IBM vs Apple: omologazione contro distinzione

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Omologazione contro distinzione

La diatriba IBM vs Apple, si può spiegare con la distinzione tra massificazione e differenziazione.
Se fossimo chiamati a spiegare cosa il termine “omologazione” da un punto di vista sociale significhi, potremmo definire quest’ultimo come un processo culturale che induce l’individuo alla perdita delle proprie peculiarità e all’uniformazione alle tendenze di massa. Ciascun uomo che, pur condividendo ragionevolmente tale definizione, negasse di essere vittima collaterale di tale influsso, direbbe il falso. L’influenza, intesa come azione esercitata da un soggetto esterno sulla singola persona, è da sempre stata elemento caratteristico della storia umana, manifestandosi nelle più variegate sfaccettature: dal fato alla fede, dall’agorà ai social media.

Contrapposta alla parola “omologazione” si pone il termine “distinzione”, inteso come sinonimo di “diversità”. Il saper distinguersi è la capacità dell’individuo di esprimere le proprie peculiarità e dare adito al proprio “Io” interiore. Si parla, dunque, della possibilità di poter seguire un percorso individuale contraddistinto da scelte proprie e dal brivido di imprevedibilità che ciascuna di esse comporta.

Il concetto di omologazione, nella sua interpretazione più negativa si erge, perciò, a nemico giurato del libero arbitrio pregiudicando la possibilità di pensare liberamente. Innumerevoli soggetti hanno trattato tali quesiti negli ambiti più svariati: letteratura, arte, musica e, non ultimo, anche il marketing a testimonianza di come il dibattito abbia da sempre generato interesse.

IBM vs Apple

Nel 1984, nel settore informatico aveva origine uno dei duelli più affascinanti della storia. Da un lato IBM, azienda con fatturato multimilionario che con i suoi grandi computer aveva segnato il percorso della rivoluzione informatica del XX secolo. Dall’altro Apple, azienda nata solo pochi anni prima in un rustico garage, da un’idea di Steve Wozniak e Steve Jobs. Il campo di contesa era il nuovo mercato del personal computer che, a differenza dei calcolatori del passato, era pensato per il pubblico di massa. Una sfida, avremmo detto all’epoca, dal risultato a dir poco prevedibile data la differente caratura dei due protagonisti. Eppure, Apple riuscì a tener testa alla sua rivale con una campagna di marketing straordinaria improntata su sinonimi e contrari ed in particolare riproponendo il dualismo tra omologazione e distinzione.

Tale processo ebbe inizio nel 1977 con la realizzazione di un nuovo logo simbolo di innovazione e minimalismo, la mela morsicata, che “umanizzava” l’azienda permettendole di diversificarsi dai classici loghi acronimi monocromatici della concorrenza. Ma fu il 1984 l’anno di svolta: Apple realizzò una campagna pubblicitaria pioneristica del marketing emozionale in corrispondenza del lancio del primo Macintosh. Citando attraverso sequenze suggestive le atmosfere di “1984“, celebre romanzo di George Orwell, Apple si identificò nella mente dei consumatori come l’apoteosi della diversificazione e come elemento di rottura dello status-quo del settore, l’IBM, rappresentata come l’omologazione per eccellenza.

Memorabile resta la dicitura:

And you’ll see why 1984 won’t be like 1984“.

Perciò, quello che Apple fece fu istigare nei potenziali consumatori un semplice dubbio. La loro scelta, storicamente orientata verso IBM, era figlia del libero arbitrio o derivante da una tendenza di massa consolidatasi nel corso degli anni?

Il cliente, investito da questa nuova consapevolezza, non era più semplicemente chiamato a scegliere quale calcolatore preferisse, ma quale ideale condividesse.

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STEFANO POPOLO

CEO & Founder

Classe 1993, fondatore di Ambasciator e giornalista pubblicista.
Ho pensato al nome Ambasciator per raccontare fedelmente la storia delle persone, come strumento e mezzo di comunicazione senza schieramenti. Ambasciator, non porta penna.