Il rap è un grande ponte tra Napoli e il mondo

Rap ponte tra Napoli e il Mondo

Come questo genere continua a rappresentare la voce di chi non ha voce

Abbiamo parlato tante volte di musica come unificatore sociale e di quanto questa possa essere usata come strumento.

Abbiamo parlato tante volte di leggerezza e di sentimenti.

Abbiamo parlato tante volte di quanto, grazie alla musica, le persone possano sentirsi vicine.

Abbiamo toccato argomenti più o meno leggeri, per quanto l’introspezione possa essere considerata tale, che delineano una sorta di filo conduttore nella maggior parte degli articoli.

Oggi no. Oggi non è così. Oggi, per quanto la mia voce e le mie parole siano una goccia in un vasto mare, vorrei parlare di un argomento che mi ha toccato nel profondo, di qualcosa che spesso dimentichiamo, perché abbiamo avuto la fortuna di nascere dalla parte “giusta” del mondo. Dalla parte “libera”.

Ci ho pensato tanto, forse troppo, ma credo sia arrivato il momento di scrivere di chi, con le sue parole – che nel suo caso collimano con le sue azioni – sta provando a cambiare le cose laddove affrontare un problema vuol dire rischiare la vita. Cosa che sta accadendo a lui.

Andiamo, dopo tutto questo preambolo, nel concreto. Parliamo oggi di Toomaj Salehi. Chi è costui? Un cantante, nello specifico un rapper. Napoletano? No, non è neanche italiano.

Cosa ha fatto Toomaj Salehi? Beh, ai nostri occhi nulla, ha creato un movimento pacifico e pacifista iraniano chiamato Donna, Vita, Libertà. Per il governo locale, beh, è andato oltre.

Il crimine delle donne iraniane

É danzare coi capelli al vento

Questo è una delle tante strofe reputate pericolose dal regime, motivo per cui è finito più volte in carcere, l’ultima volta nel 2022 quando partecipa ad una rivolta contro la morte di Masha Amini, arrestata per non aver indossato correttamente il velo.

Dopo varie vicissitudini, nell’aprile di quest’anno, viene riarrestato e, stavolta, condannato a morte. Questa è una prassi che nei regimi viene spesso usata come modalità per reprimere i dissensi. Protesti? Attenzione, potresti essere condannato a morte. A ben vedere uno ci pensa due volte prima di farlo eppure, per la sua condanna, sono arrivati migliaia di arresti avvenuti durante le manifestazioni pro Toomaj.

Passiamo da questa parte del mondo, passiamo dalla parte del mondo fortunata. È cronaca il silenzio stampa e gli scioperi dei giornalisti Rai per via di molte questioni interne ma, specialmente, per colpa di alcuni tentativi di censura.

Censura, nel mondo fortunato. Fortunati, eh?

Nel 2024 è possibile trovarci di fronte a repressioni, censure e condanne a morte per l’utilizzo di parole? Evidentemente si ed evidentemente molti non sono d’accordo ma, purtroppo, la voce di pochi sovrasta quella di tanti. Questo articolo un attacco al potere? Assolutamente no. Attacco alle ingiustizie? Traete voi le conclusioni.

Anche in Italia abbiamo avuto ed abbiamo chi va contro le angherie, spesso si va oltre (secondo il mio modestissimo parere) ma è giusto dare voce a tutti. Dovremmo essere noi, infatti, a filtrare quella che è la musica di condanna e protesta da quella che vuole aggraziarsi le masse contro una condizione da loro stessi creata. Giri di parole? Potrebbe, ma non voglio fare pubblicità a chi ha avuto la fortuna (e la bravura, ci mancherebbe) di riuscire a diventare artista ed utilizza la propria risonanza mediatica per fare pubblicità a marche di borse ed orologi, ad una vita sregolata, ad armi da fuoco e fuori dai binari della legalità.

L’incrocio fra le origini del rap e l’underground napoletano

Qualcuno potrebbe obiettare che il rap è nato proprio per questo e che nelle canzoni di, per citarne solo uno (probabilmente il più grande esponente del genere) Tupac Shakur, si canta di sparare alla polizia, di vendere droga, di vita in prigione. Vero, assolutamente, ma tutto va contestualizzato.

Lì ci trovavamo in un momento storico in cui i ghetti americani erano abbandonati a loro stessi, si veniva definiti per razze e se avevi la sfortuna (attenzione alle mine e capite cosa intendo) di nascere con qualche pigmento in più, quasi non avevi possibilità di uscire da quella vita nella quale eri cresciuto. Vi ricorda qualcosa? A me si, basti pensare alla storia di Napoli per ricordarsi che anche da noi sono esistiti ed esistono, ancora oggi, i ghetti, zone in cui la giustizia e lo Stato non entrano o, per lo meno, ci provano davvero poco.

Ad oggi, zone come quelle dei Quartieri Spagnoli o la Sanità sono sotto un processo di recupero che prova a non abbandonare a loro stessi i ragazzi che in quei luoghi ci vivono e, spesso, non hanno altro filtro con cui vedere il mondo.

Giustificazioni? Assolutamente no, condanno e giustifico allo stesso modo chi, nato nella povertà di Napoli, usa la musica come strumento per denigrare lo stato e le forze dell’ordine, condanno chi celebra una vita di illegalità e violenza.

Ne abbiamo parlato su queste pagine, la storia dei Co‘Sang (che finalmente torneranno a cantare insieme) è sotto gli occhi di tutti, i vari Clementino, Rocco Hunt, i 99 Posse, gente cresciuta in ambienti difficili che però hanno usato la loro voce per migliorare chi gli stava intorno, cercando di non far ripetere ad altri errori che, magari, hanno commesso loro in prima persona. Migliorarsi e migliorare, per questo dovrebbe essere usata la musica, per emozionare, renderci felici, tristi, arrabbiati, per farci piangere o ridere.

Personalmente parlando, però, penso che in primis debba farci riflettere. Dopotutto cos’è una canzone se non una poesia con la musica? E se a scuola vengono studiati poeti, perché non far leggere testi di cantautori che non hanno mai avuto paura di esprimere le loro idee, spesso anche sbagliate per carità, proprio per renderci conto di cosa o meno vogliamo dalla nostra vita? Creare filtri, stratificarli, fortificarli, distruggerli quando è il momento di farlo e ricominciare daccapo. Questo significa crescere.

Toomaj Salehi, combattente moderno che con il rap ha provato, probabilmente perdendo, a cambiare il mondo, il suo mondo, che avrebbe potuto abbandonare per vivere libero di esprimersi.
A cosa sarebbe servito, però, parlare di un qualcosa che senti vicino ma che non vivi in prima persona? Coraggioso a dir poco. Sperando che la condanna venga cancellata, vi saluto con una sua frase che sento tanto mia.

Il rap è la voce di chi non ha voce.

Facciamoci sentire.

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