Don Franco Esposito, il prete degli ultimi

Don Franco Esposito, prete degli ultimi

Don Franco Esposito, con l’associazione “Liberi di Volare”, dona speranza alle persone che abitano nel quartiere Sanità e a chi ha bisogno di riprendere la propria vita tra le mani

Don Franco Esposito “Il prete degli ultimi”, come mai questa scelta?

Il prete è sempre il prete di tutti, poi c’è il servizio che si svolge e il mio dopo essere stato parroco per circa venti anni in alcune comunità è continuato, perché mi è stato chiesto dal Vescovo, nell’ambito del penitenziario, come cappellano del carcere di Poggioreale e come direttore dell’ufficio di pastorale carceraria della diocesi di Napoli.

Quello che posso dire è che in questi anni mi sono reso conto che essere prete nel carcere significa farsi compagno di cammino, non essere presente in questa istituzione per i detenuti, ma con i detenuti. Tante volte significa prendere su di se il male dell’altro, sentire per quello che è possibile la sofferenza dell’altro come se fosse un po’ tua, come Gesù fa con noi: è questo e solo questo che qualifica il servizio di un sacerdote all’interno di una struttura complessa come quella carceraria.

In realtà il cappellano insieme ai volontari sono quel ponte con la comunità esterna che guarda alle persone recluse non come gente esclusa, ma come parte integrante della società e della Chiesa, per questo è importante la relazione col territorio. Il detenuto, infatti, ha un prima che è la realtà da cui proviene, e un dopo dove dovrà essere aiutato a reinserirsi non come ex detenuto ma come persona che ha bisogno di accoglienza e accompagnamento. La nascita all’interno della pastorale carceraria dell’associazione “Liberi di volare” vuole rispondere proprio a questo bisogno“.

Con l’associazione “Liberi di volare” chi accogli e perché?

L’Associazione Liberi di Volare ODV nasce nel 2010 ad opera dell’impegno dei volontari del Centro Diocesano di Pastorale Carceraria della Curia Arcivescovile di Napoli sotto la mia guida.

L’Associazione nasce per fornire un supporto alle persone detenute e alle loro famiglie, inizialmente svolgendo attività di sostegno psicologico e materiale, di accompagnamento cristiano presso gli istituti penitenziari di Napoli.

Nel 2014 nasce la Casa Liberi di Volare della Curia Arcivescovile di Napoli grazie alla collaborazione della Curia di Napoli, che ha messo a disposizione dell’Associazione una struttura di sua proprietà interamente dedicata alle attività dell’Associazione. La sede legale ed operativa dell’Associazione si trova a Napoli, in via Giuseppe Buonomo 39/41, dove accanto alla Pastorale Carceraria si è creato un vero e proprio polo funzionale all’accoglienza e al supporto dei detenuti in misura alternativa e alle loro famiglie.

Alla luce delle condizioni delle carceri italiane abbiamo l’obiettivo di sistematizzare un modello di intervento complesso e multidimensionale a favore dei detenuti ed ex detenuti, offrendo un’opportunità di integrazione con il tessuto sociale che si fonda sul reinserimento lavorativo delle persone con problemi di detenzione in area penale, sulla ricostruzione dei legami familiari e sul soddisfacimento dei bisogni contingenti, come quello abitativo e lavorativo“.

Quali sono le azioni principali?

Questo obiettivo passa attraverso 3 azioni principali. Prima di tutto l’accoglienza residenziale e diurna di soggetti coinvolti nel circuito penale. Poi un Centro diurno per l’affidamento in prova ai servizi sociali e messa alla prova, che prevedono la realizzazione di laboratori di bigiotteria, falegnameria, grafica, informatica, ceramica, arte presepiale, scrittura creativa, laboratorio delle ostie, incontri di formazioni volti a stimolare la coscienza e la riflessione.

Un Centro di Ascolto per i detenuti e le loro famiglie che concede circa 280 disponibilità all’anno sia per gli affidamenti nel centro diurno sia per il domicilio presso la casa di accoglienza Liberi di Volare”.

Qual è lo stato delle carceri che seguite e quale potrebbe essere la soluzione?

“La situazione attuale delle carceri napoletane è tra le più tragiche, nelle già difficili condizioni degli Istituti di pena italiani. Non a caso sono stati richiesti urgenti e improcrastinabili azioni per l’umanizzazione delle pene e interventi finalizzati a ridurre l’inumano sovraffollamento.

Questa situazione naturalmente ha effetti negativi sull’azione rieducativa della pena che dovrebbe essere uno degli obiettivi principali. Le persone una volta uscite dal carcere difficilmente hanno i riferimenti per allontanarsi dai circuiti criminali e anche quando si lasciano alle spalle gli stili di vita devianti continuano a pagare le colpe già espiate.

Esse, infatti, conservano lo stigma e mancano dei necessari strumenti che favoriscono il loro reinserimento nella società. Un soggetto che proviene dal carcere, gravato dallo stigma e spesso da una bassa autostima, è difficile che possa trovare una occupazione, se non adeguatamente accompagnato e sostenuto.

Una situazione che penalizza ulteriormente chi parte già da una posizione di svantaggio. Infatti, le persone che vogliono prendere distanza dalla difficile condizione di ex detenuto, trovano enormi difficoltà, dovute al pregiudizio che li circonda. Questa difficilissima situazione occupazionale marginalizza ancora di più chi è gravato dallo stigma: così si crea un circolo vizioso, dal quale è estremamente difficile uscire, mettendo a dura prova la volontà di abbandonare percorsi illegali, soprattutto quando il bisogno pone sofferenze per la propria famiglia.

Questo pone il problema fondamentale, che bisogna programmare interventi che incidono non solo sulla persona, ma anche sul suo contesto familiare e sociale perché un qualsiasi intervento abbia successo, e soprattutto perché si creino le condizioni affinché le colpe dei padri non ricadano sui figli smentendo così la profezia che si auto avvera. Accanto a problematiche di natura economica non è da sottovalutare l’influenza che il contesto sociale ha su tali individui. La bassa scolarizzazione, il facile approccio al mercato dell’illegalità, l’uso abituale di sostanze stupefacenti, che sono fortemente concentrati in alcuni quartieri partenopei, rendono più difficile un sano regime di vita“.

La storia di un detenuto che ha cambiato vita

Massimo è un giovane conosciuto in carcere e accolto poi per il residuo della pena presso la casa di accoglienza “Liberi di Volare” della pastorale carceraria di Napoli. Da subito si è dimostrato un ragazzo sensibile forgiato attraverso la sofferenza della vita. Nel periodo della detenzione presso il carcere di Secondigliano sentiva forte la mancanza dei figli. Il dramma degli affetti negati è certamente il dolore più insopportabile che un detenuto percepisce nella solitudine della cella.

Un giorno quando era ospite alla casa di accoglienza mi chiese di parlare dicendomi che doveva darmi una cosa che conservava, e che si era portato dal carcere, non riusciva a parlare gli occhi si riempivano di lacrime e tra i singhiozzi estrasse dalla tasca una corda fatta con strisce di lenzuolo intrecciate tra loro, e mi disse: “Voglio donare a voi questo oggetto che per me è una grazia che ho ricevuto dal Signore, voglio che la tenete voi e pregate per me”.

La conservava dal giorno in cui gli avevano notificato in carcere che gli avevano sospeso la patria potestà, le brutte notizie quando arrivano tra le fredde mura di una cella hanno il potere di annebbiare la mente perché non ci sono volti amici ai quali volgere lo sguardo per trovare comprensione, né mani da stringere per ritrovare un po’ di calore. Rimane solo la disperazione e un pensiero fisso, martellante, “voglio farla finita”, niente ha più senso, neppure il ritornare un giorno ad essere un uomo libero. Che senso può avere una libertà senza nessuno che ti aspetta per riabbracciarti, senza un futuro da vivere con chi ami.

Ci vollero tre giorni per costruire quella corda, si dovevano strappare le strisce del lenzuolo di nascosto lontano dagli occhi indiscreti dei compagni di cella e delle guardie, poi intrecciarle l’una con l’altra, con nella testa un solo pensiero stringerla al più presto al collo, solo così si sarebbero zittiti i pensieri, solo così poteva trovare un pò di pace.

Poi arrivò il giorno, tutto era pronto, la corda era lì ben nascosta che aspettava il momento opportuno per svolgere il suo compito, lui era da solo in cella, i compagni erano scesi per l’ora d’aria, chiuse la cancellata e poi il blindato, nessuno si sarebbe accorto di niente fino alla sopravvenuta morte.

Prese la corda, ma prima mise sul pavimento del sapone perché la sedia potesse scivolare, legò la corda alle sbarre della finestra facendo quattro nodi, questo lo ricorda bene, poi il cappio al collo con un altro nodo ben stretto, infine si lasciò andare con il volto dei suoi figli nella mente e con la consapevolezza di non averli più rivisti. Poi il tonfo cadde a terra, i nodi tutti e quattro stretti alle sbarre si erano sciolti, come per miracolo, si ritrovò a terra nel sapone che aveva cosparso sul pavimento.

Dei passi nel corridoio, erano i compagni, la guardia apri il blindato e vide la corda sul letto e il pavimento bagnato col sapone, capi subito il gesto che aveva cercato di fare e si allarmò gridando “ma hai perso la testa” si la testa l’aveva persa, la mente si era annebbiata, ma ora tutto stava ritornando ad essere chiaro, qualcuno gli era stato vicino qualcuno che non aveva visto, ma ne sentiva la presenza, come una mano che aveva sciolto quei nodi stretti, e che ora lo accarezzava dandogli ancora vita ma vita nuova.

Ora Massimo si trova in Germania e lavora come pizzaiolo. É felice di questa vita ritrovata, sa che la sua corda è ai piedi del crocifisso della cappella della pastorale carceraria per ricordare a tutti che la croce, anche se rappresenta la sofferenza e la morte, è il segno più forte e più grande della vita affinché chiunque volge al Crocifisso il suo sguardo possa ritrovare coraggio nel momento della paura e ritrovare speranza quando sembra che non ci sia più un futuro degno di essere vissuto“.

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