Danilo Pergamo: l’arte della vignetta di DaniloPé

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Il fantastico mondo della Vignetta di Danilo Pergamo

Danilo Pergamo, vignettista, comunicatore, artista. Un altro talento figlio di Napoli che racconta la sua Napoli attraverso la sua sensibilità, ironia. In questa intervista piena di spunti di riflessione, Danilo ci racconta il suo percorso, travagliato, ma pieno: fatto di cadute e risalite. Una strada da trovare che non è stata mai realmente tracciata da nessun altro se non da lui stesso. Il desiderio di lavorare con la propria passione, a dispetto di lasciare sicurezze e stabilità. Reinventarsi per seguire un sogno. Essere capace di leggere attentamente la realtà e di sfruttarla in base alle proprie attitudini. Con uno sguardo al ruolo del lavoro in Italia, in particolare quello social, passando da quello dell’informazione fino ad arrivare a quello della viralità.

Chi è Danilo Pergamo? Quando e perché comincia a disegnare?

“Il piacere è mio per essere qui, innanzitutto. L’idea di poter rappresentare il panorama artistico partenopeo mi inorgoglisce. Io sono Danilo Pergamo, ho 33 anni e mi occupo di comunicazione. Ho studiato design e comunicazione visiva all’università, nasco come grafico, mestiere che ho svolto dal post università fino ad oggi. Oltre alla parte artistica e vignettistica, mi occupo tutt’oggi di comunicazione per privati ed aziende, tramite pubblicità. Aldilà di questo, da diversi anni, sono un comunicatore social e lo faccio attraverso le mie vignette, cosa che ho sempre fatto da quando ero bambino. Fin da subito ho usato il disegno come ponte sociale con la realtà.

Da ragazzino avevo questa difficoltà nel comunicare, nel farmi comprendere da chi mi circondava, dai miei coetanei. Ero un bambino chiuso, a mio modo riservato, timido. Relazionarmi con gli altri per me non era semplice, ma cavandomela col disegno potevo usarlo come mezzo per farmi conoscere. Non riuscivo ad essere estroverso, stare al centro dell’attenzione. Il disegno ha da sempre trasmesso i miei messaggi, disegnare per me era un’ossessione. Con l’avvento dei social ho cominciato a scrivere e comunicare i miei pensieri tramite le varie piattaforme. Facebook al tempo mi ha dato una grossa mano, visto che era il social che veniva utilizzato da più utenti, quello con più interazioni. Questa comunicazione scritta si è poi trasformata in una comunicazione visiva, vignettistica. Da lì questa cosa è partita e si è mossa in maniera autonoma”.

Nasci come comunicatore e poi come vignettista, quindi. Che importanza dai all’evoluzione del lavoro oggi?

“Il mondo del lavoro si sta evolvendo e lo sta facendo maniera rapida, forte. Il mondo dell’istruzione, scuola e università, non riesce a stare al passo. Il lavoro è cambiato rispetto a qualche anno fa e la scuola non riesce più ad indirizzarti, darti un’impronta. Diventa difficile intraprendere una strada netta e questo purtroppo porta a dei rallentamenti che spesso e volentieri si tramutano in crisi esistenziali, causate del fatto che viviamo in una realtà in cui a 30 anni sei lavorativamente vecchio. È un discorso molto complesso, dove parecchie componenti dovrebbero porsi delle domande circa il mondo della formazione per i ragazzi”.

Come ritieni sia cambiata la comunicazione e quanto ritieni di esserti evoluto insieme all’evoluzione della comunicazione stessa?

La comunicazione cambia e cambierà di continuo. Nel momento in cui cambiano le dinamiche socioculturali, nel momento in cui cambia il modo di vivere l’intrattenimento, l’informarsi, cambia ovviamente la comunicazione.
Se la gente legge meno giornali, la pagina pubblicitaria sul quotidiano andrà a sparire. Nel momento in cui le persone tendono ad uscire di meno e a vivere di meno in strada, la cartellonistica pubblicitaria andrà a sparire, ad esempio. È tutta una questione di causa-effetto, un principio consequenziale.

La comunicazione è obbligata a stare al passo con i tempi. Se si passa più tempo sui social, se si passa più tempo con uno smartphone in mano anziché con la carta stampata, è normale che la comunicazione via social prenda il sopravvento. Non si può semplicemente riproporre il vecchio modo di fare comunicazione sui nuovi mezzi. Quello che andava bene per la pagina di quotidiano non andrà bene per una pagina social. La comunicazione cambia in base a quelli che sono i dispositivi e le modalità di interazione. I social, per comunicare, ti offrono un video di 15, 20, 30 secondi quel tempo diventa automaticamente il tempo che hai per trasmettere un messaggio. Se ne sei capace, riuscendo a tenere il passo di questa evoluzione allora è un bene.

Se non ci riesci, purtroppo, il tuo messaggio farà molta più fatica a venire fuori. L’evoluzione va monitorata in continuazione, non puoi permetterti distrazioni se vuoi relazionarti con gli altri.”

Per non parlare del ruolo dell’informazione...

“Esatto, l’informazione ormai si è spostata sui canali social, è tutto più veloce, più immediato. Se vuoi comunicare un messaggio da un punto di vista sociale, deve essere una cosa immediata. La gente è oramai abituata a leggere i titoli, non approfondisce, siamo bombardati di notizie. Diventa difficile documentarsi in maniera specifica su tutto, siamo sovraesposti: scrolliamo la home e riceviamo notizie sviluppandole in maniera superficiale. Riceviamo stimoli ed informazioni completamente diversi.

Nello stesso momento puoi vedere la foto del cane di un tuo amico su Facebook e subito dopo vedere una notizia sui bombardamenti in Palestina. Sono emozioni contrastanti, continue, difficili da districare, alle quali diamo la stessa attenzione. Io me ne accorgo quando provo a realizzare vignette con tematiche sociali, dove rappresento la mia idea e il mio pensiero su un argomento. Il discorso migranti, la prigionia di Patrick Zaki. Dai commenti ricevi spesso un feedback dalle persone che interagiscono con te, ma la domanda più inflazionata che ritrovo sotto i miei post è “qualcuno mi spiega cosa è successo?”

Le persone non hanno più voglia di approfondire, documentarsi su quel dato fatto. Vogliono avere nello stesso prodotto idea e contenuto. Diventa un discorso sempre più complesso, perché assistiamo ad una meccanica di compressione delle informazioni e questo permette di essere sempre aggiornati su tante cose, vero, ma in maniera molto sommaria. Il social è un mezzo di comunicazione che fornisce tante possibilità, ma sta portando ad una sommarietà generale. C’è chi fa un grosso lavoro cercando di trasmettere informazioni quanto più complete in quello spazio che il social ti concede, come c’è anche chi se ne approfitta puntando al titolo ad impatto, trasmettendo messaggi sbagliati che hanno grosse ripercussioni su quella che è la visuale delle persone sulle cose. Prendiamo la questione vaccini, ad esempio.

È stata fatta una campagna mediatica sensazionalistica ed enfatizzata che ha portato ad una situazione di terrore, che si è ripercossa sulla vita delle persone, soprattutto nella prima fase. Bisogna porre attenzione su cosa si comunica e come lo si fa. Se chi riceve il messaggio ha già una visione sommaria delle cose, non deve essere così per chi trasmette questi messaggi. Per comunicare bisogna avere le idee ben chiare in testa, altrimenti aumentano i danni”.

Condivido con te questa idea sul mondo della comunicazione e dell’informazione attuale, soprattutto quello social. È un mondo superficiale: tocca tutto, ma approfondisce poco. C’è una ultra-stimolazione da parte dei media classici e digitali. Riceviamo una quantità di stimoli così elevata che la traduzione di questi ultimi per noi è praticamente impossibile. Ricevi uno stimolo, provi a tradurlo, ma ne stai già ricevendo un altro, così all’infinito in un circolo vizioso. Diventa complicato distinguere, soprattutto quando i mezzi personali di traduzione della realtà come istruzione, capacità di lettura della realtà e spirito critico, non sono estremamente sviluppati e mi riferisco anche a quella parte di popolazione che rappresenta una generazione differente dalla nostra, fetta di pubblico che oggi ha un peso specifico importante sui social. La comunicazione oggi si preoccupa molto di intercettare questa fetta di popolazione.

In questo contesto, come si inserisce la vignetta? Anche in merito all’evoluzione della comunicazione di cui abbiamo parlato prima e di come un contenuto che prima veniva proposto in un modo adesso ha necessità di adeguarsi. La vignetta si è spostata dai giornali al web, d’altronde. Come traduci i contenuti di attualità per poi elaborarli sotto forma di vignetta? Parlaci del processo creativo di Danilo Pergamo

Il lavoro che si trova alle spalle di una vignetta, è immenso, fatto di tantissima informazione. Il grosso del backstage del mio lavoro è fare una ricerca accurata di quelle che sono le informazioni da tradurre visivamente. Se hai un numero di informazioni pari a 100, ad esempio, mettendole insieme riesci a produrre un 70. Se tutto va bene riuscirai a comunicare un 50, ma magari al consumatore finale della notizia arriverà sol un 30. Le varie scremature, riportate in termini numerici, derivano dal fatto che la chiave che cerchi di utilizzare non viene compresa da tutti, ognuno ha un suo modo di tradurre le cose, del resto. Ho la responsabilità di ricercare informazioni, soprattutto su più fonti e ci tengo molto a questo.

In questo settore c’è anche una forte tendenza allo schieramento, mentre io cerco di dare qualcosa di più oggettivo, provando a schierarmi quanto meno possibile anche se ho le mie idee, che in qualche modo comunque traspaiono.

Chi è che realmente esce dalle proprie ideologie? Il modo di comunicare sui social oggi è basato per l’80% su discussioni, polemiche e litigi ed io non voglio alimentare tutto questo, non lo trovo costruttivo. Qualsiasi spunto di riflessione o di dibattito che riesco a scaturire con i miei contenuti, deve essere qualcosa che vada a creare un miglioramento nella persona, in modo tale da lasciarle arricchire, non impoverire. Sono solito fare molte vignette calcistiche, ad esempio, e molto raramente cerco di infondere messaggi negativi sul singolo calciatore o sulla situazione complicata di una squadra, non mi piace creare bersagli o comunque sdoganarli. I facili acchiappa like non mi interessano, sono un modo scarno e superficiale di fare comunicazione. Preferisco stimolare il dialogo. Resta comunque il fatto che chi vuole vederci faziosità, la vedrà comunque.

Se faccio una vignetta su Cucchi, ad esempio, divento nemico delle Forze dell’Ordine. Se invece vado a fare una vignetta per valorizzare le stesse Forze dell’Ordine, come feci in occasione del Primo Maggio per onorare le categorie che non si sono mai fermate durante questa pandemia, allora ne divento amico. Sulla vicenda Cucchi, ad esempio, io mi schieravo solo contro quel determinato evento e chi ne fece parte, non feci di tutta l’erba un fascio, per intenderci. È sempre qualcosa di molto delicato e complicato dover andare a prevedere quella che può essere la ricerca della critica. Per dirti, tempo fa feci una vignetta sul compleanno di Mertens, rappresentandolo in vespa. I capelli, per me che disegno vignette, sono elemento fondamentale di riconoscibilità e difficilmente ci rinuncio, ma dovetti comunque metterci un casco per paura che potessero arrivare dei facili commenti opportunistici sulla questione.

Devi sempre cercare di essere un passo avanti, in alcuni casi, stare attento alla modalità in cui si comunicano certe cose senza ferire nessuno, anche se a volte è davvero difficile”.

Sotto questo punto di vista è effettivamente un lavoraccio, la responsabilità di cui mi parlavi è tanta e pesa, in alcuni casi, soprattutto quando si cerca di dialogare tramite la propria arte con un bacino d’utenza elevato ed ampio. Prevedere il lascito comunicativo della vignetta non è semplice, ma è obbligatorio.

Quando arrivano le vignette? Qual è il motivo scatenante che ti porta a disegnare, oltre alla necessità comunicativa che da sempre hai avuto? Il disegno è stato il tuo primo progetto di vita o te ne sei reso conto in un secondo momento? Quando hai capito che la vignetta poteva darti quello che ti sta dando? Anche a livello lavorativo, a livello umano e di notorietà

È stata ed è una cosa che è andata da sola con il tempo. Cominciò come un hobby, come mezzo per svagarmi. All’inizio del percorso vignettistico social, portavo sempre con me un taccuino sul quale abbozzavo idee: mentre ero in metropolitana, in stazione, o nelle ore di spacco in ufficio. Arrivato a casa cominciavo a disegnare la vignetta in digitale per poi pubblicarla. Questa cosa poi si è evoluta anche grazie all’arrivo di vari dispositivi, come i tablet, che mi consentono di muovermi in maniera veloce e di stare sul pezzo, cosa fondamentale per me. Che poi potesse diventare un lavoro, l’ho scoperto con il tempo. Alcuni brand cominciavano ad interessarsi a me, ai lavori che facevo e alla possibilità di collaborare con la mia forma d’arte per i loro contenuti. Lì intravidi uno spiraglio, una apertura verso l’inserimento della vignetta nel processo comunicativo delle aziende che mi contattavano”.

Il social oggi ha cambiato il mondo del lavoro, in particolare per settori come il tuo. Internet ti consente di avere la tua vetrina, di far vedere le tue vignette in una sorta di portfolio perennemente online e facilmente accessibile, cosa che permette alle persone di conoscerti. Che importanza dai a questo discorso?

La vignetta arriva da un flusso molto personale. Ad oggi non c’è una reale formazione o un indirizzo verso quella che è la creazione di contenuti o comunque in direzione della comunicazione digitale. È un mondo che viene ancora visto con diffidenza, come se non fosse un vero e proprio lavoro. Non si comprende che il social, che viene vissuto come mezzo di svago e intrattenimento, può essere fonte di lavoro per altre persone. Tant’è che quando si comincia a pubblicare contenuti brandizzati, qualcuno tra i commenti può lasciarsi pervadere quasi da un senso di tradimento, urlando al “venduto”. Quello che oggi succede con la diffidenza verso la creazione di contenuti per i social, non è poi tanto diverso da chi criticava anni fa chi cominciava a lavorare con i computer a dispetto del lavoro manuale. I cambiamenti creano stupore, paura. Spesso non è facile accoglierli.

È innegabile come il social sia diventata una vetrina enorme, sia per chi cerca di emergere in quanto individuo e sia per quanto riguarda le attività delle aziende. Oggi puoi arrivare a realtà che altrimenti sarebbero state lontane anni luce rispetto qualche anno fa. Una volta, nel mio settore, dovevi mandare via mail un portfolio sperando di farti notare. Oggi sai che attraverso i social puoi arrivare a realtà immense. Questo ha permesso a tanti di emergere e di cominciare a lavorare, creando la propria attività digitale. Io stesso ho avuto modo di entrare in contatto con realtà che probabilmente in passato non avrei raggiunto. Magari avrei dovuto superare altre tappe per raggiungerli. I social hanno rivoluzionato il mondo del lavoro, ovviamente, soprattutto in contesti come il mio“.

Parliamo del rapporto con il calcio Napoli. A livello sentimentale quanto ti ha aiutato? Quanto sei legato a quella realtà? La viralità che hai avuto è combaciata con l’attività vignettistica dedicata al Napoli? E invece, in generale, quanto influenza c’è in Danilo Pergamo di Napoli e dei Napoletani?

“Prima delle vignette, tempo fa, facevo fotomontaggi sui risultati delle partite del Napoli e di quello che ne derivava. Giravano abbastanza, riuscì subito ad avere un discreto seguito. Un fotomontaggio che ebbe parecchia visibilità fu nel periodo di maggiore prolificità di Mertens, sotto la guida di Sarri. Misi il volto di Dries sul San Gennaro di Jorit a Forcella e fu un’immagine che ebbe parecchio successo. Anche quando Hamsik raggiunse il record dei goal di Maradona, feci un fotomontaggio molto suggestivo con loro, rappresentandoli nel Giudizio Universale nei panni di Dio e Adamo, con il passaggio del pallone. Pubblicai questa vignetta all’intervallo della partita e prima che fosse finita arrivarono retweet da Argentina e Sudamerica, pazzesco.

Lì mi resi conto della potenza straordinaria dei social. Con il primo successo cominciò ad arrivare anche qualcuno che copiava letteralmente i miei lavori. In quel momento pensai allora di passare ad un mezzo personale come le vignette, sfruttando il mio saper disegnare, per creare un prodotto che potesse essere immediatamente distinguibile, tale da poter far dire “sì, è una vignetta di Danilo Pergamo”. La cosa ha funzionato e continua a farlo, fortunatamente. Per quanto riguarda il discorso dell’influenza, invece, credo che sia inevitabile figlia della fortuna che scaturisce dal fatto di vivere in una città come Napoli, che regala stimoli in continuazione. Ovunque ti giri hai una quantità incredibile di spunti da poter prendere, a livello culturale, a livello di tradizioni. Napoli emerge molto più di altre città per tanti motivi, grazie anche ai suoi elementi di riconducibilità, fondamentali per me che lavoro con le vignette.

Ovviamente, qualora tu voglia arrivare ad un pubblico più ampio, devi cominciare a fare cose che siano riconoscibili per un pubblico sempre più vasto. Sei obbligato a dover seguire i prodotti che hanno maggior appeal in quel momento, sia sul piano audio-visivo che su quello dell’attualità. Col folklore è la stessa cosa, ci sono tante cose sulle quali potrei giocare, ma che resterebbero comprensibili solo ad una determinata fetta di pubblico”.

La viralità ha portato dei cambiamenti all’interno del tuo quotidiano? La pandemia quanto ha influito sulla tua attività lavorativa?

La viralità cambia, ma cambia nell’ordine in cui si cerca di alzare sempre ulteriormente l’asticella. Se fai dei contenuti che riescono a diventare virali, raggiungendo dei consensi, l’obiettivo per la volta successiva sarà migliorarsi e creare un prodotto da poter offrire al tuo pubblico che potrà stimolare sempre di più questi ultimi, dando loro degli spunti di riflessione. La responsabilità della viralità è questa. È un modo di tarare il tuo lavoro. Necessariamente la viralità sui social deve corrispondere alla voglia di aumentare la qualità del tuo prodotto.

Durante la pandemia, lavorando in digitale come lavoratore autonomo, ho avuto la fortuna di non avere ripercussioni sul fatto di non poter raggiungere il posto di lavoro o di non poter addirittura svolgere la mia attività. Nel lavoro digitale è semplice, ad oggi, avere accessibilità da casa, ti basta un computer, un tablet, una linea internet. Le ripercussioni ci sono state (laddove comunque mi ritrovo a lavorare con delle aziende) con dei clienti che purtroppo hanno avuto necessità di fermarsi. Se si ferma un ingranaggio, ne risente tutta la macchina, crolla la filiera, anche per chi come me svolge un lavoro di questo tipo.

Questa situazione pandemica, ha però offerto tantissimi spunti ad un creatore digitale come me. In quel periodo ho fatto tantissime vignette. I cambiamenti erano dietro l’angolo giorno per giorno, i cambi dei DPCM, le novità che ci trovavamo ad affrontare come la corsa al supermercato e tutti gli elementi che ne sono conseguiti. Le videochiamate, la didattica a distanza. Dal punto di vista creativo posso definirlo un momento florido, ma di contro ha portato una marea di disagi, ovviamente, aldilà dei fattori negativi che già conosciamo, parlo di disagi dal punto di vista di vivibilità del mondo. Ad esempio, io sono e sono stato uno di quelli che ha messo massima attenzione nelle misure di prevenzione per il contagio.

Mi risulta ancora oggi difficile interrompere le normali azioni del processo di cautela personale in maniera brusca e forse è un bene da un lato perché mi consente di non abbassare la guarda, ma so che anche nel momento in cui le restrizioni si alleggeriranno io continuerò ad avere qualche difficoltà, qualche remora. La pandemia ci ha cambiato e ce ne renderemo conto più in là con gli anni, ne sono convinto.

Aspetti rumorosi ed aspetti silenziosi della pandemia, vero. Ci sarà da lavorare a livello personale, non è da sottovalutare“.

Danilo, tu sei uno di quelli che ha avuto la possibilità, la fortuna, di poter seguire la propria passione facendone un lavoro, mettendoci dedizione ed impegno. Qual è la tua esperienza in merito? Cosa diresti a chi oggi vuole inseguire i propri sogni? Che rapporto hai avuto con le tue aspirazioni? Quanto ha inciso lo studio della materia?

“Io già da ragazzino, come detto, portavo avanti questa mia propensione verso la materia, l’illustrazione, il disegno, che però non è mai stata realmente coltivata. Nonostante i professori mi dicessero che fossi bravo in campo artistico, provarono a dissuadermi in tutti i modi. “Col disegno non si lavora, ti conviene fare un liceo per una formazione più completa”, le solite cose. Così feci studi scientifici nei quali ho faticato tantissimo perché non rappresentavano le mie reali attitudini. Non butto via niente però, sia chiaro.

Si riesce sempre a prendere qualcosa da qualunque tipo di esperienza. Gli studi scientifici hanno comunque contribuito a darmi una visione analitica della vita, anche se questa cosa non ho mai saputo convertirla nella mia passione. Il lavoro è qualcosa di molto soggettivo, cambia in continuazione e non tutti conoscono per davvero gli sbocchi lavorativi che esistono, dunque si ripiega sempre sulle solite cose, portando le persone ad una frustrazione reale.

Manca un reale orientamento scolastico, universitario.

Sui social purtroppo mi capita spesso di vedere come persone che hanno tramutato la loro passione in un lavoro, vengano ingiustamente criticate da persone che purtroppo vivono il lavoro come una frustrazione. L’idea che qualcun altro sia riuscito in questa cosa, non sempre la si riesce a leggere in maniera positiva. Quello che consiglio è di inseguire i propri sogni. Si dice sempre di voler inseguire un sogno, ma in realtà sei sempre tu ad aspettare che il sogno si manifesti nelle sue forme più complete. Ancora oggi esploro e cerco di capire quali possono essere i migliori sbocchi per la mia attività.

Sono stato lavoratore dipendente per tanti anni, ma ho scelto di lasciare il lavoro per inseguire il mio sogno ed ovviamente ho lasciato delle sicurezze come uno stipendio fisso, un contratto, cose che oggi fanno gola in quanto sicurezze. È facile dire “sei fortunato, hai fatto della tua passione un lavoro”, ma alle spalle c’è tutto un lavoro di ricerca, di domande, auto analisi e rinunce che la gente ignora. Dal punto di vista psicologico, non è facile restare a galla. Consiglio di non lanciarsi mai a capofitto in qualcosa, ma sperimentare. Mi ritengo paradossalmente fortunato a non essere partito da subito con quella che ad oggi è la mia attività.

Aver compiuto un percorso lavorativo con più tappe mi ha portato ad avere oggi le idee più chiare su quello che voglio. Questo mi ha concesso la possibilità di capire cosa volessi diventare. Il resto viene da sé. Non bisogna correre e nemmeno andare troppo piano. Bisogna fare un grosso lavoro su se stessi e capire cosa si vuole dalla propria vita“.

Sono d’accordo con te per quanto riguarda il discorso dei propri sogni. Il tuo è stato un percorso travagliato, ti sei ritrovato in dei contesti che a livello attitudinale non ti rispecchiavano, non potevano darti nulla. Questo perché viviamo in un contesto che ci svia, ci scoraggia da quelle che possono essere le nostre passioni, i nostri interessi, per una presunta concretezza che poi non si ritrova. È logico che quando cominci a fare una cosa che ti piace, le cose vengano in maniera consequenziale. Faccio una cosa, ci metto entusiasmo e voglia, i risultati arrivano.

Progetti per il futuro? Cosa vuoi dal Danilo di domani?

“Ci ritroviamo nello stesso discorso perché questo è un problema generazionale, tocca tante persone della nostra fascia d’età. L’offerta di lavoro ad oggi sta diventando svilente. La tutela delle attività lavorativa è cambiata rispetto alla generazione precedente, che ha vissuto di diritti, sindacati, rispetto del lavoratore. I contratti di oggi non sono delle garanzie, è una vita in costante precarietà. Affanni, fai di tutto privandoti di qualsiasi tempo libero. Lo smart-working ha accentuato tutto questo. La gente ha perso la propria vita privata, sei a casa e quindi lavori perché tanto sei a casa tua. Persone che vengono assunte per un incarico e ne fanno un altro, la paura di non poter dire mai di no perché fuori quella porta presumibilmente ci sono altre persone pronte a prendersi il tuo posto ad uno stipendio inferiore. È una situazione lavorativa logorante, infame.

O si soccombe oppure arrivi al punto di dire “perché farlo per altri?”. Almeno provo a farlo per me stesso. Per il futuro mi auguro di poter continuare a lavorare in maniera creativa. Non mi sono mai posto dei paletti, dover lavorare in un ambito o in un altro. Mi piace spaziare e provare diverse realtà. Mi ritengo un creativo e voglio muovermi nella creatività. Sono un curioso di natura. Mi piacerebbe lavorare a qualche progetto editoriale, magari un libro, ma ci sono tante forme creative sulle quali mi piacerebbe lavorare. Incrocio le dita, sperando possa andare tutto per il verso giusto“.

Sottoscrivo quello che hai detto, la precarietà resta la caratteristica principale del mondo del lavoro, sia a livello contrattuale che spirituale. Sentirsi spezzettati, divisi, alla ricerca del compromesso eterno tra quello che posso fare, quello che voglio fare e quello che mi fanno fare. C’è da considerare anche questo aspetto, la vita non è sempre ciò che vuoi tu, ma anche ciò che vogliono gli altri. A questa cosa non bisogna arrendersi, ma bisogna reagire, non tutti riescono a farlo però, certo. La necessità è quella di fare un lavoro su se stessi e trovare la quadra con il tuo Io, trovare delle consapevolezze per poi trovare la chiave. Alla fine, serve trovare questa chiave che ti consente di aprire tutte le porte della tua vita, sperando di poter diventare ciò che vorremo diventare.

Ringraziamo Danilo per il tempo speso con noi e per le belle parole impiegate affrontando tematiche attuali e generazionali, augurandogli ogni bene ed ogni fortuna personale e professionale.

PhotoCredit:@danilopergamo

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.