“Consegne”: lo spettacolo deve continuare

“Consegne” lo spettacolo della ribellione: il Collettivo LunAzione porta a Napoli una rivoluzione, bussando direttamente alla nostra porta

Grazie a “Consegne”, lo spettacolo trova il suo modo di continuare, questa volta davvero inaspettato:

Una sera, non troppo tempo fa, un teatro era pieno di persone. Felici di godersi qualche ora nella contemplazione di uno spettacolo. Felici di dedicare del tempo a meravigliarsi.
Inutile, direbbero molti. E meno male, rispondiamo noi.
Meno male che a questo mondo resiste ancora qualcosa che possa ritenersi escluso dal meccanismo economico e utilitaristico che ormai ci governa tutti.
Una sera, però, il sipario, inconsapevole, si è chiuso. Non si è ancora riaperto. 

È sera.
La strada è buia ormai, ci sono sempre meno persone a renderla viva.
Nel silenzio di una città spaventata, chiusa in se stessa, pochi rumori fendono l’aria fredda. 
Tra questi una rider che porta sulle spalle un cubo colorato. Come si dice in questi casi: “Lo spettacolo deve continuare”.

“Consegne” lo spettacolo che parla di noi

Dal quindici dicembre il Collettivo “LunAzione” ha portato a Napoli uno spettacolo molto particolare. Un’attrice, Cecilia Lupoli, nei panni di una rider gira la città in videocollegamento, tramite la piattaforma Zoom, con il suo spettatore. Ciò che ne deriva è un intimo e spontaneo dialogo, una vera consolazione per la solitudine che molti sono costretti a vivere. Un incontro improbabile in un momento impensabile. Il palcoscenico è l’atmosfera che si respira durante il coprifuoco: una strada vuota e fredda ed il percorso condurrà la rider proprio alla porta dello spettatore. 
Lo spettacolo s’intitola “Consegne // una performance da coprifuoco” e dopo aver debuttato a Bologna, il collettivo ha deciso di diffonderlo, dando voce ad una vera e propria rivoluzione. 
Eduardo di Pietro, il responsabile dell’adattamento napoletano, ci spiega:

«Il progetto, così interessante e genuino, ci ha fulminato. Ci siamo messi al lavoro con una certa urgenza, pensando al momento in cui saremmo scesi in strada per il pubblico partenopeo. Consegne è uno schiaffo al presente, con tutti i vincoli e le difficoltà del quotidiano: rispetta i protocolli di sicurezza, ma allevia la solitudine del coprifuoco».

La protagonista di “Consegne”, Cecilia Lupoli, risponde ad alcune domande

Com’è nata l’idea dello spettacolo?

“Consegne” nasce dall’esigenza della nostra associazione, il Collettivo LunAzione, di rispondere a questo tempo presente, di sfondare il muro che si è creato tra il pubblico e il teatro, ben prima di questo covid-19 e delle chiusure forzate. Il progetto nasce a Bologna, dalla compagnia Kepler-452, noi ci siamo innamorati e, con quello che entrambi abbiamo chiamato “un atto di fede”, ci siamo scambiati la pelle e abbiamo portato a Napoli il loro consegne, facendolo diventare nostro. Vogliamo portare delle riflessioni sul tempo presente che stiamo vivendo, su cosa è essenziale, su come questa ormai lunga storia ci ha cambiati. È una freccia lanciata e raccolta da quelle persone che hanno bisogno e voglia di straniarsi e di perdere un po’ di contatti con la realtà, come avviene in platea, anche se di realtà parliamo.
E per farlo il nostro rider, collegato via zoom al suo spettatore/cliente, si fa portatore di parole e riflessioni che aprono uno squarcio nelle intimità reciproche, con conseguente arricchimento di spirito, si spera, per entrambi. 

Qual è il messaggio che vorreste diffondere con il vostro spettacolo?

ll rider è un po’ come una saetta che sfreccia a destra e sinistra, che ci taglia la strada, che corre contro il tempo, con il sole o col diluvio, che ci da l’impressione di non fermarsi mai, tranne quando è davanti il ristorante di turno a fare rifornimento o quando sotto il portone, aspettando il ritiro, si concede di controllare le notifiche whatsapp. Ne colgo in primo luogo la solitudine: dopo aver fatto la mia consegna, quando torno a casa, guidare di notte, senza traffico e senza più una o più persone con cui parlare, mi ritrovo faccia a faccia con me stessa. Con i miei sogni, i miei pensieri. Mi pongo domande, non per forza esistenziali, però è come se in quel momento trovassi il tempo di parlare un po’ con me stessa. Quindi ecco interpretare un rider mi dà una sensazione di libertà e di oppressione allo stesso tempo.

“Consegne” lo spettacolo durante il coprifuoco e il contatto con il pubblico: come mantenere vivo lo spirito giusto?

La città di notte è un palcoscenico particolare, com’è stato vestire i panni di un rider? Hai avuto paura?

Confesso che all’inizio ero un po’ timorosa. L’idea di girare per la città, durante il coprifuoco, da sola, a Napoli… Mi generava un po’ di tensione. Poi, una volta cominciato, ho capito una grande verità: l’abito può fare il monaco! Andare in giro vestita da rider, mi fa, di fatto, diventare un rider, con tutti i pro e i contro del caso: mi chiedono sempre informazioni stradali, e io che non le sapevo dare prima, figuriamoci ora. Quando mi fermo a parlare, in videochiamata, con il mio spettatore della serata, spesso altri rider accostano per assicurarsi che vada tutto bene. Sto scoprendo delle cose della vita notturna al tempo del coprifuoco, che non conoscevo!

In che modo riesci a stabilire un contatto con lo spettatore che possa andare oltre rispetto al videocollegamento? Come riesci, insomma, a non annullare l’effetto del teatro, l’”hic et nunc”?          

La realtà entra a gamba tesa nella performance, qualsiasi imprevisto, qualsiasi intervento inaspettato, diventano drammaturgia, questo fa sì che non si perde mai di vista il qui ed ora dell’azione, ma allo stesso tempo, nel paradosso proprio dell’azione, in questo dialogo disperato tra un’attrice e uno spettatore tutto quello che succede non può che arricchire questo dialogo, facendolo diventare come uno squarcio di vita vera, nonostante il coprifuoco, nonostante il covid, nonostante una vita che tarda a tornare normale.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.