La necessità di abbracciare il ricordo: Giorno della Memoria

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In occasione della Giorno della Memoria, vi proponiamo l’intervista ad Alessandra Jarach, una delle responsabili del team di guide del Memoriale della Shoah di Milano 0NLUS

Nel momento stesso nel quale i fatti storici si svolgono, nasce la necessità di ricordarli e di trasmettere alle generazioni future gli avvenimenti vissuti dai protagonisti dell’epoca e le ricerche fatte successivamente dagli storici.

Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, istituzionalizzato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, ricorda l’apertura dei cancelli di Auschwitz e quindi la sua liberazione, nel 1945. A ben pensarci quindi ci sono voluti 60 anni prima che il mondo si rendesse conto della necessità di ufficializzare il ricordo di quegli avvenimenti storici; tuttavia, pur tra mille difficoltà e tante opposizioni, i testimoni della Shoah portano avanti questo ricordo fin dal momento stesso in cui avvennero i fatti: esistono lettere, diari, disegni, testimonianze a voce di coloro i quali hanno vissuto quel periodo e non per forza sono sopravvissuti. Questi ultimi nella maggior parte dei casi, hanno taciuto al loro ritorno per anni, per paura di essere giudicati, non creduti o più semplicemente per proteggere sé stessi dal dolore che provocava il racconto. Molti però con il passare del tempo si sono resi conto che il mondo intorno a loro sembrava aver già dimenticato la Shoah e che si ripresentavano situazioni di razzismo e antisemitismo in particolare, per cui si sono sentiti in dovere di raccontare nei confronti delle generazioni presenti e future e di chi non era tornato. È proprio per coloro i quali non sono tornati e non hanno potuto raccontare che i testimoni sopravvissuti hanno raccontato, con grandi sofferenze, soprattutto psicologiche, la propria storia, citando sempre uomini o donne a loro vicini che non sono sopravvissuti.

Il dramma del nascondersi e del dimenticarsi delle proprie tradizioni

Se parliamo del periodo storico della Shoah (dall’ebraico “massacro, distruzione”) abbiamo addirittura il dovere morale di conoscere, ricordare e tramandare quel passato che ha completamente sconvolto i canoni normali di vita di milioni di esseri umani nel mondo, non solo in Europa, dove si svolsero i fatti. Questo proprio per imparare dagli errori della Storia e agire di conseguenza in modo diverso davanti a fatti simili che ancora oggi accadono.

Una discesa verso la più totale perdita di identità

Tale discesa cominciò con la perdita di diritti in seguito alle Leggi Razziali: cittadini esattamente uguali agli altri, perfettamente inseriti nel contesto sociale, politico ed economico del proprio paese, di colpo si ritrovavano a essere privati di diritti basilari, come per esempio il diritto allo studio, al lavoro, al possesso di una casa, un’azienda, un negozio. Venivano successivamente chiusi nuovamente i ghetti e gli ebrei erano quindi privati della libertà di muoversi. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale portò un peggioramento della vita per tutta la popolazione, fino all’Armistizio, l’8 settembre del 1943, all’arrivo dei tedeschi in Italia e alla fondazione della Repubblica di Salò, con il conseguente inizio delle deportazioni verso i campi di concentramento e sterminio. Prima di essere deportati molti vennero rinchiusi in carcere, come ladri o assassini, torturati e maltrattati ogni giorno fino al momento del trasferimento su camion, come oggetti, alle stazioni e lì caricati su vagoni merci/animali e deportati nei campi. Una prima selezione decideva che l’80% in media delle persone sui convogli venissero uccise all’arrivo, il 20% invece diventava manodopera schiava. Le famiglie erano completamente distrutte perché venivano divisi gli uomini dalle donne; si veniva rasati e veniva data una divisa uguale per tutti, ciò significava un’ulteriore perdita d’identità: familiare, di genere, di essere umano. Fino ad arrivare all’ultimo gradino della perdita d’ identità: la perdita del nome, sostituito da un numero, che nel campo di sterminio di Auschwitz veniva tatuato sul braccio sinistro dei prigionieri.

Qual è l’intento del vostro progetto?

Il progetto del Memoriale, nato alla fine degli anni ’90, era quello di riaprire e far conoscere alla cittadinanza e all’umanità intera uno spazio unico in Europa, perché, non essendo la Stazione Centrale di Milano stata bombardata durante la Seconda Guerra Mondiale, il lavoro degli Architetti Associati Morpurgo de Curtis, architetti del Memoriale, è stato principalmente quello di riportare il più possibile il luogo a quel che era stato al momento della costruzione. La costruzione della stazione avvenne su un progetto molto all’avanguardia, perché presentato nel 1914 e posticipato a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, dell’architetto Ulisse Stacchini, che prevedeva già all’epoca una divisione tra lo spazio superiore della stazione, adibito al trasporto dei passeggeri e il luogo dove oggi sorge il Memoriale, che era stato costruito per il trasporto e lo smistamento della posta. Oggi, a 9 anni dall’inaugurazione, avvenuta a lavori ancora in corso il 27 gennaio 2013, la nostra missione è quella di partire dal far conoscere questo luogo per arrivare a una più ampia conoscenza della Storia della Shoah e a una costruzione della memoria sempre in divenire.

Historia magistra vitae: quanto può aiutarci la storia, in relazione a tali atrocità?

La Storia in questo caso specifico può diventare maestra di vita nel momento in cui la si studia approfonditamente e unita alle testimonianze dirette dei sopravvissuti. La ricchezza che ci viene lasciata in eredità dai testimoni nel loro racconto, nasce dalla sofferenza che provano ogni volta che rivivono i fatti, dal loro mettersi a nudo per noi, raccontandoci anche cose delle quali si vergognano, pur di fare in modo che nessuno possa ripeter certe azioni. Per questo non basta la Storia, ma servono le testimonianze dirette. D’altro canto non bastano le storie di singoli uomini  o donne perché darebbero solo un certo punto di vista dei fatti e solo in determinati luoghi o momenti, per questo serve la Storia a dare una visione più completa: come quando su Google Earth partiamo da una via e ci allontaniamo sempre più fino ad arrivare a vedere la Terra intera.

Il muro dei 774 nomi 

Il Muro dell’INDIFFERENZA che ci accoglie all’entrata del Memoriale della Shoah di Milano come un pugno allo stomaco, ha proprio lo scopo di indurci a un comportamento diverso da quello tenuto dalla maggior parte delle persone durante la Shoah: in ogni momento della nostra vita siamo chiamati a prendere una posizione rispetto a dei fatti, rimanere indifferenti vuol dire scegliere di girarsi dall’altra parte e dopo la Shoah questo non ci è più permesso. Come esseri umani tutti uguali dobbiamo imporci di conoscere la Storia e di girarci verso l’altro per evitare che certi fatti accadano di nuovo.
Si tratta di un modo di ridare un nome e un’identità a chi aveva perso tutto. I 774 nomi dei deportati con i primi due convogli che partirono dalla Stazione Centrale di Milano, diretti ad Auschwitz, quello del 6 dicembre del 1943 e quello del 30 gennaio del 1944, sul quale fu costretta a salire anche la Senatrice Liliana Segre con il suo papà. Tutti i nomi sono scritti in bianco a parte i 27 nomi dei sopravvissuti che sono in rosso: piccole gocce colorate in un mare di bianco. Il computer in loop li ingrandisce per attirare la nostra attenzione e farceli leggere nella mente.

In cosa consiste la visita del Memoriale?

La visita al Memoriale consiste nell’immersione in un’esperienza che dovrebbe coinvolgere tutti i nostri sensi, la nostra mente e il nostro cuore e condurci alla fine del percorso a non mettere un punto a questa esperienza, ma una virgola che ci trasformi in fiammelle della memoria. Chi viene al Memoriale, luogo di costruzione di una memoria personale e collettiva, luogo simbolo della deportazione, non solo ebraica ma anche politica, da Milano, dovrebbe uscire da questo luogo con un bagaglio di conoscenze e di emozioni che gli impediscano di tornare alla sua vita di ogni giorno senza sentire dentro un bisogno di cambiare il mondo che lo circonda. Il luogo e il percorso al suo interno, sempre più buio e freddo, nelle viscere della Stazione Centrale, devono essere un monito per l’umanità intera: non possiamo restare indifferenti, non possiamo dimenticare quel che è stato, perché altrimenti nulla vieta che tutto ciò riaccada. Solo la conoscenza e l’impegno personale di ogni uomo può portare avanti la memoria della Shoah per evitare che si ricada nel buio di quei giorni: buio della coscienza, della cultura, dell’umanità stessa dell’uomo.

Le tappe del percorso sono: il Muro dell’INDIFFERENZA, l’Osservatorio, i vagoni, il montacarichi, le targhe in ricordo dei convogli partiti da Milano, il Muro dei Nomi, il Luogo di Riflessione, le Stanze della Testimonianza e lo spazio mostre. A breve saranno inaugurati la Biblioteca e lo Spazio Multimediale, luoghi fondamentali per la costruzione e salvaguardia della memoria, dove ognuno di noi potrà essere costruttore della memoria e protagonista del cambiamento che ne consegue.

Dimenticare il dolore o abbracciare il ricordo?

Solo chi è stato testimone della Shoah ed è sopravvissuto potrebbe rispondere a questa domanda. In ogni caso penso sia impossibile dimenticare il dolore ed è anche controproducente, dato che ritengo sia necessario che le emozioni accompagnino la conoscenza quando parliamo di fatti che, per quanto conclusi, continuano a influenzare la vita dei sopravvissuti e di tutti noi. Abbracciare il ricordo è perciò una necessità che ci viene imposta come unico modo per non ricadere negli stessi errori del passato.

Ambasciator