L’Ercole Farnese e l’11esima Fatica del semidio

Ercole Farnese

La statua custodita al MANN è strettamente legata al mito delle 12 Fatiche. L’Ercole Farnese è un’opera tutta da scoprire

Diverse solo le opere della Collezione Farnese che Carlo di Borbone ha trasferito da Parma a Napoli. Tra i tesori artistici, attualmente ospitati tra la Reggia di Capodimonte e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN), uno dei più noti è certamente l’Ercole Farnese. Una scultura che ricorda all’undicesima Fatica sostenuta dal semidio più famoso di sempre.

L’Ercole Farnese a Napoli e la sua attribuzione

La statua (alta 317 cm) rappresenta il figlio di Zeus e Alcmena mentre sta riposando, appoggiato alla sua micidiale clava, dopo aver preso i pomi d’oro alle Esperidi, una delle 12 Fatiche che il re greco Euristeo aveva indicato al semidio per espiare una colpa di cui parleremo in un prossimo articolo.

I pomi d'oro delle Esperidi
I pomi d’oro delle Esperidi

L’Ercole Farnese è un’opera dello scultore ateniese Glicone, come riportato sulla base della scultura. In realtà, l’attribuzione e la datazione di questa copia dell’originale bronzeo realizzato, nel IV secolo a.C., da Lisippo, è molto più complesso di quanto appaia a prima vista. 

La scultura è stata rinvenuta nel 1546, a Roma, presso le Terme di Caracalla: una committenza, quindi, di grande rilievo. La firma di Glicone è stata però più volte falsificata, a causa della fama dell’artista. L’opera, secondo alcuni, potrebbe essere stata realizzata da una bottega romana del III secolo d.C. Entrò a far parte della Collezione Farnese grazie all’acquisizione dell’opera da parte del cardinale Alessandro Farnese

Le gambe di Guglielmo Della Porta

Quando la statua fu rinvenuta nel 1546, mancavano diversi pezzi, soprattutto i due polpacci. Per ovviare a questo inconveniente fu richiesto l’intervento di un talentuoso allievo di Michelangelo Buonarroti, Guglielmo Della Porta. Successivamente, le parti mancanti furono ritrovate ma solo in epoca Borbonica (fine Settecento) avvenne la sostituzione. Attualmente, dietro la copia di Lisippo sono conservati i “polpacci di Guglielmo Della Porta”.  

L’undicesima Fatica del semidio

Ercole, a causa delle 12 Fatiche, viaggiò per tutto il Mediterraneo dall’Asia Minore alle celebri Colonne d’Ercole, estremo limite della conoscenza umana (dovrebbero trovarsi a Cadice, in Spagna). I pomi delle Esperidi si trovavano in una sorta di giardino magico nell’Estremo Occidente, lì dove i cavalli del Sole si riposavano la notte, dopo aver portato per tutto il giorno il suo carro. L’albero delle mele d’oro era stato un dono di Gea, la Madre Terra, per il matrimonio di Giove ed Era.

Il giardino era custodito da un drago enorme dalle cento teste, il temuto Ladone, dalle 3 ninfe della Sera, le Esperidi: la Rossa, la Brillante e l’Aretusa del Tramonto (nomi assunti dai colori che assume il cielo quando il Sole tramonta). L’ultimo guardiano era il Titano Atlante, che dopo la ribellione nei confronti dell’Olimpo di tanto tempo prima, era costretto a reggere sulle spalle il peso della volta celeste

Un oracolo, consultato prima dell’inizio dell’impresa, aveva consigliato al figlio di Alcmena di “non prendere direttamente i pomi per non incorrere nelle ire di Era. Meglio che fosse qualcun altro a raccoglierle”.

L’eroe chiese aiuto proprio di Atlante, secondo alcuni padre delle Esperidi. Il Titano passò la volta celeste ad Ercole, e dopo aver preso i pomi cercò di ingannare l’eroe proponendogli di andare lui stesso a portare i pomi d’oro ad Euristeo. Un tentativo di inganno fallito miseramente, visto che il semidio, con la scusa di riposarsi un attimo, ripassò la volta celeste ad Atlante, fuggendo precipitosamente subito dopo.

La fortuna di quest’opera è tale da essere diventata uno dei simboli del MANN (prevista anche una sua digitalizzazione in 3D): la foto in copertina dell’articolo è stata scattata all’ingresso della stazione metro Museo, dove è stata collocata una copia dell’Ercole Farnese.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.

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