Armadio sostenibile: come conciliare sostenibilità e moda nel nostro guardaroba

armadio sostenibile

Moda vuol dire davvero shopping senza limiti? Ecco come rinnovare il nostro closet, orientandosi verso la creazione di un armadio sostenibile

Nel ventunesimo secolo, il settore moda è consapevole di essere uno dei sistemi più inquinanti al mondo. E proprio per questo sta cercando di cambiare rotta verso il meglio. Nessuno può più permettersi uno spreco senza consapevolezza dei propri acquisti, perché le conseguenze del surriscaldamento globale sono sotto il naso di tutti. “Ma io faccio sempre la differenziata!” Contemporaneamente però corro in negozio quando Zara lancia la nuova collezione… Non è questo lo spirito giusto, se vogliamo lasciare ai nostri figli un pianeta, degno di questo nome, le nostre abitudini devono cambiare, innanzitutto dalla nostra routine, in casa nostra, costruendo un armadio sostenibile.

Meglio pochi ma buoni

Un po’ come si dice nei rapporti, non conta la quantità ma la qualità dei capi del nostro armadio sostenibile.

No allo shopping sfrenato senza essere coscienti, non tutti siamo Kim Kardashian e possiamo permetterci un intero armadio pieno di Birkin. Allora che senso ha avere un guardaroba pieno zeppo di vestiti made by Fast Fashion (Zara, Bershka, Shein, H&M e così via) che oltre ad avere una vita molto breve, sono modelli “rubati” da giovani designer che non possono permettersi di combattere con questi giganti.

Quel vestitino da 19,99 euro in poliestere che hai appena comprato resterà in giro per il mondo per i prossimi due secoli

di Andrea Batilla Istant Moda (2019)

È necessario rivoluzionare il nostro pensiero, acquistare quella maglia in saldissimi a 4,99 euro non è un affare.

Materiale+manodopera+guadagno= 4,99 euro

Ci dev’essere qualcosa che non va. Non di certo è il guadagno quello che diminuisce, bensì il salario degli operai che vivono in condizioni pessime, e la qualità del materiale che ne risente. Quindi quella t-shirt che ci sembra momentaneamente l’occasione della vita e che illusoriamente ci dà la sensazione di risolvere tutti i nostri problemi in realtà è solo un buco nell’acqua. Perché magari dopo averla messa una volta finirà sul fondo dell’armadio, senza mai più vedere la luce.

Decluttering

Precisamente il termine decluttering vuol dire fare spazio, liberarsi degli ingombri. Questo è il primo step per costruire il nostro armadio sostenibile. Partire da quello che abbiamo già, e valutare i nostri acquisti passati. Disfarsi di quei capi cheap che non sono destinati a durare nel tempo, e che vengono indossati sì e no un paio di volte, è necessario per creare un closet più funzionale.

Nel 2016 è stata lanciata una campagna #30wear, che invitava tutti a indossare ogni capo già presente nel guardaroba almeno 30 volte. Sembra una cosa semplice detta così, ma non lo è affatto. Da considerare che tutti gli abiti prodotti dal Fast Fashion, data la scarsa qualità non è possibile indossarli più di un paio di volte, prima che inizino a dare segni di cedimento.

To do or not to do

Comprare o non comprare? Questo è il dilemma… Alcuni spunti su cosa fare e cosa non fare per avere un armadio ecosostenibile.

To do, comprare in negozi vintage capi iconici che possono essere trasversali nel nostro closet.

Not to do, correre nelle grandi catene e comprare senza controllo durante i saldi e non.

To do, acquistare capi anche di piccoli e nuovi brand, leggendo attentamente la composizione dei capi.

Not to do, disfarsi degli abiti che non mettiamo più buttandoli nell’indifferenziato.

To do, rivendere i propri abiti vintage in siti come Vestiare, Vinted o Depop.

Not to do, non credere che il risparmio possa essere guadagno.

Tutto questo non vuol dire non acquistare più abiti nuovi, ma farlo più moderatamente e consapevolmente. Chiederci: “Mi serve davvero?“, prima di farlo. Allontaniamoci dalla logica del consumismo e compriamo quello che è utile e che davvero può essere indossato più di un paio di volte. So che all’inizio può sembrare un ostico cambiamento, ma sarà gratificante poi guardare il nostro armadio sostenibile con capi di qualità e che amiamo alla follia.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.