Il calcio italiano è (ancora) razzista

Il calcio italiano è (ancora) razzista

L’episodio Acerbi-Juan Jesus ribadisce problematiche ataviche di un sistema calcio specchio della società italiana

In occasione del match di campionato di calcio Serie A Inter vs Napoli, Francesco Acerbi ha rivolto delle offese razziste al calciatore partenopeo Juan Jesus. Il brasiliano dopo la partita aveva rilasciato dichiarazioni inerenti all’episodio, chiarendo che il difensore dell’Inter si fosse anche scusato con lui, circoscrivendo il tutto a questioni di campo. Acerbi, però, ha aggravato la sua posizione smentendo le accuse e negando la condotta. Successivamente la FIGC ha deciso di escluderlo dalla nazionale per i prossimi impegni amichevoli, mentre il tecnico azzurro Spalletti si è svincolato dalle prese di posizione contro Acerbi.

Adesso il calciatore rischia una grossa squalifica: toccherà al giudice sportivo Mastrandrea risolvere la questione. Il referto dell’arbitro, che ha descritto l’episodio usando la parola “razzista”, potrebbe giocare un ruolo decisivo ai fini della sanzione. La Procura Figc, nel frattempo, venerdì ascolterà Francesco Acerbi in videoconferenza.

Il razzismo nel calcio italiano

Il problema però è di fondo, da tempo il calcio italiano ha enormi problemi col razzismo, lo vedemmo anni fa sempre a San Siro, quando il pubblico riservò degli ululati nei confronti del difensore senegalese Kalidou Koulibaly, più recente è invece l’episodio di Mike Maignan a Udine.

A Napoli, nel frattempo, si è sempre stati abituati a convivere con un altro problema dell’Italia attuale, l’antimeridionalismo. Allo stesso modo, e con simili condotte, il sistema calcio nazionale affronta problematiche sistemiche di antimeridionalismo e razzismo, rivelandosi specchio della società che rappresenta. La ricorrenza a sanzioni episodiche è costante, mentre invece si fa ancora poco per sradicare il problema dalla base, dalle prime comunità di calcio che vivono i bambini, dalle scuole calcio nello specifico, dall’istruzione pubblica in generale.

Come per l’antimeridionalismo, anche in questo caso in passato si è scelto di risolvere la problematica sociale e culturale chiudendo delle curve, multando solo simbolicamente le società. In realtà, reprimere l’ultimo anello di una catena, di un sistema che ha fondamenta critiche e irrisolte dalla base, potrebbe eliminare o allontanare responsabilità apicali che non possono essere in alcun modo dimenticate, questo è già successo in passato e tale tendenza sembra ripetersi in maniera incessante.

Quando a macchiarsi di offese razziste sono personaggi pubblici, profili che assumono responsabilità in quanto osservati e studiati da tanti futuri calciatori ed educatori, si cerca sempre di aumentare polvere al di sotto di un tappeto che adesso comincia a sapere di stantìo.

Alla fine il capro espiatorio diventerebbe l’elemento dell’aggregazione, degli stadi, considerati globalmente fra gli ultimi aggregatori sociali.

Le dichiarazioni di Spalletti e Juan Jesus

Le affermazioni di Luciano Spalletti, che tendono ad estraniarsi dalla vicenda, ribadiscono che per il tecnico e “per quello che mi ha detto Francesco non è un episodio di razzismo. Ma dobbiamo stare attenti a quello che facciamo, tanto più quando vestiamo questa maglia. Anche quando lo denunciamo dobbiamo stare attenti. Juan Jesus? Non mi ha risposto al telefono”.

Juan Jesus invece, in un post su Instagram di lunedì, dichiara: “Per me la questione si era chiusa ieri in campo con le scuse di Acerbi e sinceramente avrei preferito non tornare su una cosa così ignobile come quella che ho dovuto subire. Oggi peró leggo dichiarazioni di Acerbi totalmente contrastanti con la realtà dei fatti, con quanto detto da lui stesso ieri sul terreno di gioco e con l’evidenza mostrata anche da filmati e labiali inequivocabili in cui mi domanda perdono. Così non ci sto. Il razzismo si combatte qui e ora”.

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