Coming out e Outing: quando gli altri decidono per me

coming-out-outing

Il coming out e l’importanza di decidere il momento per rivelare se stessi

Grazie al progresso dei giorni nostri, la sfera sessuale non è, almeno non come prima, avvolta da un totale alone di tabù. Rispetto al decennio passato, si riesce a parlare più apertamente di argomenti che fino a poco tempo fa venivano considerati “scabrosi”. Il termine coming out deriva dall’espressione inglese “coming out of the closet” che significa letteralmente “venir fuori dall’armadio”. Potrebbe essere tradotto anche con una semplice espressione come “uscire allo scoperto”, che di semplice non ha nulla.

Quando, nel processo di definizione di noi stessi, veniamo a identificarci con una determinata preferenza sessuale, si realizza uno sviluppo lento e complesso determinante per l’immagine di sé. È un momento decisivo che ha notevoli ripercussioni sulla propria autostima, sull’accettazione di sé e sul proprio benessere personale e relazionale. Qualsiasi sia il nostro orientamento – eterosessuale, omosessuale, pansessuale o altro ancora – la decisione di rivelarsi al mondo rappresenta un momento significativo per noi stessi. Ma è un tipo di decisione che spetta a noi e noi soltanto.

Coming out Vs Outing

Spesso però si fa confusione tra coming out e il termine outing, ma questi non sono sinonimi, anzi vi è una sostanziale quanto cruciale differenza. Il coming out indica il dichiarare volontariamente la propria omosessualità, mentre fare outing è dichiarare l’orientamento sessuale di terzi senza il loro consenso.

L’outing è quindi una forma di violenza in cui l’omosessualità di una persona viene letteralmente svelata agli altri senza il permesso dell’interessato. L’espressione “ha fatto outing” è quindi sbagliata, anche se di uso comune. Fare outing a qualcuno è estremamente deleterio per una persona perchè la si obbliga a rivelare qualcosa di sé, violando la sua privacy.

La comunità LGBTQ+ si ritrova costretta ad affrontare vari fattori stressanti nella vita di tutti i giorni. Secondo Meyer (2003) sono maggiormente soggetti a minority stress, ovvero minori livelli di benessere e una peggiore qualità della vita rispetto alle persone eterosessuali. Sperimentano, infatti, maggiori fattori stressanti dettati da una cultura omofobica preponderante. Discriminazioni, aggressioni verbali e/o fisiche, molestie e maltrattamenti sono solo alcune delle violenze a cui è sottoposta la comunità LGBTQ+.

L’importanza di decidere per se stessi

Il momento del coming out è quindi circondato da una velo di incertezze oltre che stati emotivi specifici, come paura del giudizio altrui, vergogna e tristezza.

Spesso ci si sente chiedere quale sia la necessità di affermare il proprio orientamento. Non si tratta semplicemente di raccontare le proprie avventure, bensì si tratta di poter dire con serenità e libertà che si ama una persona. Esprimere il proprio orientamento sessuale non dovrebbe mai costituire una situazione di cui vergognarsi. Ciò nonostante l’amore che si prova verso qualcuno dello stesso sesso risulta ancora oggi, come diceva Oscar Wilde, un “Amore che non osa pronunciare il suo nome”.

Bibliografia

Cass, V. C. (1979) Homosexual identity formation: a theoretical model. Journal of Homosexuality, 4 (3): 219-235.
Meyer, H. I. (2003) Prejudice, Social Stress, and Mental Health in Lesbian, Gay, and Bisexual Populations: Conceptual Issues and Research Evidence. Psychol Bull. 2003 Sep; 129(5): 674–697.

stefano-popolo

A title

Image Box text

STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.