42° Giornata mondiale dell’alimentazione: fra emozioni e comfort food

comfort food

Oggi, 16 ottobre, si celebra la Giornata mondiale dell’alimentazione, istituita nel 1979. Il cibo, però, non è solo nutrimento, ma anche fonte di emozioni

Il 16 ottobre ricorre la Giornata mondiale dell’alimentazione, istituita nel 1979 per ricordare la fondazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, avvenuta nel 1945. Scopo della giornata è evidenziare l’importanza di una corretta alimentazione e, soprattutto, dell’agricoltura come agente economico trainante delle società.
Spesso, però, il cibo coccola e consola, oltre che nutrire. Per questa ragione, si parla in alcuni casi di comfort food: cibo che ristora l’animo.

Cos’è il comfort food?

Qualche volta, quando si è tristi, l’unica cosa che si desidera è un gustoso dolce. Per colmare le mancanze d’affetto, direbbe qualcuno. Ecco che spesso una torta al cioccolato o una pizza finiscono per riempire, oltre che lo stomaco, anche il cuore.

Che il nostro benessere fisico dipenda in larga parte dal nostro regime alimentare non è un segreto. In molti casi, però, anche quello psicologico vi è strettamente collegato.
Un sapore può appagare il corpo e lo spirito, allontanando non di rado emozioni negative. A partire dal 1966, l’espressione comfort food diventa d’uso comune per indicare proprio questa funzione di alcuni cibi. 
Ma una rosa che non si chiami rosa non perde il suo profumo. Infatti, già in precedenza la componente emozionale dell’alimentazione non era cosa del tutto sconosciuta. Già Marcel Proust, alla fine degli anni Venti, ne sottolinea l’importanza in un passo del suo famoso Alla ricerca del tempo perduto.

Ma perché il cibo ci rende felici? Senza dubbio, alcuni alimenti contengono sostanze chimiche che stimolano il buonumore. Spesso, però, il quantitativo presente non è sufficiente a giustificare la sensazione di benessere donata dai comfort food. Secondo la scienza, vi sono molti altri fattori in gioco, come il colore. Ma non solo. L’alimentazione ha, innanzitutto, un valore culturale e sociale. Se è pur vero che, di tanto in tanto, può essere piacevole mangiare da soli, è altrettanto vero che – molto probabilmente – a nessuno piacerebbe farlo per sempre.
Il cibo ci rende sereni perché ci fa sentire parte di una società.

I comfort food più comuni

Quasi chiunque sarebbe in grado di richiamare alla mente qualche scena vista in tv o al cinema dove il protagonista, in preda a forti emozioni, trova conforto in enormi vaschette di gelato.
Ma nella vita reale, quella di tutti i giorni, i comfort food sono spesso piatti della tradizione. O, ancor più spesso, piatti semplicissimi, quasi irrilevanti.

Fra i comfort food più comuni c’è, per esempio, la pasta in bianco con olio e parmigiano. Un piatto caldo, ma veloce (anzi, a prova di chef mancato!), perfetto per una serata in cui non si ha voglia di ingegnarsi.
La regina dei comfort food è, però, la pizza. Un alimento che, da solo, rappresenta veri e propri stati d’animo. La si mangia quando si è felici, per festeggiare, e quando si è tristi, per consolarsi.


Un comfort food non è semplicemente un cibo. È una sensazione, un ricordo. Se si chiedesse alle persone qual è il piatto che li fa sentire più appagati, la risposta di molti sarebbe sicuramente collegata ad una persona, ad un luogo o ad un tempo.
Molti di quelli che da adulti individueremo come cibi consolatori sono appartenuti alla nostra infanzia. Il benessere che ci donano è direttamente proporzionale al sentimento di sicurezza scaturito dal sentirsi di nuovo bambini di fronte ad un piatto fumante.

Si dice che l’essere umano non viva di solo pane. Nutrirsi è importante, ma è ancor più importante provare piacere in tale azione. E, nella Giornata mondiale dell’alimentazione, è fondamentale ricordare quanto sia necessario porre attenzione a questo aspetto. Siamo quel che mangiamo. E non solo in termini di sostanze nutritive.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.