“Gioacchino mettette ‘a legge e Gioacchino fuje accis”, un insegnamento valido ancora oggi

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Storia di Gioacchino Murat, il Re che fu ucciso

Murat venne giustiziato ad ottobre del 1815 per aver violato una legge da lui stesso promulgata, che prevedeva la condanna a morte per chi avesse messo a rischio il potere costituito.

Murat, cognato di Napoleone, tradì quest’ultimo per allearsi con gli Austriaci nel 1814. Tuttavia, questa alleanza si rivelò infruttuosa, poiché gli Austriaci ambivano a restaurare sul trono i Borbone e questi ultimi erano determinati a spodestarlo. Pertanto, il 15 marzo 1815, Murat dichiarò guerra all’Austria.

Partì capeggiando la spedizione per ottenere l’indipendenza Italiana ma, nonostante il coraggio, egli fallì e fu costretto a lasciare Napoli. Mentre era in viaggio per tentare di riconquistare il Regno, fu costretto, a causa di una tempesta, ad approdare a Pizzo Calabro e, appena arrivato a terra, subì un agguato dai suoi stessi soldati. 

Dunque, paradossalmente, Murat divenne egli stesso vittima delle proprie azioni poichè, nel tentativo di imporre la propria volontà o di dominare le circostanze, rimase intrappolato nella rete delle proprie creazioni, trasformandosi nell’antagonista di se stesso.

Gioacchino Murat è stato causa del proprio male, un concetto incarnato nel dialetto napoletano dalla frase “o purp s coc ind all’acqua soja” (il polpo che si cuoce nella sua stessa acqua). 

Possiamo dedurre che, se il comportamento di qualcuno sembri anticipare un esito negativo, sarebbe opportuno attendere senza intraprendere alcuna azione e “godere” dei risultati, ovvero indugiare che il Karma compi il suo destino (come nel caso del polpo, che una volta collocato nella pentola, subirà il processo di cottura).

Gioacchino Murat: “Qui (non) si muore!”

Murat nutriva un profondo amore per Napoli; In una lettera inviata a Napoleone scriveva: “Sono felice nei miei Stati, io vivo sotto il più bel cielo della bella Italia”.

Infatti, nel 1811, egli riconobbe e apprezzò il clima di Castellabate, manifestando questo amore con la celebre frase “Qui non si muore”

Questa espressione è stata riportata nel film “Benvenuti al Sud” di Luca Miniero, girato nei vicoli di Castellabate nel 2010. In occasione del bicentenario dell’arrivo di Gioacchino Murat, è stata appesa una lapide nei pressi di Piazza Perrotti che commemora la memorabile frase del re francese. Nel film la targa compare in una delle scene più divertenti, quando il direttore Alberto, appena giunto a Castellabate nel cuore della notte, legge la frase ma in maniera incompleta “Qui si muore” a causa di una pianta che copre il “non”, rafforzando così i suoi pregiudizi sulla pericolosità del Sud Italia.

Successivamente, nel corso del film, il protagonista Alberto si ricrederà, innamorandosi anche lui della bellissima Castellabate, così come Murat al suo tempo.

Il detto che vale ancora oggi

Il proverbio, dunque, “Gioacchino mettette a legge e Gioacchino fuje acciso!” è un insegnamento che continua ad essere rilevante nella nostra società contemporanea. Ci spinge a riflettere sulle nostre azioni, a coltivare la consapevolezza delle decisioni che prendiamo ed ad essere padroni delle nostre vite. 

L’importanza di questo detto, inoltre, risiede nella sua capacità di promuovere la consapevolezza e l’autoriflessione e ci incoraggia a riconoscere il fatto che tutt’oggi siamo gli artefici della nostra fortuna o sventura.

In ogni passo che Napoli compie, in ogni scelta che fa, può ritrovare la saggezza di quest’espressione, ricordando che il destino della città è intrecciato alle azioni di coloro che la abitano.

Questo antico adagio è un richiamo all’autocoscienza e alla riflessione critica. Invita ad una profonda introspezione, incoraggiandoci a valutare le nostre scelte e a riconoscere il legame diretto tra ciò che facciamo e le conseguenze che ne derivano.

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