pena sia più importante della sua intensita. Certo, non si fa cenno al sistema penitenziario come sistema rieducativo, ma resta il fatto che il buon vecchio Beccaria ha condannato le torture nella forma più assoluta. Appare certo che la sua rivolta letteraria non sia stata sufficiente e probabilmente è necessario un sequel di quel saggio, applicato alla situazione odierna.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.