Icaro Tuttle ci racconta la storia di tutti i suoi tagli

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Icaro Tuttle ci presenta “La cura. Storia di tutti i miei tagli”, il suo primo fumetto edito da BeccoGiallo Editore. Noi abbiamo colto l’occasione per intervistarla e conoscerla un po’ meglio

Di Icaro Tuttle si conosce ben poco, nonostante i suoi 18,2 mila followers su Instagram. Nonostante ciò, è proprio dalla sua vita che nasce l’ispirazione per le sue vignette. Edito da BeccoGiallo, La cura. Storia di tutti i miei tagli è il primo fumetto di Icaro Tuttle e noi le abbiamo chiesto di dirci qualcosa in più.

Partiamo, senza troppi convenevoli, dalla solita domanda per farti conoscere da chi ancora non sa chi sei: chi è Icaro Tuttle? E soprattutto, perché questo pseudonimo?

Icaro Tuttle vorrebbe essere un’illustratrice: per ora sta finendo di studiare design a Bolzano e le piace postare disegnini su instagram. Il mio pseudonimo è in realtà piuttosto casuale: nonostante abbia una formazione classica, Icaro non c’entra nulla con la figura mitologica, è solo la prima lettera del mio nome (Ilaria) combinata con le prime tre del mio cognome (Car). Quindi ho deciso di appropriarmi del nome Icaro. Quando ero piccola mi piaceva perché mi dava un’aura di maschiaccio, ora che sono cresciuta ci sono rimasta affezionata. Tuttle invece viene da Mr. Tuttle, un personaggio di Body Art, un libro di Don
Delillo
, autore che amo molto.

Di recente è arrivata nelle librerie la tua prima pubblicazione per conto di BeccoGiallo, La cura. Storia di tutti i miei tagli. Quale parte di Icaro ci racconti in questo fumetto?

Credo che in questa graphic novel abbiano parlato diverse Icaro. Da una parte quella che ha vissuto un periodo di depressione e solitudine dopo una relazione abusante, che è poi quella che ha scritto il libro: aveva bisogno di parlare e di far sapere agli altri quello che le stava succedendo. Dall’altra l’Icaro più piccola, sedicenne e chiusa nella sua cameretta, che non avrebbe mai pensato che saremmo arrivate a
scrivere un libro, e che avrebbe avuto bisogno di qualcuno che le dicesse che non era sola.

In altre occasioni, hai consigliato il tuo fumetto a chi sta vivendo un periodo difficile ed ha bisogno di sentirsi meno solo. Ma scrivere e disegnare questo libro, a te cos’ha portato?

All’inizio, è stata una sorpresa: quando sei in mezzo ad episodi depressivi continui, non pensi davvero di poter fare nulla con la tua vita, non ti senti in grado nemmeno di portare fuori i sacchi della spazzatura. Il fatto di aver scritto, disegnato, stampato, colorato e rilegato a mano la prima bozza del libro, che consisteva in una quarantina di pagine, è stata per me un’impresa immane che non pensavo assolutamente di riuscire a portare a termine. Ora che il libro è pubblicato, faccio comunque fatica a realizzare la cosa: vedere le copie nelle librerie o alle fiere è ancora un’esperienza stranissima, e a volte mi chiedo se la mia storia possa davvero essere importante per qualcuno. Io ci spero moltissimo, mi piacerebbe che questo libro portasse un cambiamento positivo, anche minimo, nella vita di qualcuno.

Cambiamo argomento. L’Icaro Tuttle del web, l’Icaro Tuttle personaggio (ammesso che nel tuo caso esista una differenza tra persona e personaggio) da cosa nasce? Quando e come è nata la voglia di mostrare al mondo le tue vignette?

L’Icaro Tuttle di Instagram esiste sin da quando ero al liceo: all’inizio disegnavo solo ritratti femminili senza volto, che non parlavano. Con l’evolversi della pandemia e della mia situazione psicologica ho sentito l’esigenza di condividere un po’ della mia tristezza, frustrazione, rabbia e delusione anche con gli altri. Il riscontro che ho ottenuto mi ha spinto a continuare a farlo, mi scaldava il cuore il fatto che alcune persone si potessero sentire ascoltate e comprese dalle mie illustrazioni.

Qual è la tua fondamentale fonte di ispirazione? Oltretutto, quale sentimento o mood consideri più proficuo a livello creativo?

Credo che il mio passato sia il primo posto dove vado a cercare immagini e sensazioni, penso che ognuno di noi sia una fonte inesauribile di storie. Poi libri che ho letto, foto che faccio in giro, situazioni che osservo nella città. Dipende molto dalle giornate: a volte sono sentimenti forti che mi fanno accedere alla parte creativa, come la rabbia o la tristezza. Altre volte invece mi accorgo che se mi lascio invadere da queste emozioni, non riesco davvero a tirare fuori qualcosa di pseudo originale, e quindi devo ricorrere a momenti in cui sono tranquilla e lucida per poter osservare quello che sto sentendo o pensando.

Se è vero che c’è un po’ di Omero in ogni poema, quale fumettista o, più in generale, artista (italiano e non) pensi abbia influenzato maggiormente Icaro Tuttle?

La cosa che mi genera sempre un po’ di imbarazzo quando incontro altri fumettisti è il fatto che prima di scrivere il mio libro non avevo mai letto un fumetto o una graphic novel. Ancora adesso, nonostante io mi stia impegnando per recuperare un po’ di cultura nell’ambito comics, la mia conoscenza rimane su un livello superficiale. Le letture che fino adesso mi hanno emozionato di più sono quelle di Paco Roca, Power Paola, Guy Delisle, Igort e Zuzu qui in Italia. Un altro libro che mi ha fatto venire i brividi e che ho letto prima di iniziare il mio è stato Sindrome Italia. Per quanto riguarda gli scrittori, sicuramente il già citato Don Delillo, Aimee Bender è un’assoluta musa per me e Annie Ernaux.

Alla fine delle mie interviste sono solito chiedere dei consigli per chi volesse intraprendere la strada degli intervistati. A te, quindi, voglio chiedere dei consigli su come arrivare al traguardo di una pubblicazione e, soprattutto, come superare l’eventuale timidezza e sindrome dell’impostore.

Mi fa sorridere questa domanda perché sono molto consapevole del fatto che non ho mai superato la timidezza (dall’esterno e dal vivo posso sembrare molto strana, ma è perché non ho ancora imparato a muovermi tra le persone e lo spazio), e la sindrome dell’impostore è qualcosa che mi accompagna spesso. Credo di aver preso coraggio un po’ dai miei amici che mi hanno spinto a buttarmi (quindi il primo consiglio è quello di far leggere le proprie cose alle persone che sappiamo non ci giudicheranno e che possono darci dei consigli) e un po’ dall’esigenza di dover parlare di quello che stavo attraversando. Il secondo consiglio è quello di procedere in modo schematico una volta che si è deciso di voler pubblicare: prendere tutti i nomi delle case editrici che ci interessano, fare una lista, inviare loro il progetto o presentarsi di persona alle fiere. Nel caso nessuna dovesse rispondere positivamente, l’area delle autoproduzioni è qualcosa di super interessante, puoi gestirti da solo il tipo di contenuti, materiale e di stampa che vuoi vendere, senza i vincoli di una produzione su larga scala.

L’intervista finisce qui. A nome della redazione di Ambasciator ti saluto e ti ringrazio. Ti chiedo, in ultimo, di lasciare un commento (che sia un saluto o una massima di vita) per i nostri lettori.

Grazie di cuore a voi per l’opportunità e le domande super stimolanti. Più che un saluto mi piacerebbe lasciare un grande abbraccio su questa pagina da usare quando ne hanno bisogno, qualsiasi cosa stiate passando nella vostra vita, vi sono vicino.