Caldo? No! Crisi Climatica

crisi climatica

Più che parlare di caldo, è giusto che si parli di crisi climatica

Di emergenze ne stiamo vivendo decisamente troppe negli ultimi anni. Ce n’è una, però, che si muove in maniera più strisciante delle altre, ma non per questo può essere dimenticata: la crisi climatica. Il caldo folle che stiamo affrontando oramai non è più sintomo di una stagione estiva che si avvia ad un florido periodo, ma piuttosto di come il nostro pianeta stia, da troppo, inviando segnali inequivocabili: è al collasso.

ll termine crisi climatica, per la precisione, descrive la crisi ecologica, politica e sociale legata al surriscaldameno globale causato dall’attività umana. Come i termini “catastrofe climatica” o “collasso climatico”, oramai ricorre sempre più spesso nella sfera pubblica al posto di espressioni meno allarmanti, quali “cambiamento climatico”, per sottolineare la gravità del surriscaldamento globale.

I cambiamenti climatici ci sono sempre stati, nella storia del Pianeta. Ma il riscaldamento climatico a cui assistiamo da circa 150 anni è anomalo perché innescato dall’uomo e dalle sue attività. Si chiama effetto serra antropico e si aggiunge all’effetto serra naturale. Con la rivoluzione industriale l’uomo ha improvvisamente rovesciato in atmosfera milioni di tonnellate di anidride carbonica e altri gas serra portando la quantità di CO2 presente in atmosfera al doppio rispetto ai minimi degli ultimi 700 mila anni (410-415 parti per milione rispetto a 200-180 parti per milione).

Le conseguenze della crisi climatica

Rispetto ai livelli preindustriali la temperatura media del Pianeta è aumentata di 0,98 °centigradi e la tendenza osservata dal 2000 a oggi fa prevedere che, in mancanza di interventi, potrebbe arrivare a +1,5 °C tra il 2030 e il 2050. L’impatto del riscaldamento globale è già evidente: il ghiaccio marino artico è diminuito in media del 12,85% per decennio, mentre i registri delle maree costiere mostrano un aumento medio di 3,3 millimetri del livello del mare all’anno dal 1870.

Il decennio 2009-2019 è stato il più caldo mai registrato e il 2020 è stato il secondo anno più caldo di sempre, appena al di sotto del massimo stabilito nel 2016. Le “stagioni degli incendi” sono diventate più lunghe e intense, come in Australia nel 2019, dal 1990 a oggi ogni anno sono aumentati gli eventi meteorologici estremi, come i cicloni e le alluvioni, che colpiscono anche in periodi dell’anno atipici rispetto al passato e sono sempre più devastanti.

Definire tutto questo con il termine climate change è corretto ma non rende abbastanza l’idea. Dobbiamo iniziare a parlare di crisi climatica perché il clima è sempre cambiato, ma non così in fretta e non con delle infrastrutture rigide e complesse come sono le città e il sistema produttivo ai quali i Paesi più industrializzati sono abituati.

La Terra ormai si è riscaldata di circa +1,2°C rispetto ai livelli preindustriali.

Le cause della crisi climatica

Cosa fare per rimediare? Nel dicembre del 2015, alla Conferenza delle Parti (COP21) della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) è stato firmato l’atteso Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici che fornisce un quadro credibile per raggiungere la decarbonizzazione, con obiettivi a lungo termine per affrontare il cambiamento climatico e una struttura flessibile basata sui contributi dei singoli governi.

I governi firmatari si sono impegnati a limitare l’aumento della temperatura al di sotto di 2° centigradi rispetto ai livelli preindustriali con sforzi per rimanere entro 1,5°, per raggiungere il picco delle emissioni il prima possibile e raggiungere la carbon neutrality nella seconda metà del secolo.

La strada da percorrere per la decarbonizzazione è chiara e si chiama transizione energetica: il passaggio da un mix energetico incentrato sui combustibili fossili a uno a basse o a zero emissioni di carbonio, basato sulle fonti rinnovabili. Le tecnologie per la decarbonizzazione ci sono, sono efficienti e vanno scelte a tutti i livelli.

E un grande contributo alla decarbonizzazione arriva dall’elettrificazione dei consumi finali. Si tratta di rimpiazzare in tutti i settori – dalle abitazioni ai trasporti, compresi quelli a lunga percorrenza, fino all’industria pesante – le tecnologie basate sui combustibili fossili con quelle che utilizzano l’elettricità prodotta da fonti rinnovabili in tutti i settori, ottenendo non solo l’abattimento delle emissioni a effetto serra, ma anche dell’inquinamento atmosferico, in particolare nelle città.

Riuscirà l’uomo a risolvere la questione?

Sono trascorsi anni, anzi decenni, da quando scienziati ed esperti avevano messo in guardia sugli effetti deleteri dell’attività umana sul nostro Pianeta. Poi sono subentrati anche gli attivisti per il clima, che si sono farti portavoce del malessere del Pianeta che ci ospita, sempre più inquinato, sfruttato e caldo. Ma tutti questi appelli, nella maggior parte dei casi, sono rimasti inascoltati.

Abbiamo continuato a produrre senza criterio, generare valanghe di rifiuti ed emissioni di gas serra. Soltanto quando il dramma ha iniziato a toccarci da vicino – come sta accadendo agli italiani con il caldo torrido e la siccità – abbiamo aperto gli occhi. Non sarebbe stato decisamente più saggio farlo prima?

Ambasciator