Emily Dickinson: la poetessa della solitudine

emily dickinson

Il 15 maggio 1886 morì Emily Dickinson, poetessa nordamericana che ricordiamo per l’innegabile genio poetico e un’insolita scelta di vita: auto-segregarsi nella sua stanza per venti anni

Il 15 maggio 1886 moriva, a soli 55 anni, Emily Dickinson, una delle poetesse più apprezzate di tutti i tempi. E’ diventata famosa innanzitutto per il suo genio artistico, conosciuto per lo più dopo la morte, con la pubblicazione postuma delle sue poesie ad opera della nipote. In secondo luogo è ricordata per una scelta di vita che sembrerebbe folle o comunque difficile da comprendere. Quale L’autosegregazione.

Pensate che trascorse 20 anni della sua vita chiusa nella sua stanza, senza vedere nessuno, nemmeno i familiari che vivevano nella sua stessa casa. Certezze sul motivo di questa insolita scelta non ce ne sono, ma diverse sono le supposizioni al riguardo.

La clausura: una scelta di ribellione e anticonformismo

Aveva solo 23 anni Emily Dickinson quando decise di ritirarsi dalla vita pubblica. Da allora l’unica forma di comunicazione con il mondo esterno furono le numerosissime lettere che scriveva ad amici e familiari.

C’è chi pensa che la sua “clausura” sia stata un segnale di distacco dalle convenzioni e regole del 19° secolo, secondo cui essere donna significava ricoprire esclusivamente il ruolo di moglie e madre. La Dickinson, si sentiva probabilmente inadeguata per tutto ciò, poiché si identificava al contrario solo con la poesia e con la libertà che aveva, attraverso questa, di esprimere a pieno se stessa e le proprie emozioni.

Furono proprio la poesia e la letteratura (che studiò da autodidatta) la sua finestra aperta sul mondo, un’avventura continua e allo stesso tempo un porto sicuro. Una cosa è certa: dall’isolamento e la solitudine derivò una immersione totale nel mondo poetico-letterario e una grande spinta creativa che portò alla produzione delle sue poesie più belle.

Rendere le emozioni eterne tramite la poesia

Un’altra supposizione circa l’auto-segregazione di Emily Dickinson sarebbe legata alla sua paura di vivere, di esporsi troppo agli eventi esterni, che inevitabilmente portano a vivere emozioni a volte troppo forti da gestire, come l’amore, il dolore e la perdita.

O forse è il contrario? Probabilmente Emily Dickinson aveva ben compreso che l’immaginazione permette di idealizzare le emozioni e quindi di viverle a pieno, rendendole eterne. Le furono attribuiti infatti molti innamoramenti, ma niente mai si concretizzò in una relazione. L’amore infatti veniva vissuto dalla Dickinson (ed espresso nelle sue poesie) come un ideale perfetto, proprio perché non veniva in nessun modo intaccato dalla realtà.

“SENTIVO UN FUNERALE NEL CERVELLO”: i demoni interiori di Emily Dickinson

Un’altra fetta di studiosi, ritengono invece che Emily Dickinson soffrisse di patologie o disturbi mentali.

Le ipotesi vanno dalla semplice emicrania (come si potrebbe dedurre dal verso di una delle sue poesie (“Come un tamburo – batteva – batteva – finché pensai che la mente si fosse intorpidita) ad una forma di ansia sociale o agorafobia, al disturbo schizofrenico della personalità, fino all’epilessia.

Insomma, tutti (o quasi) disturbi che, specialmente all’epoca erano considerati una tara familiare. Spesso i malati venivano tenuti in casa, quasi nascosti, per evitare che la famiglia intera subisse danno nella reputazione. Ed in questo caso sarebbe stata la stessa Emily Dickinson a scegliere di rinchiudersi per pudore e dignità.

Ancora oggi non si sa, e mai si saprà, il reale motivo di questa scelta, ma di certo Emily Dickinson è l’esempio di come la solitudine possa essere trasformata in opportunità e creatività, a seguito di una profonda conoscenza di se stessi.

Sarei forse più sola senza la mia solitudine

Emily Dickinson
Ambasciator