Nell’Italia delle mille crisi, le dimissioni di Conte sono un bene?

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Giuseppe Conte graziato dalla gogna popolare

In un paese costellato da divisioni e problemi, Giuseppe Conte è l’unico superstite della gogna popolare. Ma le sue dimissioni sono lo specchio di una difficoltà interna più grande di lui.

L’Italia vive una moltitudine di crisi come mai prima d’ora

Le solite note e le nuove novità. Lo stivale si muove tra vecchi fantasmi quali collasso pensionistico, crisi economica, lavorativa e culturale; alle quali si aggiungono quella sanitaria, governativa, pandemica e – ora che i protagonisti hanno cominciato ad alzare la voce – generazionale.

La mancanza di coesione italiana

Il paese è da sempre spaccato e diviso in fazioni. Le nuove generazioni si portano dietro un retaggio culturale fatto di odio tra Nord e Sud, che persiste, ma che pare si stia assottigliando nel tempo. Ma molto lentamente. Se si entra nello specifico della divisione Nord-Sud, vi si troveranno ulteriori discrepanze, ulteriori lontananze sociali.

E se la classe politica di un paese è il miglior prodotto sociale che un sistema nazionale riesce a produrre, la divisione partitica italiana è lo specchio di un’identità spaccata in tanti pezzi, che non ha né capo né coda. Solo Matteo Renzi, con il suo 40,8% dell’elettorato nel 2014 riuscì a dare una parvenza di unità, ma sappiamo tutti com’è andata a finire. E come continua tutt’oggi.

Una crisi senza un faro

Ad oggi, infatti, non c’è un partito politico che riesca a trainare con coesione e decisione il pesante carro italiano: una maggioranza che resiste su una linea sottile e che dipende dal 2% di Italia Viva; dall’altra parte, l’opposizione: forte di un sondaggistico 50%. Ma pur sempre diviso in tre partiti: Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia.

Laddove c’è una maggioranza sistematicamente attaccata dagli oppositori (e dai suoi stessi interpreti), l’opposizione gode di una forte coesione interna. Tra Meloni, Salvini e Berlusconi rari sono stati gli attriti ideologici. La scissione, qui, riguarda l’elettorato: se un ipotetico 50% è disposto a votare per il Centrodestra, l’altro 50% mette in atto la tattica del ‘Voto contro Salvini (o Meloni, o Berlusconi), frastagliando ulteriormente la divisione e consegnando – inconsapevolmente – lo scettro ai rivali ideologici.

Il discorso di coesione interna, con la crisi di governo prima e il salvataggio di Italia Viva poi, cambia drasticamente se si proietta nella maggioranza. Per quanto concerne la coesione dell’opposizione, lo spettro del MoVimento 5 Stelle – giocoliere quando opposizione, titubante quando al potere – dovrebbe aver insegnato qualcosa. Ma l’italiano tende ad avere la memoria corta.

Conte: l’unico superstite dalla gogna popolare

In una situazione drastica, in cui la gogna popolare è sempre occupata dal politico di turno, Giuseppe Conte è l’unico superstite. Una situazione paradossale, specie se si considerano le recenti dimissioni da Presidente del Consiglio.

L’unico esponente politico che è riuscito a fare da collante in una situazione di perpetuo litigio, è stato lui. L’ormai ex Premier, che attende i risultati delle consultazioni per far luce sul proprio futuro politico, ha saputo far incastrare pezzi di puzzle che – come due magneti della stessa carica – per loro natura tendono ad allontanarsi tra loro.

Conte ha mantenuto un equilibrio governativo come pochi suoi predecessori: ha saputo utilizzare il pugno duro laddove è servito (con la ‘ramanzina’ a Salvini e Meloni per la questione MES nell’Aprile 2020) ed una costante imparzialità nell’arco del suo mandato. Ma non è bastato.

Nel momento in cui si è cominciato a tingere di un nero ancor più scuro il momento storico – e futuro – italiano, Giuseppe Conte ha saputo – e voluto – mettersi da parte per un bene più grande. Dimostrando ulteriormente una superiorità morale ed ideologica rispetto ai suoi colleghi: preferire un bene più grande al posto di incatenarsi mani e piedi alla tanto acclamata poltrona.

Il futuro prossimo dell’Italia

Un 2% tiene in ostaggio il presente di 60 milioni di italiani, un 1% ne preclude il futuro. Da piccoli numeri dipende l’inclinazione dell’ago della bilancia, situazione democraticamente paradossale. Ma qui nemmeno Giuseppe Conte può farci nulla.
Ai posteri l’ardua sentenza.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.