Le Tensioni tra Colombia e Venezuela

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Una crisi che dura ormai da due anni

Colombia e Venezuela vivono da ormai due anni un netto e progressivo deterioramento delle loro relazioni bilaterali. La pandemia ha contribuito in modo decisivo ad aumentare le tensioni; soprattutto a causa dei numerosi problemi che i due paesi si trovano ad affrontare lungo la loro frontiera di ben 2.200 km.

L’emergenza umanitaria in Venezuela

La crisi migratoria venezuelana, conseguenza immediata di una situazione economica e sociale interna disastrosa, è tra le cause principali delle tensioni. Definita come una vera e propria crisi umanitaria, con numeri molto più preoccupanti anche della crisi nel mediterraneo che il nostro paese si trova ad affrontare, la rotta proveniente dal Venezuela ha evidenziato serie difficoltà di gestione durante la pandemia. All’emergenza umanitaria si è aggiunta quella sanitaria; alle persone mancano i servizi di base, l’accesso all’acqua, di conseguenza, il Covid-19 ha avuto vita facile tra i migranti.

La chiusura delle frontiere

Se già prima della pandemia, Colombia e Venezuela si erano più volte scontrati sia per ragioni politiche (hanno una storia politica nettamente diversa, la Colombia con un chiaro posizionamento filo-statunitense, il Venezuela, invece, paese fondatore dell’alleanza bolivariana del Socialismo del XXI secolo, con un’identità nettamente anti-statunitense), sia per la gestione dei flussi migratori; la pandemia ha costretto il governo colombiano, nonostante fosse chiaro quali sarebbero state le conseguenze, a chiudere la frontiera con il Venezuela. Questo, con un impatto evidente sulle relazioni tra i due paesi.

La chiusura delle frontiere non solo ha colpito l’economia locale, basata sugli scambi quotidiani tra i due lati del confine (moltissimi venezuelani si recavano dall’altra parte per comprare cibo o per lavori temporanei, non necessariamente con finalità migratorie); ma ha permesso a numerosi gruppi armati di riorganizzare i flussi migratori, in modo irregolare, e utilizzarli come fonti di finanziamento per la loro guerra.

Tra i gruppi armati si distingue l’ELN (Ejercito de Liberacion Nacional), un gruppo armato di ideologia marxista simile alle famose FARC (Fuerzas armadas revolucionarias colombianas) che, in seguito agli accordi di pace del 2016 tra queste ultime e il governo colombiano, era riuscito a prendere il sopravvento soprattutto nelle regioni orientali del paese. Oltre all’ELN, convivono nella regione i dissidenti delle FARC e i combattenti del FBL (un gruppo armato del lato venezuelano del confine), oltre a gruppi paramilitari di destra. La chiusura delle frontiere si è rivelata essere un’opportunità unica per questi gruppi armati; i quali, secondo numerose fonti internazionali, sfruttano i migranti per ricavarne finanziamenti. Vi sono numerosi report di pratiche di stupro o tortura, anche di veri e propri omicidi.

La militarizzazione della frontiera

Entrambi i paesi hanno messo in campo una vera e propria opera di militarizzazione della frontiera. La risposta dei governi è stata di pura natura militare, senza un piano d’intervento umanitario, mettendo l’emergenza (sia umanitaria sia sanitaria) in secondo piano. Pochi giorni fa, rivendicando la dottrina militare cubana della “guerra de todo el pueblo”, il Venezuela ha, di fatto, risposto alla Colombia inviando le proprie truppe nel territorio di Apure, dove è in corso un vero e proprio conflitto armato, con la finalità di combattere i gruppi armati e rivendicare la “sovranità del territorio venezuelano”.

Le tensioni tra Colombia e Venezuela non aiutano a risolvere la crisi umanitaria

Militarizzare la frontiera, come si è visto, non ha certamente prodotto alcun risultato. I due governi hanno messo in campo una vera e propria politica di deterrenza; minacciandosi a vicenda e giustificando i propri atti tramite un discorso di “difesa dei propri confini”. Le tensioni non sono però così celate, il rischio di un conflitto armato diretto c’è e va evitato a tutti i costi. Inoltre, sia Bogotà sia Caracas, ignorano totalmente le dinamiche locali della regione di frontiera. Il confine tra due paesi, infatti, presenta delle caratteristiche peculiari; un’identità “trans-frontaliera” che non permette di collocare un lato o l’altro, realmente, nelle dinamiche nazionali dei propri rispettivi paesi. Si tratta di un elemento fondamentale che richiederebbe una risposta completamente diversa da quella, di pura “realpolitik”, fornita dai governi di Bogotà e Caracas.

La maggiore preoccupazione riguarda l’emergenza umanitaria e la conseguente emergenza sanitaria dovuta al Covid-19. In Colombia, la maggioranza dei migranti sono Venezuelani, tra gli ultimi temi di attualità che preoccupano il paese, vi è il forte scetticismo da parte di questi ultimi nel voler accettare i vaccini e le cure nazionali. Le tensioni tra i due paesi non riguardano, infatti, solo i due governi, ma anche grandi problemi strutturali nei rapporti tra i due popoli, che spesso sono sfociati anche in episodi di puro razzismo. La priorità dei due governi dovrebbe essere quella di affrontare in modo serio e strutturato la crisi migratoria, intervenire sul piano sociale, mostrando una chiara volontà di dialogo e di collaborazione dinanzi alle emergenze comuni, mettendo da parte le proprie rivalità geopolitiche e rivendicando un bene superiore: la vita umana.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.