Medioevo 2021: le donne afghane dicono addio alla libertà

Donne afghane con il burqa

Le donne afghane sono le prime vittime della conquista talebana e le prime a dover rinunciare alla libertà personale. I divieti a cui devono sottostare sono assurdi per le donne d’Occidente, ma se fosse successo a noi?

Immagina questo. È una mattina d’estate, proprio come una di queste, sono le 9.30, ti sei appena svegliata e sei seduta sul letto fissando l’armadio: nemmeno oggi sai cosa indossare, se quella gonna di jeans o quegli shorts che ti piacciono tanto e che forse ti starebbero pure meglio abbinati a quella camicetta bianca. Immagina di cambiare idea, di voler andare a correre all’aria aperta, oppure di voler fare un giro in motocicletta. E quella voglia improvvisa di voler fare festa? Immaginiamo che tu ne organizzassi una con tante persone: amici, conoscenti, amici di amici.
Ora immagina di andare in cucina, di accendere la TV e di ascoltare una notizia che ti informa che c’è stato qualcuno che ha deciso che da oggi in poi, tu e tutte le altre donne non potrete fare più ciò che avete fatto finora.
Scopri, infatti, che hanno posto il divieto di praticare sport e poi il divieto di andare in taxi, in bicicletta, o in motocicletta. Non puoi più far festa, perché hanno messo il divieto di potersi incontrare per qualunque occasione a scopo ricreativo.
Non è finita qui, perché esiste addirittura un divieto che modifica tutti i nomi di luogo che includono proprio la parola “donna”.
E poi, ancora, hai il divieto di fotografare, di filmare, di presentarti in TV, in radio o a qualsiasi incontro pubblico, persino di apparire sui balconi di casa. È per questo che c’è l’obbligo di pitturare tutte le finestre, così non puoi più affacciarti.

Stai ascoltando attentamente con le tue orecchie e pensi sia tutto un’assurdità prima ancora di sentire la cosa peggiore: hai il divieto di ridere ad alta voce. Insomma non puoi più ridere. E non puoi più nemmeno andare a scuola o all’università, né parlare con altri uomini che non facciano parte della tua famiglia.
Ti trovi così, a bocca aperta, non pensi nemmeno che possa essere vero. Di tutte quelle libertà che avevi un attimo fa, e che consideravi normali, adesso ne senti il peso. Senti il peso dei traguardi anche più sottili, che ora però sono andati persi, perché lì fuori c’è qualcuno che ha deciso di prendere il potere del tuo paese e di stravolgerne il volto a partire proprio dalle donne.

Indosserai il Burqa, non dovrai mostrare nemmeno un centimetro del tuo corpo, nemmeno per sbaglio. Dimenticati le gonne, gli shorts, i vestiti colorati. Ora sei coperta dalla testa ai piedi e ti si vedono a stento gli occhi. Se mostri le caviglie, anche solo per sbaglio, sono autorizzati a frustrarti in pubblico, con botte e violenze verbali.
Distogli lo sguardo dal telegiornale per un attimo e pensi: “Ma dove viviamo, nel Medioevo?

No, è il 2021, siamo in Afghanistan e le donne sono le prime vittime della conquista talebana degli ultimi giorni. La storia non è la tua, non è successo a te, non ti priveranno della tua libertà. Ma nel momento in cui tiri un sospiro di sollievo ringraziando che i tuoi spazi siano rimasti intatti, c’è un’altra donna, come te, e non lontanissima dal tuo paese, che deve assolutamente dimenticare la parola “libertà”, perché non sa nemmeno quando potrà avere anche solo una minima parte di essa. Camminerà per strada, quando le sarà concesso, e vedrà cancellati persino i volti -scoperti- delle donne raffigurati sui manifesti.

Questa è la storia di una fetta del nostro mondo -e non è l’unica- che ci aiuta a capire che il potere è uno strumento che se finisce nelle mani sbagliate, aiuta a cancellare innumerevoli traguardi non solo per le donne, ma per l’umanità intera.
E mentre sbiadiscono interi paragrafi su una probabile direzione verso l’emancipazione dalle visioni retrograde dei talebani, se ne sta scrivendo un’altra, di storia: i talebani hanno preso Kabul, tutta l’Afghanistan farà parte dell’Emirato islamico. Sembra il titolo di un capitolo, che però non ha il sapore di quella lucidità storica che ci spiega come andrà a finire, perché non lo sappiamo.


Non conosciamo le sorti del paese, non sappiamo cosa accadrà alle donne afghane, ma forse una cosa noi la abbiamo capita: guardare con occhi diversi ogni centimetro di libertà di cui godiamo.
Perché se possiamo vivere la nostra vita senza restrizioni di quel tipo, non significa che il nostro paese sia forte.
Vuol dire solo che siamo fortunati.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.