Il caso Genovese: qualcuno fermi Vittorio Feltri

caso-genovese

Bufera sull’ex direttore di Libero

Sì, l’ha rifatto ancora. Vittorio Feltri continua ad aggiungere tasselli di una certa importanza al suo personalissimo muro della vergogna.
Peccato che, a quanto pare, di vergogna il signore in questione non ne provi abbastanza.

Sulla soglia degli 80 anni, Vittorio Feltri soffre di una patologia simile a quella di molti suoi coetanei, ma diversa nella sostanza.

Sto parlando del fenomeno dell’incontinenza.

No, Feltri non avrà problemi nel gestire il suo flusso di espulsione delle scorie normalmente prodotte dall’organismo umano. Per quanto ne sappiamo, almeno. Vittorio Feltri però ha sicuramente non pochi problemi nel riuscire a gestire il suo flusso di espulsione delle scorie prodotte dalla sua mente, che negli ultimi anni ha dato origine a molte discussioni, alcune diventate dispute legali. Questa incapacità di controllare, di gestire, si tramuta in una conseguente perdita involontaria di ciò che viene prodotto.

Ed è così che nasce uno scritto di Vittorio Feltri.

Il caso Genovese

Feltri negli ultimi tempi ne ha annoverate così tante di pessime figure, che purtroppo oggi ci tocca far la conta.

A farne le spese, questa volta, la povera Michela, ragazza stuprata e violentata dall’imprenditore Alberto Maria Genovese, napoletano d’origine e milanese d’adozione fondatore di Facile.it, noto sito di assicurazioni, startup da decine di milioni di euro, da cui è uscito nel 2014.
Il caso ha fatto notizia nell’ultima settimana, sia per la sua crudeltà e sia per la cassa di risonanza suscitata.

Un incubo, soprattutto per quella che è e rimane una ragazzina di 18 anni, vittima di uno stupro “ripetuto e cruento”, durato per ore, nella notte del 10 ottobre, nell’appartamento dell’imprenditore in via Torino, a pochi passi dal Duomo di Milano, nella sua “Terrazza Sentimento”.
Le accuse formulate sono:
violenza sessualelesionispaccio e sequestro di persona.
Nelle poche pagine del decreto di fermo, tutto l’orrore di un mondo dove sballo e sesso sembrano essere il centro di tutto e dove le ragazze – tante quelle che passavano per i festini – da protagoniste, diventavano vittime.
Feste a base di sesso e droga, con cadenza quasi settimanale.

La rape culture

Perché il caso Genovese è emblematico dal punto di vista narrativo? Perché immagine perfetta di quella che viene definita la cosiddetta “rape culture”. Catcalling, revenge porn e molto altro. A parlarne è anche Carlotta Vagnoli, sex columnist, autrice e content creator, nota influencer che da sempre si occupa di tematiche femminili. Genovese, viene definito come “brillante uomo d’affari“, che al momento ha perso il suo estro ed il suo sfarzo. Non è bastato un video e non sono bastate delle lesioni intime, per dare credibilità e veridicità totale alla ragazza vittima di violenza.
La mentalità del “se l’è andata a cercare”, resta ancora una questione irrisolta, ahimè in voga. Tutta questa sovrastruttura, creata da istituzioni, giornali, media, garantisce protezione e comprensione a chi esercita, nella maniera più becera, quella violenza capace di ferire per sempre un corpo, ma soprattutto una mente. Un’omertà machista, che la stessa Vagnoli sottolinea tramite le sue storie Instagram.

La società, ad oggi, non è ancora pronta ad invogliare le donne alla denuncia.

“La vittima di un abuso ha paura e non si sente accolta e mai creduta, neanche quando il fatto è evidente“, conclude la Vagnoli.

Lo scritto di Vittorio Feltri

Viene definita “Ingenua la ragazza stuprata da Genovese“. Si insinua subito il dubbio. “Certo, gli piacevano le donne e non credo che faticasse a procurarsene in quantità – scrive Feltri. Che necessità aveva di ricorrere allo stupro per impossessarsi di una ragazza bella e giovane dopo averla intontita con sostanze eccitanti? Ciò è incomprensibile sul piano logico“.

Dicono che Genovese sia andato avanti tutta la notte a violentare Michela, una ragazzina di 18 anni la quale pare fosse la terza volta che si recava nell’abitazione del nostro “eroe” del menga […] Come si fa a darci dentro per tante ore. Io, anche quando ero un ragazzo, dopo il primo coito fumavo una sigaretta…“.

E ancora: “entrando nella camera da letto dell’abbiente ospite” pensava “di andare a recitare il rosario”, senza sospettare “che a un certo punto avrebbe dovuto togliersi le mutandine senza sapere quando avrebbe potuto rimettersele” e scrive che “sarebbe stato meglio rimanere alla larga da costui“. Insomma, se l’è andata a cercare, ancora una volta.

Addirittura nella parte finale di questo aberrante scritto di Feltri, vengono concesse attenuanti allo stupratore (chiamiamolo per ciò che è) e viene rammentata una “sana tirata di orecchie” ai genitori della povera ragazza.

Il significato dello stupro

La cosa più triste di tutte è che questo scritto, a firma di Vittorio Feltri, sia giunto nella giornata di ieri, in corrispondenza di quella che oggi è la “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne”.
Un contesto che aumenta ancor di più la tristezza e l’inadeguatezza di un signore di 77 anni, che oramai di lucido ha ben poco.

Bisogna per forza di cose, fare una giusta analisi del linguaggio.
Quanto scritto da Feltri è sicuramente significativo, per vari motivi.
A parlarne, ancora Carlotta Vagnoli.

La terminologia stupro, viene usata spesso in modo goliardico, non dobbiamo meravigliarcene, arrivando anche ad essere inteso come un mezzo educativo/punitivo nei confronti di una donna che si sta autodeterminando

Facendo un excursus storico, la Vagnoli parla di come lo stupro abbia avuto nei secoli un significato primordiale di forza, di affermazione della potenza. La donna era oggetto, serviva ad affermare la supremazia del popolo conquistatore su quello conquistato. La donna, diveniva “exempla“: attraverso lo stupro si assoggettava una intera popolazione.

La Vagnoli continua “lo stupro non è mai dettato dalla sessualità, non ha nulla a che fare con il sesso. Lo stupro è un atto di forza. “Tutto ciò ha portato a far sì che il termine stupro diventasse di dominio pubblico ed improprio, in maniera indebita. Bisogna, dunque, iniziare a far pesare le parole, specialmente quando si parla di violenza di genere. “È una azione necessaria, nel momento in cui definisci i limiti entro cui la cultura dello stupro può agire

La Vagnoli rimanda a “moderare il linguaggio nei nostri spazi e negli spazi sui giornali e sui social media

Stare in silenzio: è giusto?

Si può dunque restare in silenzio, inermi, davanti ad uno scritto di questa portata, pubblicato su un giornale nazionale? Si fa una enorme fatica ad ignorare quanto letto.

C’è una responsabilità sulle parole che ritorna proprio in questo periodo ancora più prepotente: la violenza sulle donne inizia quasi sempre con la parola. Ignorarla è complicità.

La stessa Laura Boldrini, parla di un clima di intolleranza che oramai ha stancato: “Feltri e Libero basta misoginia! Quello che scrivete è una forma di violenza sulle donne. È inaccettabile che una testata giornalistica, che percepisce anche contributi pubblici, dia la colpa dello stupro alla vittima! Fermiamo questa barbarie”.

Piuttosto che continuare a dare voce a chi come Vittorio Feltri ha solo l’interesse di fare da megafono a quei maschi retrogradi, assoggettati dalla cultura machista e della violenza, che trovano sfogo e libido in queste parole così cruente e vili, diamo voce a chi di voce ne merita.

Buona “Giornata internazionale contro la violenza sulle donne” a tutte voi. Che l’amore di un fiore, possa scalfire il dolore di un abuso.

stefano-popolo

A title

Image Box text

STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.