Blue eyes brown eyes: un esperimento per dire “NO” alla discriminazione

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Jane Elliott e il suo esperimento “blue eyes Brown eyes” contro la discriminazione razziale: cosa si prova a stare dall’altra parte?

“Tu sei nero, quì non puoi entrare; Marocchino torna al tuo paese; tu che sei nero non godi gli stessi privilegi di una persona normale”.
Quante volte abbiamo sentito pronunciare queste frasi discriminatorie ed altre ancora? Siamo sicuri di pensare che è proprio il colore della pelle o il luogo di nascita a determinare una diversità? Jane Elliott prova a spiegarlo con l’esperimento “Blue eyes Brown eyes”.

Proviamo per una volta soltanto, ogni giorno, a capire cosa si prova a stare dall’altra parte. Svegliamoci una mattina e indossiamo le stesse scarpe di quel “negro lì”, al quale non si fa altro che puntare il dito. Camminiamo attraverso le sue stesse strade, percorriamo il suo stesso dolore, accolliamoci addosso le stesse diffamazioni che ogni giorno vengono rivolte a lui. Cosa si prova a stare dall’altra parte? Cosa si prova a sentirsi diffamati per il colore della pelle o per il luogo di provenienza? Ciò che incita alla discriminazione razziale è l’ignoranza; un’ignoranza che sembra invadere ogni luogo sociale, “è più semplice puntare il dito che conoscere”, ed è proprio questo il fulcro di una discriminazione che divide le persone.

“Siamo sempre lo straniero di qualcun altro. Imparare a vivere insieme è lottare contro il razzismo.”

TAHAR BEN JELLOUN

L’esperimento

Jane Elliott, ex insegnante e attivista statunitense, è nota per l’esperimento denominato “Blues eyes, brown eyes”.
Il giorno dopo l’assassinio di Martin Luther King , esterrefatta dall’indifferenza dei suoi allievi rispetto all’omicidio, condusse questo esperimento. Essendo Randall una piccola città, i bambini difficilmente avrebbero potuto assistere ad episodi di intolleranza. Allora Jane chiese ai suoi studenti se avessero voluto capire veramente come si sente una persona discriminata e loro, curiosi, acconsentirono.

“Da una parte quelli con gli occhi azzurri, dall’altra quelli con gli occhi marroni”, così Jane suddivise la classe. In conformità a questa divisione, i bambini con gli occhi chiari godevano di alcuni privilegi, mentre i bambini con gli occhi scuri venivano “marchiati” con un collare, segregati in fondo alla classe e rimproverati duramente per ogni piccolo sbaglio.

La conclusione dell’esperimento “Blue eyes, brown eyes”

Dopo circa una settimana i bambini con gli occhi chiari migliorarono i propri risultati scolastici e iniziarono ad avere atteggiamenti altezzosi verso i compagni dagli occhi marroni, che invece si mostrarono impacciati e timorosi. La settimana seguente Elliott capovolse l’esercizio, affermando la superiorità degli allievi con gli occhi scuri. Questi, si comportarono in maniera affine ai loro compagni dagli occhi chiari.

Gli allievi di Jane Elliott, al termine di questo esperimento, compresero cosa significasse ricevere un trattamento diverso per delle semplici caratteristiche fisiche. L’ex insegnante statunitense ha voluto sensibilizzare i bambini alla discriminazione razziale e, grazie a questo tentativo, ci ha aiutato a comprendere cosa significa “stare dall’altra parte”.

“Stare dall’altra parte”

Quanti possono dirsi capaci di immedesimazione ed empatia? Quanti riescono a percepire il dolore che si prova nel sentirsi diversi?
La realtà è che ognuno di noi è diverso. È proprio la diversità che ci unisce, che ci rende unici, liberi di poter essere come si è e non come gli altri vorrebbero che fossimo. Perché è nella diversità che siamo liberi di riconoscere l’altro, di unirci e riconoscerci. Non negli insulti quotidiani, ma nella condivisione giornaliera.

I ragazzi sono il futuro e, se la storia insegna, potremmo scrivere un nuovo capitolo, in cui l’odio possa essere annichilito dalla solidarietà, il nero e il bianco diventino l’uno l’ombra dell’altro. Quel “dito puntato” diventi semplicemente segno di riconoscimento, un modo come un altro per dire:“mi riconosco e mi identifico attraverso te”.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.