Ccà ‘e pezze e ‘ccà ‘o sapone, la figura del saponaro a Napoli

Il Saponaro

Nel dialetto napoletano si utilizza il termine “saponaro” per indicare un soggetto sciatto, negligente e che fa cose malvolentieri ma, in passato, questa figura popolare rappresentava un ambulante molto conosciuto in città

Quella del saponaro era una professione molto popolare a Napoli nella prima metà del Novecento. Uomini che attraversavano le vie della città, bussando ad ogni porta, per recuperare cianfrusaglie, oggetti di cui le persone non avevano più bisogno e vecchi mobili sgangherati dando in cambio pezzi di sapone e detergenti. Sarà proprio su questo peculiare “baratto” che si fonderà l’etimologia della parola saponaro

L’origine storica del saponaro a Napoli

Nel Quattrocento, i frati del Monastero della Chiesa di Santa Maria di Oliveto, oggi meglio conosciuta come Complesso Monumentale Sant’Anna dei Lombardi nei pressi di Piazza del Gesù, erano specializzati nella produzione di detergenti e il loro prodotto era di grande qualità, estremamente profumato e simile al più famoso “collega” marsigliese. Veniva adoperato per gli usi più disparati, dalla pulizia del corpo o della casa al lavaggio degli indumenti. 

Ebbene, nel primo decennio del Quindicesimo secolo, quando i lavori di costruzione della chiesa di Sant’Anna furono pressoché ultimati, i monaci napoletani decisero di iniziare a scambiare il loro pregiato sapone con i mobili e le componenti d’arredo necessari per il loro nuovo Convento in via Monteoliveto.

Un affare che però, ad occhio e croce, sembrava convenire di più ai falegnami, i quali, una volta ricevuta in cambio la saponetta, la rivendevano e ne ricavavano un doppio guadagno.  

Da questa antica permuta nacque e si diffuse in tutta la città di Napoli il folkloristico personaggio del saponaro.

Il saponaro, un maestro del baratto e dell’igiene

Il saponaro, da abile commerciante qual era e accettando ogni tipo di scambio, seppe sfruttare la meticolosa attenzione delle casalinghe napoletane per l’igiene domestica, vendeva loro i suoi detergenti – che, a dirla tutta, erano di mediocre qualità e venivano trasportati nella scafarèa, un recipiente conico di terracotta: in cambio, si proponeva di aiutare le massaie a disfarsi di tutto ciò che creava solo ingombro in casa. 

Da qui nacque la famosissima espressione “ccà ‘e pezze e ‘ccà ‘o sapone” (tradotto come “Qua le pezze, qui il sapone“), usata per auspicare uno scambio corretto e immediato tra le parti. 

Bisogna sottolineare, inoltre, che Napoli fu, stando a quanto segnalano alcune fonti, la prima città d’Europa a dotarsi di un avanguardistico sistema idraulico capace di portare l’acqua corrente nelle abitazioni dei cittadini già agli inizi del ‘600.

Durante l’Ottocento, poi, i saponari consegnavano gli abiti usati rimediati alle donne del Lavinaio, un ruscello che scorreva lungo le mura difensive di Napoli in epoca angioina, le quali si occupavano di lavarli utilizzando il sapone fornito.

Un lavoro tra necessità e ingegno

Fino a non molti anni fa, il saponaro percorreva le strade e i vicoli di Napoli indossando gli stracci che vendeva, dai colori variopinti, con un sacco di juta sulle spalle contenente la merce da barattare o un carrettino trainato da una bestia da soma. Era solito annunciare il suo passaggio nei quartieri e nei rioni popolari urlando frasi come “Robba ausata, scarpe vecchie, simme lente, stamme ccà! Bona gente, arapite ‘e recchie: sapunare, sapunà!”.

Il saponaro divenne un mestiere praticato da chi era privo di abilità particolari e per questo veniva schernito dagli altri artigiani che, invece, possedevano competenze specifiche acquisite con anni di studio ed esperienza. Ancora oggi, infatti, il termine “saponaro” o “sapunariello” viene usato per indicare chi è considerato un incompetente o un incapace.

Il saponaro, quindi, rappresentava la crasi tutta napoletana tra l’indigenza e l’arte di arrangiarsi con un pizzico di ars oratoria.

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