Fare “rivoluzione” oggi. Sì, ma come?

Ribellione, tumulto, sedizione, sommossa. Tutti sinonimi di una parola ben più nota e cara ai più: rivoluzione.
Nell’immaginario collettivo essa è fatta di fuoco e fiamme, di grandi masse agitate che sfilano per larghe strade, di lotta continua.
Ma quanto questa istantanea può essere ancora valida nella società contemporanea?

Le masse: agenti della rivoluzione

Già nel 1895 Gustave Le Bon, uno dei padri fondatori di quella che sarà poi definita come “psicologia delle masse”, sosteneva che esse fossero qualcosa di più e di diverso dai singoli individui che le compongono.

Una breve rilettura della storia passata e presente rivela la verità di questa affermazione; da sempre gli uomini si uniscono in gruppi che acquistano poi una natura unica rispetto alle unità elementari che ne sono alla base.
Il collante che tiene uniti questi gruppi è spesso la rivendicazione di un diritto, la richiesta di una qualche libertà e, non meno spesso, sentimenti di privazione ed esasperazione.
Le grandi folle sono da sempre associate al concetto di rivoluzione, intesa come una forza motrice che riporti al popolo la sovranità; che pare essere perduta in un determinato momento storico.

Per il tramite della rivoluzione sembra sempre poter soffiare il vento del cambiamento.

Gli eventi

Anche ai giorni nostri si possono raccogliere vari esempi di incisive proteste che in qualche modo hanno modificato il corso degli eventi come, ad esempio, quelle dei cosiddetti Gilet Gialli in Francia degli ultimi due anni.
Negli ultimi giorni si sono susseguite poi una serie di rivolte principalmente a causa della crisi causata dal Covid-19.

L’introduzione di nuove restrizioni non poteva che delineare i contorni di nuovi scontri sociali, esasperando le disparità già ampiamente presenti.
Nella notte fra il 23 ed il 24 ottobre a Napoli si sfila sul lungomare per opporsi al coprifuoco e al fantasma di un nuovo lockdown, compiendo numerosi atti vandalici.
Dopo Napoli, la sera del 24 ottobre anche a Roma si scende in Piazza del Popolo per gli stessi motivi. Ad organizzare la manifestazione è, attraverso i suoi canali social, il leader di Forza Nuova Giuliano Castellino.
Quella che era iniziata come una semplice “disobbedienza” al coprifuoco sfocia ben presto in violenti tumulti; cassonetti dati alle fiamme, scontri con le forze dell’ordine (a cui sono seguiti anche feriti e arresti) e lanci di bombe carta.

In queste notti appena trascorse, Roma e Napoli sembrano essere state accumunate da un unico grido: libertà!
Ma, durante un’emergenza sanitaria, si può davvero pensare che le misure restrittive rappresentino una limitazione della libertà individuale?

Ognuno ha sicuramente il proprio parere in merito al concetto di libertà ma resta chiara una cosa: in fondo, a mancare è più che altro la possibilità materiale ed economica di vivere attenendosi alle restrizioni.
In un’economia già fragile come quella italiana, far fronte alle difficoltà che ne deriveranno sembra letteralmente impossibile, specie per i piccoli commercianti o per chi vive di lavoro precario e spesso mal tutelato.

Agire o riflettere?

È giusto porsi una domanda: la rivoluzione può essere ancora associata alle rivendicazioni violente o dovrebbe trovare nuovi canali?
Oggi una ribellione non può nascere per risolvere problemi estemporanei, presenti nel qui e ora: farlo significherebbe mettere un cerotto su una grave ferita senza curarla veramente.
Una vera rivoluzione contemporanea dovrebbe essere sì forte, ma chiedere innanzitutto di agire sulle carenze primarie del sistema sociale di riferimento; poiché esse rappresentano la fonte di ogni preoccupazione
Non si può, ad esempio, invocare un miglioramento dei sistemi di welfare per il sostegno al reddito senza pensare, allo stesso tempo, al problema di fondo rappresentato dalla mancanza strutturale di occupazione, in particolare nel Mezzogiorno d’Italia.

Il vento del cambiamento, dunque, non può più soffiare attraverso la violenza.
Esso deve imperversare, invece, attraverso strategie di lungo periodo che provino a sanare le profonde ferite che lo rendono necessario.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.