Eduardo De Filippo tra realtà e teatro

Eduardo De Filippo, drammaturgo, regista, attore e poeta napoletano, è stato uno dei massimi esponenti della cultura italiana del Novecento

Nato il 24 maggio 1900, Eduardo De Filippo, figlio illegittimo dell’attore commediografo Eduardo Scarpetta e di Luisa De Filippo, insieme ai fratelli Peppino e Titina, crebbe dentro l’ambiente teatrale napoletano e rilevò già nell’adolescenza straordinarie doti comiche. I tre fratelli lavorarono insieme negli anni Venti, sia nell’ambito del teatro dialettale che in quello più eterogeneo del varietà e della rivista. Già allora Eduardo compose testi di vario tipo, molti dei quali rimasti inediti: il più antico tra quelli pubblicati, Farmacia di turno, risale al 1920.

Grande successo ebbe l’attività della compagnia del Teatro Umoristico “I De Filippo”, fondata nel 1932, in cui i tre fratelli lavorarono insieme fino all’uscita di Peppino, che l’abbandonò nel 1944. La compagnia trovava la sua forza in una scatenata vitalità comica, nelle spontanee doti dei tre fratelli e nel loro sapiente uso di forme farsesche. “I De Filippo” mostravano grande attenzione agli aspetti concreti della realtà della Napoli contemporanea, soprattutto alle abitudini, agli stenti, alle illusioni quotidiane della piccola borghesia. Eduardo sentiva il bisogno di portare il teatro napoletano fuori da un ambito locale e di confrontarlo con la drammaturgia borghese e con le forme più prestigiose del teatro contemporaneo.

Il teatro di Eduardo De Filippo

“Il teatro porta alla vita e la vita porta al teatro. Non si possono scindere le due cose”

Eduardo De Filippo

Il teatro di Eduardo De Filippo, affonda le proprie radici nella tradizione dello spettacolo napoletano: una tradizione che si presenta assai ricca e vitale per tutta la prima metà del Novecento e che aveva trovato la sua espressione più suggestiva nella comicità popolaresca e aggressiva di Raffaele Viviani. Nella drammaturgia di Eduardo si è data la maggiore immagine contemporanea di quell’intreccio tra attore, autore e regista. Questo intreccio ha fatto di lui un vero e proprio “personaggio”, costante ed inconfondibile nelle sue diverse opere, anche se ogni volta presentato con nomi diversi e in situazioni varie.

Il suo teatro è quindi legato alla sua presenza scenica e alla sua recitazione, alla sua singolare figura teatrale. Attraverso il corpo dell’autore, nel suo modo di essere e di parlare, di comunicare con il pubblico, il personaggio di Eduardo ha fatto del teatro una rappresentazione di ciò che di positivo può avere l’uomo, un sogno di solidarietà e di giustizia: ha vissuto lo scontro tra questo sogno e l’ostile realtà di un mondo dominato dall’egoismo, dall’avidità, dall’aggressività, dalla violenza.

Per l’autore-attore Eduardo, il comico è stato un essenziale modo di conoscenza: attraverso il comico, egli ha verificato il contrasto tra l’aspirazione del suo personaggio ad un’autenticità umana e i caratteri concreti della vita contemporanea, dominata dal denaro, estranea proprio ad ogni dimensione umana. Il comico è arrivato così spesso a risolversi in una smorfia sofferente e amara, a volgere improvvisamente verso il patetico il tragico.

La Napoli di Eduardo

Tormentato era il rapporto con la sua città, Napoli. In tale ottica è celebre il suo “Fuitevenne a Napule!” rivolto ai Napoletani onesti e ai giovani leali, considerazione giunta al colmo della rabbia nel vedere la città partenopea in mano al malaffare, alla corruzione, alla malapolitica e alla camorra. Eduardo combatté negli anni Sessanta per la creazione a Napoli di un teatro stabile, il Mercadante, che voleva affiancare al Teatro San Ferdinando, da lui acquistato e restaurato. Ma una serie di scontri politici fecero sì che Eduardo, a causa di problemi burocratici e ostacoli istituzionali, non vedesse realizzato questo sogno per la città. E fu proprio in quel momento che, nello sconforto più totale, pronunciò la famosa frase.

Ma il suo pensiero in realtà fu sempre rivolto a Napoli. Non solo costruì proprio qui il suo San Ferdinando, ma soprattutto lottò tantissimo per i ragazzi del carcere di Nisida.

E ancora, in Napoli milionaria! (uno dei tanti capolavori di Eduardo), Don Gennaro diceva in difesa dei napoletani:

Mariuolo se nasce. E nun se po’ dicere ca ‘o mariuolo è napulitano. Oppure romano. Milanese. Inglese. Francese. Tedesco. Americano [… ]‘O mariuolo è mariuolo sulamente. Nun tene mamma, nun tene pato, nun tene famiglia. Nun tene nazionalità. E nun trova posto dint’ ‘o paese nuosto. No. Pecché siccomme ‘o paese nuosto nun porta na bon’ annummenata […] Che vuo’ fa’? È na disgrazia. Appena sentono :«napoletano», già se mettono in guardia. Pecché è stato sempe accussì. Perciò tu ca si’ giovane, aviss’ ‘a da’ ‘o buono esempio accussì quanno te truove e siente ca parlano male d’ ‘o paese tuio, tu, cu tutt’ ‘a cuscienza, può dicere: – «Va bene, ma ce stanno ‘e mariuole e ‘a gente onesta, comme e dint’ ‘a tutt’ ‘e paise d’ ‘o munno».

In tutto il teatro di Eduardo c’è un profondo amore per Napoli, per le sue usanze e per la sua comunicatività spontanea. Una Napoli, quella del Maestro, civile e accogliente, carica di umanità, anche se impegnata in una lotta quotidiana per la sopravvivenza.

Il valore della famiglia per Eduardo

Per Eduardo c’è sempre stato in primo piano il valore della famiglia, che egli sente quasi infantilmente come luogo di integrità, di comunicazione totale e fiduciosa, e che quindi va difesa da tutte le aggressioni di un mondo brutale e ostile. Ma proprio il valore della famiglia subisce -nel teatro di De Filippo- i più vari sconvolgimenti. Il personaggio di Eduardo si trova spesso a lottare con le lacerazioni interne al tessuto familiare, pesantemente minacciato dalle trasformazioni sociali in atto. I drammi del Maestro si svolgono quasi sempre in interni familiari: salotti e tinelli in cui tanti oggetti e consuetudini ricordano l’originario valore di integrazione della famiglia. Qui esplodono contrasti di tutti i tipi, si scontrano finzioni e ipocrisie, manie e distorsioni.

Natale in casa Cupiello

Natale in casa Cupiello, scritta nel 1931, come atto unico, poi ampliata in due fasi, fino a raggiungere nel 1943 la versione finale in tre atti. Commedia, che forse costituisce il più denso capolavoro di Eduardo, ha al suo centro il personaggio di Luca Cupiello, vecchio e candido padre di famiglia, che vive la festa di Natale come momento di solidarietà affettività e familiare, come assoluto piacere fiabesco, che si raccoglie intorno al luogo simbolico del presepe. La costruzione del presepe è per Luca come una regressione verso l’infanzia, verso un mondo caldo, senza scissioni e contrasti. Il Natale è per lui una suprema illusione che lo porta a non vedere e a negare i contrasti violenti che lacerano la sua famiglia. La rivelazione improvvisa della reale situazione familiare, fa precipitare la festa in dramma e distrugge la salute di Luca, conducendolo alla morte, a cui egli si lascia andare ricostruendo nuove illusioni, estasiato dalla visione di “un Presepe grande come il mondo”, in un ultimo sogno di ricomposizione e di felicità infantile.

Napoli milionaria!

Opera rappresentata con grande successo al teatro San Carlo di Napoli il 25 marzo 1945. Una delle sue commedie più belle e toccanti, che segna l’inizio di una produzione d’impegno etico e civile. È una commedia che esprime la necessità di un riscatto morale e del recupero dei valori fondanti della vita; valori che le guerre travolgono, quando corruzione, criminalità, degrado morale, avidità di potere e danaro, prevalgono sul diritto a vivere secondo giustizia.
È quello che accade alla famiglia Jovine, che durante la guerra, spinta dalla miseria, si arrangia con la “borsa nera”, per poi arricchirsi – dopo l’arrivo degli Alleati – con lo sfruttamento, la prostituzione, lo strozzinaggio, e i furti del primogenito Amedeo.

Questa è la situazione che trova il capofamiglia Gennaro, tranviere disoccupato, al suo rientro a casa dopo oltre un anno. Per Amalia, diventata amante del socio in affari, il ritorno del marito è un fulmine a ciel sereno. Gennaro, dal canto suo, non si compiace dell’agiatezza in cui vivono i familiari. Vorrebbe sfogarsi e raccontare le sue sofferenze, ma nessuno lo ascolta. Tutti non vogliono pensare più alle pene e ai dolori del conflitto ormai concluso. Quando apprende del comportamento non esemplare tenuto in sua assenza dai figli e dalla moglie, Gennaro tuttavia non si arrabbia; si rende conto che quanto accaduto in casa sua non è che la semplice conseguenza di una catastrofe che si è abbattuta su gran parte dell’umanità. Trova per la malattia della più piccola Rituccia e per la famiglia, caduta in disgrazia nei sentimenti, solo parole di perdono e speranza.

“S’ha da aspettà, Ama’. Ha da passà ‘a nuttata”.

La battuta famosissima del terzo atto è di sicuro improntata all’ottimismo, così come ottimista era il medico di Rituccia che l’ha pronunciata. La notte, pur essendo buia, ha una durata limitata. Dopo arriva sempre il sole e nasce un giorno nuovo. La frase suona come voce di speranza: si può sempre superare un momento difficile, si deve solo avere pazienza.

Filumena Marturano

In Filumena Marturano (con un sotterraneo richiamo alla vicenda familiare dell’autore e dei suoi fratelli) si svolge la vicenda di una donna, che ha vissuto una vita da prostituta e che, fingendosi in punto di morte, riesce a farsi sposare dal suo amante, convincendolo poi a riconoscere i tre figli che ella ha cresciuto a insaputa di lui, di uno solo dei quali egli è padre. Il personaggio di Filumena si afferma sulla scena con eccezionale tensione drammatica, imponendo in modo quasi eroico la sua passione materna, il suo bisogno di ritrovare, al di là delle vicende della propria vita infelice, quell’unità familiare che non ha mai avuto. Anche in questa straordinaria commedia del 1946, ritorna il tema della disgregazione familiare, caro al nostro Maestro.

Eduardo De Filippo era il teatro e l’uomo era la sua arte. Un vero e proprio genio creativo amato in tutto il mondo.
Ė stato autore di numerose opere teatrali straordinarie e ovviamente citarle tutte sarebbe stato impossibile. Ho cercato di raccontare e ricordare il grandissimo Maestro soffermandomi su quelle che per me sono le sue commedie più belle. E le tue quali sono?

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.