Coming out day, dalla musica al cinema: una lunga marcia iniziata nel 1988

Coming out

Si celebra oggi la Giornata mondiale del Coming out. Una festività nata in occasione della seconda marcia per i diritti LGBT avvenuta a Washington l’11 ottobre 1987

Oggi, 11 ottobre, è il Coming out day. Con l’espressione “coming out” si intende l’aperta dichiarazione del proprio orientamento sessuale, da parte di una persona omosessuale.

E’ dunque un giorno significativo, innanzitutto per le comunità LGBT, che da sempre lottano per la difesa della propria identità di genere e dei loro diritti. Ma lo è anche per tutti coloro che sono sensibili a questo tema così delicato: la libertà di essere se stessi e di vivere liberamente la propria sessualità, senza più maschere o vergogna. Dovrebbe essere una cosa normale e scontata, invece è una battagliata che dura da tempo, iniziata anni fa.

La ricorrenza fu celebrata per la prima volta l’11 ottobre 1988, negli Stati Uniti. L’idea fu dello psicologo Robert Eichberg e dell’attivista politica Jean O’Leary, che scelsero quella data perché si trattava dell’anniversario della seconda marcia nazionale per la difesa dei diritti delle lesbiche e dei gay, avvenuta a Washington l’anno prima, cioè l’11 ottobre 1987.

La prima marcia era avvenuta invece il 14 ottobre 1979. Quel giorno migliaia di persone omosessuali, lesbiche, transessuali sfilarono per strada, per chiedere il riconoscimento dei loro diritti civili e una legislazione che li difendesse.

L’Italia fatica a muovere passi concreti

L’Italia, su questo tema, è sempre stata considerata poco aperta. In realtà, nel corso degli anni, ci sono stati grossi passi avanti, dal punto di vista legislativo (ad es. 25 febbraio 2016 legge sulle unioni civili). Ma il traguardo più difficile è stato ed è tutt’oggi sensibilizzare le coscienze; fare in modo che ci sia rispetto assoluto verso le persone, a prescindere dal loro orientamento sessuale.

Tantissimi purtroppo, sono stati negli anni gli episodi di omofobia e discriminazione. Fino ad arrivare alla ormai famosa proposta di legge Zan, che prende il nome dall’iniziativa del suo promotore. Una legge che propone “Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità”. Ma seppure il testo ha ottenuto la sua approvazione alla Camera il 4 novembre, la situazione si è poi arenata. Segno che ci sia ancora molto da combattere in questo senso.

Coming out vs outing

Cosa significare fare coming out per una persona omosessuale? Il termine deriva dalla frase inglese “coming out of the closet”, letteralmente uscire dall’armadio. Significa quindi “venire allo scoperto“, tirare fuori qualcosa che si è tenuto nascosto e che si decide, ad un certo punto, di portare alla luce, in maniera volontaria e cosciente.

A questa fase si arriva di solito dopo un primo step più intimo, chiamato “coming out interiore”, che consiste in una profonda autoanalisi e graduale presa di consapevolezza. Facile a dirsi, ma possiamo solo immaginare quanto questo processo possa essere forte e doloroso.

Il coming out è quindi una liberazione voluta espressamente dal soggetto. In Italia, questa espressione è però spesso confusa con un’altra, “outing”, che è invece l’esposizione dell’omosessualità di qualcuno da parte di terze persone, senza il consenso della persona interessata. Il termine, che significa “buttare fuori”, sottintende quindi una certa passività da parte del soggetto, la cui omosessualità viene spifferata senza consensi.

La persona viene quindi violata nella sua privacy, quando invece dovrebbe avere tutto il tempo necessario per metabolizzare ciò che ha dentro e per decidere liberamente quando e in che modo dirlo a coloro che la circondano.

Coming out e outing non sono quindi due termini interscambiabili, ma diametralmente opposti.

Il tema del coming out affrontato nella musica italiana e internazionale

Sono tanti gli artisti che, nel corso degli anni, si sono battuti contro le discriminazioni e in difesa dell’identità di genere. Primo tra tutti, il grande Tiziano Ferro, che ha deciso di raccontare tutta la sua vita nell’ormai famoso documentario che uscì su Amazon Prime Video il 6 novembre 2020.

L’artista, con l’estrema sensibilità che lo contraddistingue, ha deciso di mettersi a nudo, raccontando la sua vita travagliata e dolorosa, contrassegnata da bullismo, umiliazione e discriminazione, rinchiuso in un corpo “non suo”. Fino ad arrivare al coming out: la rivelazione di una verità che invece di uccidere la sua fama, come temeva, gli ha salvato la vita. Finalmente la luce e il riscatto.

Anche il grande Fabrizio de André parlò di un amore omosessuale nella canzone intitolata “Andrea”:

Andrea aveva un amore: riccioli neri
Andrea aveva, aveva un dolore: riccioli neri

Il testo della canzone parla di Andrea, disperato per aver perso la persona amata, morta in guerra. Il nome proprio Andrea non a caso è sia maschile che femminile ma lo stesso Fabrizio chiarì di aver parlato, nella canzone, di un amore omosessuale. Lo rivelò durante il concerto tenuto al Teatro Smeraldo di Milano il 19/12/1992.

Questa canzone la dedichiamo a quelli che Platone chiamava, in modo addirittura poetico, i “figli della luna”; quelle persone che noi continuiamo a chiamare gay oppure, per una strana forma di compiacimento, diversi, se non addirittura culi. Ecco, mi fa piacere cantare questa canzone, che per altro è stata scritta per loro una dozzina di anni fa, così a luci accese, anche a dimostrare che oggi, almeno in Europa, si può essere semplicemente se stessi senza più bisogno di vergognarsene

Ma anche la musica pop internazionale, a partire dagli anni 70, ha cercato di sensibilizzare il mondo intero su questo delicato tema. Molte canzoni famose, che siamo soliti cantare e ballare, hanno in realtà un significato profondo, quasi una missione. Sono un inno all’indipendenza personale, alla liberazione dei tabù, all’espressione di se stessi.

Per citare solo alcuni esempi: I will survive di Gloria Gaynorx, I’m coming out di Diana Rossx, Freedom di George Michael, Express yourself di Madonna.

The Danish Girl: film su uno dei primi transgender della storia

Neanche il cinema si è risparmiato su questo tema. Ha infatti trattato, attraverso uno dei capolavori di Tom Hooper, The Danish Girl, la tematica della transessualità.

E’ un film che trae ispirazione dal romanzo intitolato La danese, scritto nel 2000 da David Ebershoff, e ispirato alla storia vera di Lili Elbe. La pittrice fu la seconda persona nella storia a sottoporsi a un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale e a essere identificata come donna transessuale.

Lili capisce di essere in un corpo sbagliato, quello di Einar Wegener, devoto marito di Gerda Wegener, una pittrice e illustratrice (interpretata nel film dalla meravigliosa Alicia Vikander).

L’idea di cambiare sesso gli si presenta per caso: sua moglie gli propone di sostituire una modella che non si è presentata ad una seduta di ritratti. Ma Einar si sente a proprio agio in quei vestiti da donna, li riconosce come propri, come completamento della propria essenza. Inizia da quel momento una sofferta ma necessaria presa di consapevolezza e di trasformazione: da Einar a Lili.

Questa è però una storia di amore puro e sconfinato. Lili infatti affronterà la sua battaglia proprio con l’aiuto di Gerda.

Tu hai sentito il mio desiderio quando nessuno poteva capire. Tu hai capito.

La fine sofferta di un rapporto coniugale si trasformerà nell’inizio di un altro legame indissolubile, espresso da un amore privo di etichette per definirlo. E proprio per questo, autentico ed eterno. L’amore per l’essenza di un’altra persona, per i suoi desideri, per la difesa della sua esistenza.

Gerda sarà al fianco di Lili, durante tutte le operazioni: la rimozione dei testicoli, la rimozione del pene, il trapianto delle ovaie e il trapianto dell’utero. Quest’ultima operazione avrebbe dovuto permetterle di diventare madre, ma Lili morirà a causa proprio del rigetto dell’utero.

Nonostante il triste finale, questa è la storia di una vittoria; di una DONNA forte che, con determinazione, è riuscita a coronare il suo sogno: riconoscersi nella propria immagine riflessa.

Non c’è niente da avere paura ormai. Ieri notte ho fatto un sogno bellissimo. Ho sognato di essere una bambina nelle braccia di mia madre. Lei mi guardava negli occhi e mi chiamava: Lili.

Lili Elbe

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.