Fast Fashion e sostenibilità: quello che non sapevi di voler sapere

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Quello della Fast Fashion è un tema sul quale esistono ancora molte domande a cui dare risposta

Dovrebbe interessare sia coloro che si considerano profani della moda, sia chi invece ne fa parte o ne è un grande appassionato

La Fast Fashion nasce con lo scopo di portare quelli che sono i vestiti delle grandi passerelle, in tutti i negozi a prezzi popolari.
Il grande esordio delle aziende pioniere di questa rivoluzione della moda, è avvenuto intorno agli anni 2000 e si basa sul rinnovamento continuo delle collezioni.
La conseguenza è la richiesta a chi produce, in tempi veloci (dalle 4 alle 7 settimane) e a prezzi contenuti, prezzo che risulta invece altissimo per l’ambiente e le persone.

Lati oscuri dell’industria della moda accentuati dall’avvento della Fast Fashion

Crea impatti ambientali: l’industria tessile è una delle più inquinanti al mondo.
-Produce 1,2 miliardi di tonnellate l’anno di gas serra, più dei trasporti aerei e marittimi internazionali.
-Utilizza 38 milioni di ettari di terra ogni anno per la produzione di vestiti, una superficie maggiore a quella dell’Italia.
-La produzione di una singola maglietta, necessita di circa 3.900 litri d’acqua.

Alimenta e causa la violazione dei diritti: sfruttando i propri lavoratori, in particolare i minori, sottoponendoli ad ambienti di lavoro non sicuri, salari bassi, orari estenuanti.

Pecca di trasparenza: spesso il marchio non ha la conoscenza di tutte le fasi di produzione dei suoi beni. In questo modo non possono essere comunicati casi di violazione e non si hanno gli strumenti per la tutela dei diritti minacciati.

Come possono quindi migliorare le cose per ottenere una moda più sostenibile?

Gli attivisti mirano a fare pressioni su chi ha il potere di cambiare le cose, le aziende e i decisori politici.
Chiedono la responsabilizzazione delle aziende sul loro impatto climatico, la tutela dei diritti dei lavoratori, la tracciabilità precisa delle filiere.

Ma anche il singolo individuo, può essere parte di questo cambiamento.
Quello che viene richiesto al consumatore che investe nelle aziende di Fast Fashion, è di farsi più domande sulla natura e la provenienza di ciò che compra, limitarsi di più al bisogno e allontanarsi dalla mentalità “usa e getta” ed accumulatrice che è un po’ protagonista dei nostri tempi.

Si tratta di scelte tanto facili e incontestabili nella teoria quanto difficili nella pratica

Le soluzioni per comprare bene e spendere poco, tanto quanto si spende con la Fast Fashion sono poche e limitate; ma dove applicabili esse possono rivelarsi molto efficaci.

Il consumatore può ad esempio affacciarsi al mondo dell’usato, riciclare i vestiti donando i propri e comprando usato.
È necessario però staccarsi dal pregiudizio verso gli abiti vintage e fare una meticolosa selezione e ricerca in questo mondo per ovviare alle sue limitazioni.
Un esempio è rappresentato dalla scarsità di negozi fisici di articoli vintage e dalla poca conoscenza dei siti affermati ed affidabili che trattano questo tipo di merce. Questo comporta un dispendio di tempo da dedicare all’acquisto di un capo maggiore rispetto ai tempi di acquisti in negozi molto conosciuti e facilmente accessibili.

Il dispendio di tempo e la poca conoscenza è il grande limite anche di un’altra soluzione da proporre al consumatore che vuole fare scelte più etiche, ovvero quella dei brand sostenibili.
In entrambi la ricerca è facilitata dalla possibilità di ricorrere ai Social Network mezzo efficace di diffusione di informazioni sull’esistenza e affidabilità di questo tipo di rivenditori.

Problemi prettamente economici

Le difficoltà nella scelta di cambiare il proprio modo di essere consumatori toccano maggiormente categorie con budget limitati; anche non normopeso già normalmente penalizzate dal mondo della moda.
Queste infatti riscontrano problemi nella ricerca di brand sostenibili ed economici; con un ampio range di taglie e allo stesso modo a trovare capi della propria taglia nei negozi di seconda mano.

La moda come ogni altro bene del mondo di oggi va affrontata con responsabilità nei confronti dell’ambiente e con particolare attenzione alle necessità di tutte le categorie di popolazione che ne usufruiscono.
Bisogna evitare, per quanto sia facile cedere alla tentazione della Fast Fashion, il proliferare di situazioni incivili. E che queste trasformino una forma d’arte e un mezzo di espressione della personalità individuale quale è la moda in qualcosa di nocivo per noi; per la nostra società, e per il pianeta che abitiamo.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.