Fabrizio De André, un genovese napoletano

Fabrizio De André, un genovese napoletano

Niente preconcetti sull’ecclettico Fabrizio De André, artista con profondi legami con Napoli

Avete mai visitato Genova?

La prima volta che ci andai era il 2006 e Gennaro, un caro amico puteolano, mi disse “Guarda Antò, è un po’ come Napoli. Ti ci troverai bene”. Dopo aver visto la mia faccia dubbiosa, senza darmi il tempo di rispondere, aggiunse “Se è come dico io, quando torni mi offri pizza e birra”.

Penserete voi, non bastano il porto, i pescatori ed il connubio tra mare e montagna per fare di una città qualcosa di paragonabile a Napoli. Avete ragione ed all’epoca la pensavo così. Cioè la penso ancora così, ma non era quello il messaggio che il mio amico voleva comunicarmi.

Con un po’ di arroganza, con quell’aria da offeso, di chi sa di vivere nella città più bella del mondo, pensavo “Quello ha detto che Genova è come Napoli. Devo cambiare amici“.

Passa una settimana, gli telefono “Gennà, pensavo avessi bisogno di un T.S.O., ma ho capito che volevi dire. Hai ragione. L’aria è la stessa”. Perché è di questo che Gennaro detto Boccettone (come ben sapete i soprannomi son fondamentali a Napoli) parlava. Non del paesaggio, non dei musei, figuratevi, ma dell’aria che si respira.

Conoscevo gente, partecipavo a congressi, ero l’unico non genovese e per marcare il territorio, ogni volta che potevo, facevo ascoltare loro Pino Daniele. “Tiè, questa è musica, questi sono testi, a chi tenite vuje?”.

Ammetto, avevo dei pregiudizi molto forti riguardanti la città e gli abitanti, purtroppo o per fortuna a 18 anni non si hanno consapevolezza e conoscenza che le esperienze di vita, con le buone e le cattive, ti danno.

Un giorno, mentre eravamo in auto dopo una riunione, un collega non mi dà il tempo di organizzarmi che preme PLAY. Mi aveva anticipato. Parte una chitarra, una chitarra suonata con dolcezza e maestria. Via del Campo, c’è una graziosa … Devo continuare? Spero di no. “Stasera vieni a cena da me”. Accetto.

La cena alle 19:00 finisce (per me è stato un aperitivo ma vabbè), il padre si alza e mi chiede di seguirlo nell’altra camera. Una marea di vinili, qualcuno più vecchio, qualcuno più nuovo, di tutti i generi. Dal blues al jazz, fino al cantautorato italiano. Qualche poltroncina, un camino acceso. Prende un sigaro e me lo porge, dice che è perfetto dopo un buon Rum. Riparte quella chitarra. Una volta, due volte, tre volte. Parole diverse, canzoni diverse ma con lo stesso mood. Ed è così che ho “conosciutoFabrizio De André.

Fabrizio De André e Pino Daniele, hanno davvero qualcosa in comune?

Faber, amico mio” e poi una lunga pausa “Voi avete Pino, noi Fabrizio. Non fermarti al tuo piccolo mondo”. Trenta minuti di musica senza una parola. Ascolto e riascolto, sento lo stomaco stringersi. Non mi piaceva De André, ammetto il peccato, preferivo ed a tutt’oggi preferisco un altro tipo di sound ma da grande ho imparato a leggere i testi, cercare di capirne il significato e farmi colpire dai concetti. Due musicisti, due artisti totalmente diversi nel modo di affrontare la musica ma così vicini nella loro anarchia o, meglio, idea rivoluzionaria.

Finisce il vinile, mi scippa il sigaro e mi fa cenno di seguirlo, prende le chiavi della macchina e si parte. Comincia a parlare delle realtà difficili della città, di come per colpa di Amministrazioni che pensavano solo ad un loro tornaconto la popolazione era in difficoltà, soprattutto nelle zone più povere, mi parla delle alluvioni e mi spiega “Dolcenera”, di come una canzone che a primo impatto sembri d’amore in realtà parla di solitudine e tirannia, di una tragedia come quella dell’alluvione del ’70 e di come, disgraziatamente, perse il padre.

Mi sentivo fuori luogo, io che mi fregiavo dell’etichetta di napoletano stavo conoscendo persone ed ascoltando storie che erano simili a quelle dei napoletani. “Non solo da noi ci son certe realtà?“. Ci fermammo al porto a parlare con alcuni suoi colleghi, una sigaretta, due, tre, ascoltavo bramoso le parole di quelle persone che erano geograficamente così lontane dalla mia terra eppur così vicine nei problemi, nel modo di affrontarli nel quotidiano. Tiriamo fino al mattino in un freddo pungente. Un’esperienza unica che mi ha aperto la mente.

Ringrazio per il passaggio in hotel, saluto. Non ricordo neanche il nome del collega, non ricordo il nome del padre, così come quello della madre. Ricordo però le sensazioni, il magone, la gioia. Che mondo mi stavo perdendo per orgoglio, semplicemente per partito preso?

Tutto una cornice direte voi. Eh no. Forse un pochino, ma serve per capire il contesto e quello che Fabrizio De André ha significato non solo per tutta l’Italia, ma anche per Napoli.

Partiamo dal presupposto che è riconosciuto a tutti gli effetti come poeta. Leggete i suoi testi senza la musica, metricamente perfetti. Poesie. Aggiungeteci solo successivamente la melodia ascoltando la canzone. Epopea.

Scusa Antò, ma non era genovese?”. Certo, era genovese ma, come vi dicevo prima, l’ influenza su Napoli e da Napoli è altissima. Ne ha parlato Pino Daniele che lo ha definito maestro aggiungendo di aver imparato da lui tanto, ne hanno cantato Massimo Ranieri, Clementino, si è esibito insieme a Roberto Murolo al concerto del primo maggio del ’92 con “Don Raffaè”.

Le ballate degli ultimi

Soffermiamoci proprio su questa canzone. “Don Raffaè” è una canzone del ’90, una vera e propria tarantella in cui i protagonisti sono il brigadiere Pasquale Cafiero ed un “Uomo certissimo immenso”, Don Raffaele. Sdegno per gli ignoranti pensando ad una dedica al boss, al tempo detenuto, Raffaele Cutolo il quale, credeteci, scrisse allo stesso De André ringraziandolo per la dedica. Lettera alla quale ci fu una risposta del cantautore, lasciandogli libera interpretazione.

In realtà la canzone parla, come spesso accade, degli ultimi, dei reietti. Ditemi voi, chi è più ultimo di un uomo privato della sua libertà e più reietto di un altro uomo, libero, ma che per andare avanti deve chiedere consiglio e piaceri a colui che la libertà non ce l’ha?

Fabrizio De André nelle sue canzoni parlava di rivalsa sociale, parlava di libertà, di conquista, parlava di guardare oltre. “Via del campo” si conclude con una frase ricca di significato “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Rendere poesia la storia di una prostituta e dei clienti che se ne innamorano.

Anche qui, gli ultimi, quelli guardati male, la prostituta ed i reietti, chi vorrebbe approfittarne ma che alla fine ci resta sotto. Rendere poesia argomenti scabrosi che, forse, al giorno d’oggi non lo sono più ma che al tempo lo erano. Rendere poesia la tragedia. Non vi ricorda la nostra città questo modo di, quasi, tirare avanti?

Altro esempio? “Il pescatore“, con quel fischiato da brividi. Quante volte da piccolo, passeggiando sul porto di Pozzuoli, vedevo questi pescatori, fermi come statue, con le loro sigarette in mano ed i volti segnati dal sole. Figure che molti evitavano, quasi fossero appestati, ma ricordo i sorrisi che mi facevano quando mi ci avvicinavo e chiedevo loro se avessero preso qualcosa e, senza parlare, indicavano un secchio vuoto. Immagino che per chi sia cresciuto in centro sia accaduto uguale. L’accento diverso lo si percepiva solo al mercato…

Napoli è De André che Napoli non è ma che la rappresenta, anche per un legame spirituale che sentiva nei confronti della nostra città. Nel quartiere Scampia, Jorit, uno dei massimi esponenti della street art mondiale, ne ha fatto un murale. Perché? Perché come già detto i temi della rivalsa e dell’orgoglio erano centrali nelle sue canzoni e Scampia è un luogo da sempre visto male, anche da molti napoletani che spesso diventano i primi nemici dei loro conterranei. “Non sembri di Scampia”. Ma che significa? Se si viene da un quartiere difficile ci son dei tratti distintivi? Tre occhi? Pelle color verde? Non ho mai capito frasi del genere.

De André, un genovese napoletano. Prendiamone spunto.

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