Il Centro Direzionale di Napoli, idea visionaria dell’archistar Kenzo Tange

Centro Direzionale di Napoli

Il Centro Direzionale di Napoli è un insieme di edifici che svettano nel cielo con la loro altezza disegnando un’affascinante skyline visibile da molti punti della città

Una struttura mastodontica in una distesa di palazzi più bassi, di fronte al Vesuvio, al mare e ai binari della ferrovia della Stazione Centrale. Il Centro Direzionale è ferro e vetro che spingono improvvisamente una parte della città verso l’alto. Amato o odiato, senza nessuna possibile via di mezzo.

Le origini del Centro Direzionale

Una storia che appartiene ad un’azione di riqualificazione della città che parte da molto lontano, addirittura dagli anni Trenta del ‘900.

Fu però il sindaco Maurizio Valenzi che riuscì nell’impresa e che, negli anni ‘80, presentò il progetto ed annunciò con grande orgoglio il nome del visionario architetto a cui era stata affidata la nuova forma di quell’area a ridosso di Poggioreale, abbandonata al degrado per decenni.

L’architetto giapponese Kenzō Tange, che oggi definiremmo un archistar, è stato il prescelto ed ha avuto tra le mani e nella sua matita, non solo la creazione di un complesso moderno ed avveniristico ma la responsabilità di un intervento di rinascita urbana, sociale ed economica concepita per incidere su tutta la città.

Oltre a riqualificare una zona abbandonata, il Centro Direzionale doveva infatti consentire lo spostamento delle attività economiche e finanziarie dalla zona del centro cittadino alla cosiddetta City, alleggerendone anche i flussi del traffico con un miglioramento della qualità dell’aria.  

Uffici, palazzi istituzionali, negozi, banche, università, consolati e sedi di importanti aziende nazionali ed internazionali, oltre a luoghi di incontro come bar e ristoranti avrebbero fatto diventare il Centro Direzionale il nuovo cuore del business napoletano, raggiungibile dall’Aeroporto internazionale e dalla Stazione in una manciata di minuti.

Un progetto globale

Non solo Kenzo Tange, ma i migliori architetti internazionali hanno partecipato alla realizzazione di palazzi moderni ed unici in quello che sarebbe diventato il primo agglomerato di grattacieli realizzato in Italia e in Europa Meridionale.

Renzo Piano ha disegnato il palazzetto dell’Olivetti, Massimo Pica Ciamarra ha progettato le due Torri Enel, Nicola Pagliara quelle del Banco di Napoli.

Forme, colori e marmi policromi hanno reso questo luogo una perla dell’architettura italiana. La Torre Telecom, con i suoi 129 metri d’altezza, è stata fino al 2010 l’edificio più alto del Paese, ancora oggi il nono più alto d’Italia.

Le Torri Enel, praticamente identiche e poste in posizione speculare tra loro, sono state chiamate per la loro somiglianza “le Torri Gemelle di Napoli”.

L’asse centrale, ai lati del quale si aprono piazze di varie forme e dimensioni con spazi verdi e fontane, presenta una lussureggiante varietà di piante appartenenti a diverse decine di specie della macchia mediterranea. La progettazione di questa enorme area verde è stata realizzata dall’architetto Pietro Porcinai, uno dei massimi esponenti mondiali nell’architettura paesaggistica.

Un lavoro complesso e prezioso

Il Centro Direzionale è stato concepito senza la classica toponomastica, ogni area definita come Isola ed associata ad una lettera dell’alfabeto, dalla A alla G, e nessun palazzo ha un numero civico.

Solo le torri destinate ai residenti hanno invece, oltre alla lettera legata all’isola di appartenenza, un nome di persona: Alessandro, Giulia, Giuseppina, Luisa ecc.

L’unico luogo indicato convenzionalmente è stato Largo Kagoshima, dove svetta una scultura dell’Uomo Vitruviano realizzata con pregiati marmi di diverso colore arrivati a Napoli da ogni parte del mondo.

Anche per la chiesa del Centro Direzionale, la Parrocchia di San Carlo Borromeo, è stato scelto uno stile moderno. Progettata dall’architetto Pierluigi Spadolini, è stata inaugurata solennemente l’11 novembre 1990 da Papa Giovanni Paolo II e dedicata al santo lombardo proprio in onore del nome di battesimo di papa Wojtyla.

La sua forma, slanciata verso l’alto, è stata concepita da Spadolini per integrarsi nel contesto, evitando che l’edificio resti “schiacciato” dai grattacieli circostanti.

La parte sottostante del Centro Direzionale, con migliaia di posti auto, è stata collegata con quella superiore tramite ascensori e scale mobili purtroppo mai andati in funzione.

Nella parte inferiore alla zona pedonale è stata realizzata la stazione della Circumvesuviana mentre è attualmente in fase di realizzazione la fermata ‘Centro Direzionale’ della linea 1 della Metropolitana, la cui apertura al pubblico è prevista entro la fine del 2024.

Recentemente il Centro Direzionale è balzato agli onori della cronaca grazie al murales realizzato da Jorit sulla Torre Enel. Con i suoi 122 metri di altezza è il più alto del mondo. Gli iconici volti che l’artista ha scelto di raffigurare sono quelli di Diego Armando Maradona, Massimo Troisi e Pino Daniele.

Un gioiello dimenticato?

Il Centro Direzionale è un’opera preziosa da molti punti di vista anche se non sempre le istituzioni, che forse non hanno compreso la valenza e la risorsa offerta dal progetto visionario di Tange alla città, le hanno dedicato la giusta cura.

La vegetazione presente oggi è infatti solo ciò che la natura è riuscita a preservare da sola, ciò che è riuscito a salvarsi dall’arsura del sole e dalle intemperie a causa della mancata manutenzione degli spazi verdi.

L’arredo urbano originario è stato trascurato, come un’opera d’arte abbandonata a sé stessa, ed inevitabilmente vandalizzato o danneggiato in alcuni punti.

Anche la pavimentazione non viene manutenuta con puntualità ed è messa a rischio dal passaggio di automobili e mezzi di servizio a cui un tempo l’ingresso era vietato con le sbarre. Anche il pavimento della piastra pedonale è un’opera d’arte con una geometria di quadrati bianchi e rosa, di granito pregiatissimo, ormai sollevato e divelto in alcuni punti.

E pensare che il giorno dell’inaugurazione Kenzo Tange fermò bruscamente l’autista che lo stava accompagnando in auto all’ingresso del Centro infuriandosi con lui perché stava per passare con l’auto sulla piastra pedonale. L’architetto gli spiegò che quel suolo era stato concepito solo per il passaggio delle persone e che farlo calcare da mezzi a motore sarebbe stato un sacrilegio.

In Giappone però c’è una cultura diversa dalla nostra ed un’attenzione all’ambiente in cui si vive che preserva e non abbandona le cose di valore.  Un luogo avveniristico e all’avanguardia come il Centro Direzionale sarebbe stato certamente curato ed utilizzato sfruttandone l’infinito potenziale.

Eppure c’è chi dice che il suo sogno di modernità sia destinato a diventare realtà, forse addirittura superando le promesse del lontano 1980.

Sarebbe una buona opportunità per esaltare un’area moderna e futuristica mettendola di nuovo, questa volta per davvero, al servizio della città.

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