L’incredibile storia del babà

Babà

Il babà è un dolce napoletano che arriva da lontano

Se vi trovate a Napoli e qualcuno vi dice “Si ddoc’ comm’ a nu babbà”, allora avete catturato il suo cuore perché per i napoletani il babà è un capolavoro culinario indiscusso.

E’ il dolce che si trova sempre in ristoranti e trattorie tra le offerte di fine pasto ed è presente in tutti i bar e le pasticcerie della città tra le prelibatezze che si possono degustare già a partire dalla colazione, malgrado la sua bagna al rum, anche accanto al cappuccino.

Una vera e propria delizia, un dolce lievitato che ha una ricetta antica, giunta sulle tavole dei napoletani ai tempi del re Ferdinando IV. Forse non tutti sanno però che, benché il babà sia un’icona della cucina napoletana, non è nato all’ombra del Vesuvio ma in Polonia.

Le origini del babà

Nel 1700 il re polacco Stanislao Leszczyński, suocero di Luigi XV di Francia, inventò involontariamente il babà che conosciamo oggi in seguito ad uno scatto d’ira. I suoi pasticcieri gli avevano appena servito il kugelhupf, un dolce tipico della Lorena a forma di ciambella fatto con farina, burro, zucchero, uova, uva sultanina, zafferano e lievito di birra. Il dolce però era molto asciutto e il re che non aveva i denti non riusciva a gustarlo come avrebbe voluto.

A causa di questo problema un giorno, preso dalla rabbia, il re scagliò il piatto su cui gli avevano servito il dolce dall’altro lato del tavolo. Il piatto andò a sbattere contro una bottiglia che all’impatto si frantumò. Nella bottiglia c’era un liquore che si riversò sul dolce e il re, colpito da quel profumo così particolare, volle assaggiare la nuova versione e se ne innamorò.

Essendo appassionato delle storie de Le mille e una notte, il re chiamò quella delizia Ali Babà. Dalla corte di Stanislao, il dolce arrivò fino in Francia, dove fu chiamato solo Babà e dove riscosse un enorme successo tra l’aristocrazia.

I cuochi francesi sostituirono però il liquore polacco con il rum giamaicano importato dalle colonie caraibiche e il gusto si avvicinò ancora di più a quello che conosciamo oggi.

La trasformazione napoletana

A Napoli intanto Carolina d’Austria, moglie di Ferdinando IV, aveva preteso che nelle cucine reali operassero dei cuochi francesi e questi, sempre aggiornati su quanto si produceva in Francia, proposero il babà ai nobili napoletani.

Insieme ai cuochi francesi collaboravano anche quelli napoletani, detti Monsù (o monzù), che dovevano soddisfare le richieste totalmente partenopee di Ferdinando. Siccome i monsù ed i cuochi francesi iniziarono sin da subito una collaborazione fondendo le due cucine, francese e napoletana, anche questo dolce fu modificato in chiave partenopea.

A Napoli ne migliorarono la lavorazione, eliminando dalla ricetta lo zafferano e l’uvetta, consacrandolo il dolce partenopeo per eccellenza e proponendone anche una versione da passeggio. Già nel 1700 infatti a Napoli esisteva una forma primordiale di street food che piaceva ai nobili e ai popolani.

Una ricetta dagli ingredienti semplici per un dolce che ai giorni nostri viene offerto in diverse varianti. Si gusta da solo o con panna e fragoline, crema e amarene, frutta e cioccolato alle nocciole. Spesso è preparato in casa con ricette che si tramandano di generazione in generazione ed è il dolce che la domenica non manca mai sulle tavolate di famiglia.

Il babà insomma è una cosa seria, come diceva Marisa Laurito in una sua canzone nella quale passava in rassegna tutte le bontà che si possono degustare all’ombra del Vesuvio. Una prelibatezza antica che i maestri pasticceri napoletani reinventano continuamente in nuovi peccaminose versioni come ad esempio il roccobabà, babà semifreddo ricoperto di cioccolato fondente, o il babà al limoncello dello chef stellato Sal de Riso.

Ecco spiegato il motivo per cui se vi dicono “si nu’ babbà!” dovete esserne fieri perché la vostra dolcezza ricorda a chi ve lo ha detto uno dei prodotti più gustosi della tradizione dolciaria napoletana.

Print Friendly, PDF & Email
Ambasciator