Giornata mondiale contro l’AIDS: quali pratiche facilitano l’infezione?

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Il 1° dicembre ricorre la giornata mondiale contro l’AIDS, una malattia ancora diffusissima soprattutto nei paesi del terzo mondo, dove le cure scarseggiano

Ogni anno dal 1988 il 1° dicembre ricorre la giornata di sensibilizzazione contro l’AIDS. Quest’ultima è una malattia diffusissima, soprattutto nei paesi del terzo mondo, dove le cure e la prevenzione scarseggiano. Quella dell’AIDS è una lotta che va avanti da diversi decenni, infatti ha provocato in Italia circa 44mila vittime e oltre 69mila casi. Basti pensare che nello scorso 2016 circa 120mila bambini sotto i 14 anni sono morti e probabilmente tra circa 10 anni, saranno 3,5 milioni i nuovi casi di adolescenti colpiti da HIV.
Tale celebrazione è importante, nonostante la ricerca abbia fatto molti progressi, è importante non abbassare mai la guardia.

Hiv: tra miti e disinformazione

Sebbene infatti i casi siano in esponente calo, i numeri tra i contagi cresce a dismisura. Fondamentale è la diagnosi, la cura e soprattutto l’informazione, in quanto bisogna trasmettere ai giovani, i possibili rischi ai quali si va incontro, in quanto tendono a sottovalutarne anche il contagio. Molti sono spesso influenzati da pregiudizi riguardo l’AIDS in quanto si tende a non pensare ai rischi. Spesso si tende a pensare che l’HIV possa riguardare solo tossicodipendenti, omosessuali, prostitute, i quali sono influenzati da alcuni stili di vita. L’organizzazione mondiale per la sanità (OMS) infatti ha come scopo la copertura sanitaria universale, con facile accesso a medicinali sicuri, efficaci ed economicamente accessibili.

Timore e trasmissione

È infatti un’infezione cronica, che lascia spazio a progetti di vita, lavorativi e condiziona molte scelte, la prevenzione è importante poiché può eliminare il rischio di diffonderlo ad altre persone. Inoltre se la quantità di virus è ridotta, si può eliminare il rischio di trasmissione. Proprio quest’ultima può avvenire secondo diversi casi: da madre a figlio, mediante l’allattamento al seno, attraverso il sangue, raramente mediante il trapianto d’organi da donatori sieropositivi HTLV-1 e sessualmente. Infatti la trasmissione per via di liquidi corporei: sperma, secrezioni vaginali, saliva (estremamente improbabile, ma concepibile), sangue da condivisione di aghi o esposizione a strumenti infettati, sono quelle più frequenti e a rischio.

Rapporti sessuali: come e quali pratiche facilitano l’infezione?

Non è detto però che tutte le pratiche sessuali, possano trasmettere il virus dell’HIV. Infatti le pratiche che intrinsecamente riguardano il piacere orale, sia maschile che femminile, sono associate a una minor frequenza di trasmissione del virus. Nonostante ciò non sono da considerare sicure, infatti la presenza di abrasioni, o ulcere del cavo orale può aumentare il rischio di infezione.
Le pratiche sessuali con il rischio più elevato sono quelle che provocano traumi alle mucose, quindi i rapporti che riguardano una congiunzione (definiti copulativi). Anche i rapporti anali sono associati al massimo rischio di infezione, infatti l’infiammazione delle mucose facilita la trasmissione dell’HIV.
Il rischio negli eterosessuali sembra essere di 1/1000, e diminuisce del 50% la possibilità di trarre infezione, nei maschi circoncisi.

Come proteggersi dall’AIDS: quanto è importante la prevenzione

Per ridurre il rischio di trasmissione sessuale dell’AIDS è l’utilizzo del preservativo, maschile o femminile, sin dall’inizio del rapporto. Nei rapporti orali, sebbene come già accennato il rischio è meno elevato, è consigliabile l’uso o del preservativo o del dental dam (fazzolettino in lattice); se il rapporto è con una persona non sicura, si consiglia l’assunzione della PrEP (profilassi pre-esposizone) da parte di persone HIV-negative, in quando riduce il rischio di diventare sieropositivi. Infine è consigliabile condurre una relazione monogama, nella quale ambedue i partner sono sieronegativi.


Quando e come eseguire il test

L’infezione talvolta è di difficile diagnosi, infatti non è diagnosticabile attraverso sintomatologie allarmanti quali ad esempio: febbre, spossatezza, sudori notturni, eruzioni cutanee e ingrossamento dei linfonodi. L’unico modo sicuro infatti è il test apposito per l’AIDS. Quest’ultimo può essere di due tipi: il test Elisa: che rileva gli anticorpi anti-Hiv che si sviluppano in seguito all’infezione, è utile eseguirlo ad un mese di distanza al seguito di un comportamento a rischio, nel caso di negatività, è importante ripeterlo dopo circa 3 mesi. L’altro tipo è il Combo-Test che oltre a individuare gli anticorpi, rileva la presenza di una particolare proteina, che compare e aumenta dopo pochi giorni al contagio.

La campagna del nastro rosso

L’associazione che si occupa della lotta contro l’AIDS, quest’anno ha promosso una campagna, indossare il nastro rosso. La proposta è quella di celebrare i gruppi eterogenei di persone che fanno parte di questa comunità e combattono per i diritti dell’HIV. Il nastro è infatti il simbolo universale della consapevolezza e del sostegno per le persone che vivono con l’HIV.
Anche in Italia sono state promosse delle iniziative, ad esempio in Emilia-Romagna mercoledì 1° dicembre infatti avverrà un incontro-dibattito sull’affettività dei ragazzi. Questi ultimi hanno realizzato un documentario sulla realizzazione del film Edonè e la sindrome di Eva. Nelle altre città sono stati invece attivati dei numeri utili, o libri informativi, per divulgare materiale di sensibilizzazione.
Riduciamo il rischio di una malattia che ha preso con sé troppe vittime!