La censura (femminile) di Instagram

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“Per chi non avesse capito: Instagram vuole il capezzolo femminile censurato” Così un Instagram User commenta un post di Freeda contro l’ennesima lotta alla censura del corpo femminile

Analizziamo questa frase: Instagram VUOLE la censura (femminile).
Perché dovrebbe? 
Forse spesso dimentichiamo che Instagram funziona seguendo degli algoritmi: non c’è nessun “cattivo” che ha intenzione di ledere il pubblico femminile. O forse sì?

Capezzolo sì, capezzolo no: denunciare la censura femminile

Così è accettabile? Domanda Freeda in uno dei suoi ultimi post, coprendo con capezzoli villosi quelli del seno sottostante.

Et voilà, nessuna censura. Un escamotage per aggirare il sistema denunciando l’ imparità di genere; per esaltare quello che chiaramente è un affronto alle linee guida della community, che sembrano voler accentuare queste differenze.

Instagram e Facebook: standard della community

Parte III, contenuti deplorevoli, quattordicesimo punto, fondamenti della normativa:

Limitiamo la visualizzazione di immagini di nudo o atti sessuali perché alcune persone della nostra community sono particolarmente sensibili a questo tipo di contenuti. [..] Le norme sui contenuti di nudo si sono maggiormente differenziate nel tempo. Sappiamo che immagini di nudo possono essere condivise per diversi motivi, anche come forma di protesta, per sensibilizzare su una causa o a scopo educativo o medico. Qualora tali intenti siano chiari, facciamo concessioni sul contenuto.

Sono infatti escluse dalla censura, o meglio potrebbero essere consentite, immagini come quelle che ritraggono atti di protesta, donne che allattano o foto di cicatrici post-mastectomia.

Lo stesso vale per dipinti, sculture o altre forme d’arte che ritraggono figure nude.

Tra i contenuti da non pubblicare si annoverano immagini con capezzoli femminili in vista, fatta eccezione per le situazioni poco prima elencate.

Capezzoli maschili concessi, femminili no. Da cosa deriva questa contraddizione?

Alla base di questa discordanza c’è una teoria di Sigmund Freud.

Quando mostrare il capezzolo è lecito? Sigmund Freud è il “complesso Madonna-prostituta”

Inutile girarci attorno, ancora oggi il corpo femminile è un tabù. Se si mostra poco è sinonimo di castità; se si mostra troppo, diventa una manifestazione esplicita di sessualità.

Sigmund Freud parlava del complesso Madonna-prostituta:

Dove questi uomini amano non hanno desiderio e dove desiderano non possono amare.

Affronta così il conflitto interiore dell’uomo che non è portato ad amare la donna verso la quale prova un’attrazione sessuale, ma nemmeno a provare desiderio verso la donna amata.

Le donne da desiderare sono le prostitute, quelle da amare sono “la Madonna”: l’impossibilità di conciliare l’amore e il desiderio allo stesso tempo.

Ginnastica Culturale fa un parallelismo tra il complesso freudiano e i capezzoli femminili: la donna che allatta è la Madonna mentre quella che mostra il proprio corpo è la prostituta.

Non mostrare il seno femminile nella sua interezza è una conseguenza dell’incapacità da parte del pubblico maschile del non saper de-oggettivare il corpo femminile?

Sicuramente c’è ancora bisogno di rieducare la società, ma non bisogna ridurre tutto ad una semplice decisione maschilista.

Tutelare è meglio che curare!

Fino a che punto è concesso mostrare e pubblicare, su social quali Instagram o Facebook?
Se invece di cogliere la censura di Instagram come un affronto al corpo femminile, lo interpretassimo come un modo per tutelare il possibile osceno e volgare che potrebbe circolare in rete, magari anche non consensualmente?
Ma cosa è osceno è cosa è volgare al giorno d’oggi? Chi è a stabilire, ad esempio, qual è la sottile linea tra fotografia d’arte o pornografia?
Se si abolisse del tutto la censura, che posto diventerebbe Instagram? Quanto potrebbe essere apprezzata una foto postata e usata per secondi fini? E invece una decontestualizzata? Siamo sicuri che il risultato sia concorde alle aspettative? 

Guardiamo in faccia alla realtà, che ancora abbonda di tabù sessuali e al fatto che tutti questi interrogativi non fanno che accentuare le contraddizioni che si celano dietro ad un’ipotetica vittoria femminista.

C’è dell’incoerenza negli occhi di chi guarda e di chi giudica.

Non si può continuare a colpevolizzare la società malata e contemporaneamente gridare allo scandalo. 

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.