Il Mostro di Firenze. 21 agosto 1968, via Castelletti a Signa. E’ qui che tutto ha inizio

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52 anni fa il primo delitto che traccia la lunga scia di sangue del delitti del Mostro di Firenze

Inizia così una storia che nel tempo ha assunto sempre più i contorni della leggenda. Una storia che nasce dalla pietra e dalle campagne che nel tempo hanno protetto e custodito la Firenze rinascimentale.

Una storia, ormai quasi leggenda, che si nutre della perversione degli uomini, che striscia nei sentieri più desolati, per poi versare nel sangue e nel dolore figli di una periferia misera ed amara che per secoli si è fatto finta di non vedere.

Parlare del caso del Mostro di Firenze è un qualcosa di complesso.

L’ombra della belva copre indizi e prove, lasciando solo una scia di morte e di domande alle quali è complicato poter rispondere con certezza. Nonostante tutto, la Giustizia ha provato a raccontare come i fatti si siano realmente svolti e quindi, è sacrosanto precisarlo, una spiegazione lineare esiste certamente.

Esistono delle condanne definitive, come quelle per Mario Vanni e Giancarlo Lotti, ma solo per alcuni dei pluriomicidi compiuti dal Mostro, ed altre che si sono arenate per sempre, come quella di Pietro Pacciani, bloccata nel suo iter dalla scomparsa improvvisa dell’imputato.

La comprensività del caso parte fin dal principio, ovvero da quando effettivamente il Mostro di Firenze ha cominciato a colpire.
Secondo i giudici la sequenza assassina, imputabile quantomeno a Pietro Pacciani, inizia nel 1974.
Secondo altri (molti), il primo omicidio del Mostro si consuma il 21 agosto del 1968, a Signa, in provincia di Firenze.

Gli elementi che porterebbero a collegare il ’68 con gli altri crimini successivi sono sostanzialmente due: l’arma e la tipologia delle vittime.  

Conviene, però, andare con ordine e partire proprio da quella notte.

È una notte di agosto.
Il novilunio rende più agevole l’occultamento tra i boschi di Signa.
Antonio Lo Bianco e Barbara Locci sono stati al cinema, come due fidanzatini.

Tutto lascerebbe presupporre una liaison tra due emigranti in terra toscana: lei di origine sarda, lui muratore venuto dalla Sicilia.
La nota che stona l’armonia del quadretto è la presenza di un bambino, Natale, al seguito della donna.

Antonio e Barbara sono amanti.
Il muratore è padre di tre figli, la donna ha un marito e un figlio di sei anni già avvezzo alla falsità del pudore. In paese la chiamano l’Ape regina per la sua smania di accoppiarsi con diversi fuchi senza tener in gran conto l’onore del marito, Stefano Mele, divenuto a tutti gli effetti il succube cornuto.

Barbara Locci e Antonio Lo Bianco
Barbara Locci e Antonio Lo Bianco

Si racconta, come in una novella boccaccesca, che la donna abbia tenuto in casa per un lungo periodo uno degli amanti, Salvatore Vinci (anch’egli sardo), vero padre del piccolo Natalino.
Secondo le indiscrezioni il Mele si è talmente adeguato alla situazione da essere diventato parte integrante del gioco: si dice che, alla fine del rapporto sessuale, porti a letto il caffè ai due amanti e, alcune volte, è coinvolto come voyeur o soggetto passivo.

Barbara, però, il cui profilo psicologico assomiglia alla madre della Ninfa plebea di Rea, non è mai del tutto soddisfatta e salta da un fiore all’altro alla ricerca di polline sempre più fresco.
Così la lista degli amanti cresce sino ad innescare diatribe familiari non solo tra mogli tradite e mariti traditori, ma anche tra fratelli.

Infatti, tra i suoi “amici” c’è anche Francesco Vinci, fratello di Salvatore, il quale è particolarmente geloso della donna per la quale ha subito una denuncia di abbandono del tetto coniugale da parte della consorte.

Anche Carmelo Cutrona è stato coinvolto nelle tresche di Barbara, ma dopo averne assaggiato il miele è rimasto a bocca asciutta perché nel frattempo è giunto il momento di Antonio.

Ma torniamo alla notte del 21 agosto

I due, con il piccolo, dopo essere stati al cinema si allontanano con la Giulietta del muratore. Fanno un giro lungo in modo che il bambino possa addormentarsi, poi, quando Morfeo se n’è impossessato, si fermano in via di Castelletti, a 100 metri dal bivio per Comeana, in una zona abitualmente frequentata da coppie in cerca di intimità.

Lo Bianco si sposta sul lato del passeggero e reclina lo schienale, La Locci tira sulle cosce il vestito.
Intanto sul sedile posteriore il bimbo continua a dormire.

Sono presi dalla foga ma, stando alla ricostruzione dei fatti, non riescono ad avere un rapporto completo poiché, mentre sono in quella posizione, sono raggiunti da otto colpi di una calibro 22, quattro a lui e quattro a lei.

Cadavere LocciCadavere Lo Bianco
Cadavere Locci – Cadavere Lo Bianco

Il fanciullo viene risparmiato, anzi è indirizzato verso il casolare della famiglia De Felice, a due chilometri dal luogo delitto, dove giungerà intorno alle due per chiedere aiuto in evidente stato confusionale (gli inquirenti riterranno che la frase riferita gli è stata imboccata dall’assassino): “Aprimi la porta perché ho sonno, ed ho il babbo ammalato a letto. Dopo mi accompagni a casa perché c’è la mi’ mamma e lo zio che sono morti in macchina”.

Dopo averlo soccorso, il padrone di casa chiede a Natalino cosa sia accaduto ma il piccolo riferisce solo “strani” particolari: “Era buio, tutte le piante si muovevano, non c’era nessuno. Avevo tanta paura“.

I Carabinieri, chiamati dal De Felice si mettono alla ricerca dell’auto portandosi dietro il piccolo Mele. Verso le tre l’auto è ritrovata grazie all’indicatore di direzione lampeggiante.

La scena è cambiata: Barbara è seduta compostamente, sul sedile del guidatore; Antonio è rimasto disteso sul lato opposto. Inoltre, vista la situazione di intimità e la necessità di non essere individuati, subito si comprende che il lampeggiatore è stato acceso dal killer per rendere più agevole il ritrovamento del veicolo.

Gli inquirenti immediatamente chiamano in causa, tra i possibili esecutori, il marito tradito. Stefano si difende alimentando sospetti intorno agli amanti “traditi” della moglie.

Messo sotto pressione confessa la sua colpevolezza, ma tira in ballo Salvatore Vinci (gli avrebbe fornito l’arma e accompagnato sul luogo dove era l’auto), poi ritratta. Si proclama di nuovo innocente e accusa il fratello di Salvatore, Francesco, quale esecutore materiale, in seguito nega e accusa Carmelo Cutrona.

Infine, quando il figlio, dopo l’ennesimo interrogatorio, dice di essere stato condotto in spalla dal padre a casa del De Felice, conferma la versione di Natalino.

Nel marzo del 1970 Stefano Mele è condannato dal tribunale di Perugia in via definitiva alla pena di 14 anni di reclusione. La pena è piuttosto mite perché gli si riconosce una parziale incapacità di intendere e di volere.

Gli vengono, in più, inflitti altri due anni per calunnia contro i fratelli Vinci. Il processo si conclude tra mille dubbi probatori: l’arma del delitto non è stata mai ritrovata e sebbene Stefano conosca alcuni particolari che solo l’assassino può sapere, nella sua ammissione di colpevolezza rimangono insormontabili incongruenze.

Nessuno, in quel momento, lancia l’allarme del serial killer anche perché la condanna del Mele arriva prima del secondo omicidio (1974) relazionato con la scia di sangue tracciata dal mostro di Firenze.

Solo nel 1982, dopo il quinto omicidio (le vittime sono Paolo Mainardi e Antonella Migliorini), il maresciallo Fiori, 15 anni prima in servizio a Signa, ricorderà del delitto avvenuto nell’agosto del 1968.
La riapertura del fascicolo, contenente i bossoli ritrovati, permetterà di scoprire che l’arma utilizzata è la stessa. A questo punto gli inquirenti cominciano a pensare ai delitti come una catena maniacale cominciata proprio nell’agosto del Sessantotto.

Le indagini si rivolgono, ora, su uno degli accusati, poi scagionati, dal Mele, Francesco Vinci, il quale, tuttavia, si troverà in carcere, per il furto di un camion, in occasione del sesto duplice omicidio compiuto dal mostro (1983). In più, Stefano, ancora una volta, nega il suo coinvolgimento nell’assassinio della moglie.

Scagionato dagli omicidi, Francesco tornerà in libertà dopo aver scontato la pena per furto, ma il 7 agosto del 1993 sarà trovato morto, insieme a tal Angelo Vargiu, in una pineta nei pressi di Chianni.
I corpi, incaprettati, sono rinvenuti nel bagagliaio di una Volvo bruciata. In un primo momento si ipotizza un collegamento con la vicenda del mostro, in seguito, date le modalità del delitto, si pensa a una vendetta nata negli ambienti della malavita sarda attorno ai quali, pare, il Vinci gravitasse.
Il caso è tuttora irrisolto.

Perché Mele si è dichiarato colpevole? Era sotto minaccia?
Conosceva il mostro e ha avuto paura?
O più semplicemente la galera per aver ucciso la moglie gli ha tolto la vergogna dal volto salvandolo da un’esistenza di inutile cornuto?

Natalino, senza madre né padre, crescerà con gli zii e quando, ormai adulto, torneranno a fargli domande su quella notte d’agosto l’unica risposta che saprà dare è: “Non ricordo”.

Il mostro di Firenze

Manca sempre qualcosa…continua

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.