Che Guevara: l’Uomo oltre il Mito

Che Guevara

Morto il 9 ottobre del 1967 in Bolivia, Che Guevara resta ancora oggi un’icona intramontabile. Un simbolo che per troppo tempo ha celato l’uomo Guevara

Ernesto Guevara è morto a La Higuera (Bolivia) il 9 ottobre del 1967, un lunedì. Chi ordinò di ucciderlo e di mostrare poi le foto che ritraevano il cadavere del celebre rivoluzionario non si aspettava che un uomo era morto ma era nata una Leggenda, ancora viva ai giorni nostri. 

Fiumi di inchiostro sono stati versati per spiegare il Mito di Ernesto “Che” Guevara: ma chi era l’Uomo dietro la Leggenda? Come nasce un mito?

Per l’anniversario della morte del Che, cercheremo di guardare oltre il Mito per comprendere l’Uomo.

Il picco Guevara: tra Sandokan e il Corsaro Nero

I romanzi storici e d’avventura di Emilio Salgari hanno affascinato milioni di ragazzi in mezzo mondo. Il suo più accanito e celebre lettore è stato proprio il giovanissimo Guevara. In più occasioni, il medico argentino ha ammesso di averne letti ben sessantadue: è riuscito a far meglio solo lo scrittore ispano-messicano Paco Ignacio Taibo II (biografo dello stesso Che con il libro “Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara”. Personaggi quali Sandokan, il Corsaro Nero, il baronetto William Mac-Lellan (protagonista del Ciclo dei Corsari delle Bermude) , hanno rappresentato tutti dei modelli di lotta contro l’oppressione e l’ingiustizia. 

L’influenza dello scrittore veronese è riscontrabile in una lettera scritta dal Che alla sua primogenita Hildita:

Salgari è stato il mio amore alla tua età, diventerà anche il tuo”.  

Tra scacchi e rugby

Guevara, sin da piccolo, ha sofferto di asma. Proprio per questo motivo, ha frequentato poco la scuola: studiava a casa, grazie all’assistenza dei suoi genitori Ernesto Rafael Guevara Lynch e Celia de la Serna. Proprio tra le mura domestiche ha imparato a giocare a scacchi, una passione che lo ha accompagnato per tutta la vita. Nel 1939 conobbe il celebre scacchista cubano José Raúl Capablanca, campione del mondo, mentre al primo anno alla Facoltà di Medicina perse una simultanea con il grande maestro di scacchi argentino Miguel Najdorf. Durante la sua permanenza a Cuba, cercò di diffondere questa passione anche tra i giovani, sembra con buoni risultati. 

Oltre agli scacchi, la sua più grande passione sportiva è stato il rugby. Nonostante l’asma, ha giocato con eccellenti risultati, tanto da aver fatto parte, per un breve periodo, della squadra del San Isidro. In questo ambito agonistico acquistò ben due soprannomi. Fuser, come contrazione del grido che emetteva quando partiva all’attacco, “Furibondo Serna”. Nel corso del tempo, gli affibiarono anche il soprannome di el Chancho, maiale, per via di tutta la sporcizia che accomulava durante le parte. Anche durante l’Università, il Che sorprendeva tutti riuscendo a correre sul campo di rugby per un’ora e venti nonostante l’asma lo costringesse a portarsi dietro l’inalatore. 

Lo sport aiutò il giovane argentino a non arrendersi mai, a comprendere fino in fondo il significato dell’impegno e del sacrificio. 

Viaggiare per l’America Latina con La Poderosa II

Il 1952 è l’anno nel quale Guevara acquisisce realmente coscienza di ciò che era l’America Latina in quel periodo. Con l’amico Alberto Granado, farà un viaggio, in motocicletta, in diversi paese del Sud America, che lo porterà a conoscere i contrasti fortissimi tra enormi ricchezze e povertà abissale. 

A cavallo di una Norton 500 del 1939, soprannominata La Poderosa II (La Potente II), i due amici iniziarono il loro viaggio dalla cittadina di San  Francesco, Argentina, il 4 gennaio 1952. A Santiago del Cile, la moto rimase danneggiata irrimediabilmente, e scoprirono il forte razzismo verso gli indigeni peruviani, lavoratori nelle miniere di rame. In Perù visitarono non solo mete turistiche quali Machu Picchu e Cuzco ma anche il lebbrosario di Huambo. Qui, i due si offrirono di collaborare come medici, visto la situazione precaria del lebbrosario. 

Il primo maggio 1952 raggiunsero Lima, dove incontrarono il dottor Hugo Pesce, esperto della ricerca sulla lebbra e convinto marxista. Dopo aver pubblicato il suo primo libro “La guerra di guerriglia”, il Che spedì una copia a Pesce scrivendogli che proprio lui gli aveva provocato «un grande cambiamento nella mia attitudine verso la vita».

Dopo aver raggiunto il lebbrosario di San Pablo, riuscirono a raggiungere l’ultima meta del viaggio: Caracas, la metropoli capitale del Venezuela. Qui, Ernesto Guevara si separò da Granado, prendendo un aereo per l’Argentina, con uno scalo a Miami. Nella città statunitense, il Che trascorrerà i venti giorni, i “più duri e amari” della sua vita, lavorando come domestico e lavapiatti in un ristorante. 

Questo viaggio, durato ben sette mese, cambiò profondamente il futuro rivoluzionario. Tornato in Argentina, Guevara scrisse molto sulla sua recente esperienza latinoamericana: 

La persona che ha scritto queste note è morta quando ha calpestato di nuovo il suolo argentino. Colui che li ordina e li lucida, “io”, non sono io; almeno non sono lo stesso io interiore. Questo vagare senza meta per la nostra “Capitale America” ​​mi ha cambiato più di quanto pensassi”.

La via cubana alla Rivoluzione

Il già citato libro La guerra di guerriglia, Guevara spiegò al mondo la via cubana alla Rivoluzione, partendo da un foco, un piccolo gruppo ben organizzato di guerriglieri. Da questo primo “fuoco”, nel corso del tempo dovevano svilupparsi altri fuochi, fino a giungere ad un vero e proprio focolaio rivoluzionario. Dalle foreste e dai campi, i guerriglieri dovevano portare la Rivoluzionare alle città: Mao Zedong, Ho Chi Minh erano suoi evidenti modelli di lotta e resistenza. 

Al momento di riprodurre questo schema, il Che fallì miseramente, prima in Africa e poi in Bolivia, dove troverà la morte ancora nel fiore degli anni. 

I comunisti di tutto il mondo, proseguirono la sua lotta, portando avanti i suoi insegnamenti. Un esempio su tutti è possibile osservarlo nel Kerala (India).  

Il Guerrillero Heroico di Albert Korda 

Al mito di Che Guevara ha dato un forte contributo una foto, celebre in tutto il mondo: Guerrillero Heroico scattata dal fotografo cubano Alberto Díaz Gutiérrez, conosciuto soprattutto come Alberto Korda

Un primo piano che ha fatto la Storia della Fotografia, anche grazie al fortuito incontro, nel giugno del 1967, tra il fotografo e l’editore meneghino Giangiacomo Feltrinelli. Di ritorno dalla Bolivia, Feltrinelli fece scalo a Cuba, dove incontrò Korda. L’artista regalò all’editore milanese due copie di questa foto, senza volere compenso alcuno. 

Utilizzata come copertina dell’ultima opera del Che, Diario in Bolivia, la foto è divenuta, da subito, un potente mezzo di propaganda della figura del rivoluzionario latinoamericano. Ad oggi, è stata e riprodotta nel cinema, nella pubblicità, nel design e persino nella moda. 

San Ernesto de La Higuera proteggici tu!

Dopo tanti anni da quel 1967, Ernesto non è stato dimenticato in Bolivia. Attorno alla sua figura, nella zona dove è stato ucciso principalmente, è sorto un culto religioso conosciuto come El Cristo de Vallegrande o San Ernesto de La Higuera. Questa leggenda nasce da una somiglianza sorprendente tra la foto che ritrae il rivoluzionario morto e il dipinto Cristo Morto del pittore rinascimentale Andrea Mantegna.  

Il Guevara Pensiero 

Vogliamo concludere questo articolo, con un piccolo compendio del pensiero di Ernesto Che Guevara, tratto dalle sue opere. 

Fino a quando il colore della pelle non sarà considerato come il colore degli occhi noi continueremo a lottare”. 

Un popolo che non sa né leggere né scrivere, è un popolo facile da ingannare”. 

Vale milioni di volte di più la vita di un solo essere umano che tutte le proprietà dell’uomo più ricco della terra”.  

La durezza di questi tempi non ci deve far perdere la tenerezza dei nostri cuori

Il capitalismo? Libera volpe in libero pollaio.

La vera rivoluzione dobbiamo cominciare a farla dentro di noi.

Ogni vero uomo deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato a qualunque altro uomo”.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.